Articolo apparso su "Tutti gli sports '24/'25" su Zizì Cevenini
Campo di via Goldoni 61

Il campo di via Goldoni 61

Capitava spesso di vederlo seduto su di un pallone di cuoio passando per il campo di via Goldoni, casa dell’Inter dal 1913 al 1930. Capitava spesso di vederlo snocciolare insulti di ogni tipo verso i compagni, rei di non essere alla sua altezza, di non essere buoni a mettere insieme due passaggi di fila. Zizì non stava zitto un attimo, non ci riusciva proprio. La sua lingua era alla continua ricerca di uno sfogo, di un nuovo detto da ripetere all’infinito, di un nuovo zig-zag oratorio con cui infastidire l’avversario. Zizì era abituato a farsi valere con le parole. Del resto, in una famiglia di cinque fratelli in cui sei il mezzano, devi saperti difendere a parole, perché a botte i più grandi ti avrebbero suonato come una zampogna. Così Zizì aveva imparato a parlare e, soprattutto, a giocare a calcio. Divinamente. I suoi fratelli erano bravi a quel gioco da barlafùs, di ragazzotti poco affidabili con tempo da perdere, ma lui… eh, lui era di un’altra categoria. Muoveva il pallone tra i suoi piedi con la stessa velocità e fantasia con cui faceva andare la lingua nella sua bocca larga. Piccoletto, rapido, veloce: una vera zanzara, fastidioso come un mosquito. Per questo Luigi Cevenini III divenne, semplicemente, Zizì, la zanzara del pallone.

luigi cevenini III

Luigi Cevenini III

Erano tempi lontani, ma a Milano, la sua Milano, già il calcio faceva battere i cuori. I calciatori non erano star, ma erano i giocolieri che incantavano le piazze e per questo più eri funambolo, più eri amato. Zizì faceva letteralmente crollare i campi dove andava. La gente rimaneva estasiata davanti ai suoi dribbling, fulminei a rapidi. E quando, dopo un rigore segnato, dileggiava il portiere avversario con un «Ciapél!» ed un gesto ben poco elegante, allora il contorno diventava una bolgia tra ululati di divertimento puro e quelli, invece, di rabbia avversaria. Ma Zizì era fatto così. Voleva divertirsi, oltre che vincere, e pretendeva che tutti fossero alla sua altezza. Siccome questo accadeva raramente, in più di un’occasione si sedeva comodamente sul pallone invitando l’arbitro a concludere la partita, perché «se po minga giungà inscè», con gente che al pallone dava del voi, altro che del tu, ed altri ancora che avrebbero semplicemente dovuto, a suo insindacabile parere, dare l’addio a quel gioco.

Renzo de Vecchi

Renzo de Vecchi, “il figlio di Dio”, con la maglia del Genoa

Zizì iniziò nel Milan, come tutti i suoi fratelli. Lì giocava “il figlio di Dio” Renzo de Vecchi. Ma poi, come tutti i suoi fratelli, finì rapidamente all’Inter, la squadra di eleganti bauscia. I rossoneri amavano troppo De Vecchi per amare qualcun altro. Così era facile che, incontrando per strada Cevenini III, qualche tifoso rossonero urlasse «tanto noi c’abbiamo il figlio di Dio!». Zizì, col suo solito sorriso beffardo e la sigaretta accesa all’angolo della bocca, urlava di rimando: «Lo so, son suo padre!». Zizì, con un pallone trai piedi, si sentiva veramente Dio e fu proprio all’Inter che convinse molti del fatto che era realmente una divinità del calcio: 190 partite di campionato tra il 1912 ed il 1927, condite da ben 158 gol ed una miriade di assist. Di mezzo una parentesi di appena una stagione alla Novese, dove vinse il tricolore delle squadre “piccole”, come voleva il regolamento di quell’anno.

Cevenini alla Novese

L’ultimo a destra è Zizì Cevenini alla Novese

Zizì alla Novese? Il funambolo milanese? Esatto. Il “Sire” Ferretti, Presidente della Novese, aveva deciso che voleva quello showman ante litteram nella sua piccola squadra di provincia. Lo contattò: «Lei verrà da noi» disse con certezza assoluta. «Sì, ma chì me dan 600 ghell al mes». 600 lire erano una buona cifra allora, niente di paragonabile alle retribuzioni odierne, ma di certo mica male, soprattutto in anni in cui il calcio era ancora dilettantismo. Fu uno dei primi a percepire uno stipendio, con sua immensa gioia. La risposta di Ferretti fu semplice: «Seicento? Mille». Zizì fece armi e bagagli e si trasferì senza tante storie. A lui interessavano eccome i soldi, peccato che non fosse proprio un buon ragioniere. Più che amministrarli amava sperperarli e così, nella piccola Novi, non si ambientò proprio. Dove poteva buttare i suoi mille al mese in quel buco di posto? E le donne? Dov’erano finite le donne eleganti, sofisticate e disinibite della sua Milano, quelle che amavano uscire a cena e entrare nel suo letto? Così l’Inter lo riaccolse a braccia aperte.

