rafael nadal

Scende oggi in campo a Wimbledon Rafa Nadal. Ma chi è veramente l’atleta spagnolo? Che storia si cela dietro ai suoi successi?

 

A Manacor, si sa, fa caldo. E quando fa così caldo, la notte non si riesce a dormire. E se sei in una notte di fine estate dell’86, che stai tornando da una serata trascorsa a Cala Torta con gli amici ed hai ancora un po’ di alcol in corpo, non hai voglia di andare a dormire. Guardi negli occhi tua moglie Ana María e decidi che quella sarà una delle notti più belle della tua vita.

Perché di serate così in una vita ce ne sono poche. Serate in cui tutto sembra perfetto, niente sarebbe potuto andare meglio, hai tutto sotto controllo, hai scelto il momento giusto, ti senti un dio.

E se poi la cicogna ti porta un pacco così, quella notte te la ricordi per tutta la vita.

 

Te la ricordi sì per tutta la vita. Quando dagli spalti del Philippe Chatrier guardi tuo figlio che per la settima volta alza quel trofeo, non puoi non ripensare a quella notte.

E tra le 15 mila persone che ci sono intorno a te, non puoi non cercare lo sguardo di Ana María. Però non lo trovi. Non lo trovi perché non c’è, non è lì accanto a te dove dovrebbe essere, a gioire insieme, mano nella mano, guardando in basso i frutti di quella notte.

Perché, si sa, la vita vera è un’altra cosa. Di notti perfette ce ne sono poche, poi il controllo ti sfugge, si litiga e…puf, tutto svanisce. Tutto quello che sembrava perfetto non esiste più, e la partita non si guarda insieme, mano nella mano, a soffrire insieme, come se si fosse una cosa sola, come quella notte.

E quando, 26 anni dopo quella notte, ti accorgi che tuo figlio tra “calcio o tennis?” e “mano destra o mano sinistra?” ha fatto le scelte meno scontate, quelle che un bambino di solito non fa, perché vede tutti gli altri fare nell’altro modo, ti ritrovi imbarazzato, con intorno 15 mila persone, ma come se fossi solo, a guardare verso l’alto e pensare, “per fortuna che quella notte non controllavo poi tutto io, anche se ero un dio”.

 

Rafa da piccolo giocava a due mani. Fino a quando, all’età di 12 anni (ma già da nove con la racchetta in mano) non è intervenuto tío Toni che, scherzando mentre festeggiavano il primo trofeo regionale vinto, gli disse: “Rafa, ma tra i professionisti non si è mai visto nessuno nella storia che colpisca diritto e rovescio con entrambe le mani”.

All’allenamento successivo Rafa tirò fuori dalla borsa la racchetta con la mano sinistra.

Per la cronaca, Rafa è destro. Anche i denti si lava con la mano destra.

 

Per fortuna è intervenuto tío Toni. Se l’è preso sotto di sé. Ha impedito alla federazione spagnola di portarselo via. Volevano si allenasse a Barcellona, su campi più belli, con attrezzature più adatte. Avrebbero investito su di lui. Ma el tío s’impose. Da ex tennista professionista – rimasto però sconosciuto – ha rifiutato l’idea che per diventare un campione ci si dovesse rinchiudere nelle scuole del tennis. E prima o poi, finire in quelle americane, le migliori.

Ma lì, in quelle scuole, in America, non c’è la famiglia.

Tío Toni conosce bene il ragazzo e sa che, per come è fatto, non può crescere lontano dalla famiglia. E’ questo il doping di Rafa, oltre al sano e duro lavoro sulle spiagge e la terra rossa di Manacor.

Canal plus continui pure ad ironizzare. Nel filamto, ormai introvabile, viste le denunce ricevute dall’emittente francese, un fantoccio Nadal urinava nel serbatoio di un suv che veniva poi fermato per eccesso di velocità.

 

E che Rafa sia così sensibile ce ne accorgiamo ancora oggi, ogni volta che si appresta a servire. Nel momento in cui deve scegliere l’angolo o la rotazione giusta da imprimere alla pallina, la sua tensione traspare tutta nella sequenza di tic: con la mano destra, quella libera, si sistema prima la mutanda, poi la maglietta sulla spalla sinistra, poi va a destra, poi si tocca il sopracciglio destro e poi quello sinistro e l’oreccchio sinistro ed il destro, fino ad ultimare il movimento, ormai automatico e naturale, toccandosi il pantaloncino, lì da dove era partito.

Così come è diventata spontanea la famosa quanto assurda disposizione delle bottigliette. “Un sorso da una bottiglia e uno da un’altra. Poi sistemo ordinatamente le due bottiglie ai miei piedi, alla sinistra delle sedia, una dietro l’altra, rivolte diagonalmente verso il campo. Alcuni la chiamano superstizione, ma non lo è. Se fosse superstizione, perché continuerei a fare le stesse cose anche dopo aver perso? È solo il mio modo di entrare in partita: mettere in ordine ciò che mi circonda mi aiuta a fare ordine nella testa.”

Non avrà il talento puro di Federer, Djokovic può stargli dietro fisicamente (si veda la finale all’Australian Open di quest’anno), ma la testa di Rafa non ce l’ha nessuno.

In campo ci va da solo, il tennis è così, non hai accanto nessuno che esulti con te quando metti la palla sotto all’incrocio o con cui far petto contro petto dopo una tripla. Però quando stai sbagliando i colpi, quando le palle ti escono e stai tremando dentro perché capisci che la partita ti sta sfuggendo, cerchi uno sguardo che ti sostenga dal tuo angolo.

El equipo es todo para Rafa.

 

Carlo Bray

twitter@brazzosh

 

Guarda il colpo vincente di Nadal al Roland Garros 2012:

Un altro modo di raccontare lo sport.

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