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Zizì in Nazionale

Tornò a Milano, con le tasche più piene e il sorriso da rompi palle che lo aveva sempre contraddistinto. In Italia però era giunta una voce: su su, oltre la Francia dei mangia baguette ed oltre un braccio di Oceano Atlantico, in un’isola dove dicevano (e dicono) di aver inventato il gioco del calcio, questo sport era una roba che contava davvero. Pagavano bene ed erano tutti bravissimi. Zizì iniziò a pensarci. Davvero lassù lo avrebbero pagato alla grande e non avrebbe più dovuto chiedere all’arbitro di interrompere la partita per manifesta incapacità di compagni ed avversari? Alla fine partì. Il problema fu che non lo disse a nessuno. Ma proprio a nessuno, neanche ai suoi fratelli. Semplicemente sparì. I compagni erano disperati, si pensò ad un rapimento ordito dalle squadre avversarie, magari proprio da quei casavìt rossoneri che mal sopportavano quel grandissimo e fantasioso calciatore con un passato nelle loro fila. Passò una quindicina giorni, poi Zizì si ripresentò nello spogliatoio, prima di una partita, con la sua sigaretta in bocca. Salutò tutti, si vestì ed era pronto a giocare. Il Plymouth aveva fatto un provino a quell’italiano chiacchierone e, visto il talento, aveva deciso di ingaggiarlo. Ma Zizì non resistette a lungo in un ambiente dove non poteva neppure entrare in campo con una sigaretta in tasca. Ma che modo di fare era quello? E così, senza pensarci tanto, tornò a Milano, orgoglioso di aver dimostrato di essere all’altezza anche di coloro che si credevano gli inventori del calcio.

Il sorriso di un giovane Peppino Meazza

Un sorridente Meazza nello splendore della sua carriera

Giocò ancora, stupì ancora, ma alle sue spalle stava nascendo la prima vera stella del calcio italiano: Peppino Meazza. Elegante, dallo sguardo suadente, affascinante, misterioso, bello, educato, silenzioso. Insomma, l’opposto di Zizì, tranne che per una cosa: era anch’egli bravissimo a calcio. Zizì soffriva la presenza di quel sedicenne di cui si parlava un gran bene e l’Inter, nel ’27, decise di salutare l’ex idolo per accogliere il nuovo idolo, quello che diventerà leggenda. Cevenini III optò per la Juventus, dove giocò tre buone stagioni, senza i picchi raggiunti all’Inter ma facendo comunque innamorare i tifosi bianconeri e tante torinesi. Era l’icona del calcio italiano di allora, vissuto in un limbo tra professionismo e dilettantismo puro. Vladimiro Caminiti scrisse che Zizì era «il simbolo di come l’italiano medio considera il calciatore di classe: un dribblomane, un solista senza padroni, un cane sciolto a caccia di emozioni speciali, che sgrida alla voce i compagni, che si sente il più bravo da dieci a zero e lo vomita in faccia a tutti».

Gianni Mura parla di Cevenini III

Il libro di Gianni Mura in cui si parla, brevemente, dell’incontro di Variale con Zizì

Nel ’30 lasciò la Juve, lasciò la Nazionale e iniziò a peregrinare per l’Italia come allenatore-giocatore. Guidò il Messina in Serie B, poi passò alla Comense, riuscendo ancora ad incantare. Nella stagione ’38-’39, a 44 anni suonati, allenò l’Arezzo e giocò anche qualche partita a causa dell’infortunio di uno dei giocatori. Poi sparì, di nuovo, come quando andò in Inghilterra, ma stavolta senza tornare. Fu Vittorio Varale, giornalista, a ritrovarlo, oramai sessantenne, nei dintorni di Como. Lo ha raccontato Gianni Mura: il collega voleva rivedere quel funambolico artista del pallone che lo feceva sognare da bambino. Dopo una lunga ricerca si trovò faccia a faccia con un uomo povero, agricoltore e allevatore di galline. Si definiva un disoccupato. La sua lingua però era ancora quella del caro vecchio Zizì. Si sbracciava, divagava, lasciava il pallino del discorso per poi ritrovarlo qualche minuto dopo, proprio come faceva col pallone nei suoi anni migliori, in cui lo nascondeva agli avversari per poi farlo rivedere oramai in fondo alla rete. Si lamentava di tutto. Si lamentava di non aver mai ricevuto «gnanca un ghell» nella sua carriera da calciatore, quando in realtà, semplicemente, li aveva buttati dalla finestra. Una finestra larga quanto la sua bocca.

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

2 Commenti a “Zizì Cevenini, il (primo) fuoriclasse dalla bocca larga

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