andy murray

andy murray40-0, il silenzio del Centrale dopo l’esaltazione del terzo punto consecutivo, quello che ti offre ben tre palle del game, del set, del match, di Wimbledon. Lanci la palla in aria, ma la prima di servizio proprio non vuole entrare e sulla seconda Djokovic ti aggredisce, da gran risponditore qual è. Niente, il braccio trema, le gambe sono più pesanti, la testa è incasinata. Basta poco e si è 40-40, parità, si va ai vantaggi, ora devi fare due punti prima di lui. Ma Novak ha il rigurgito del campione, un rigurgito di classe che finora, per tutto il pomeriggio, s’era meschinamente nascosta in qualche intoccabile ed indecifrabile anfratto della testa, come soltanto nel tennis può capitare. “Meriti tu, ma se vuoi vincere devi soffrire questa vittoria. Io non te la lascio a mani basse” sembra dire lo sguardo del serbo al di là della rete dopo ogni punto. Tre palle del break per Djokovic, tre palle che fanno tremare il Centrale, Wimbledon, Londra, l’Inghilterra, il Regno Unito. Non va, così non va. Ti aggrappi a ciò che sai fare meglio, ai tuoi colpi: il dritto ed al servizio, che finalmente torna a funzionare. Rigetti indietro l’onda d’urto grintosa dell’avversario, stavolta guadagni tu il vantaggio. Ancora il silenzio del Centrale dopo l’esaltazione, ancora una palla del game, del set, del match, di Wimbledon. E poi arriva quel dannato punto, arriva cazzo. Andy Murray è campione di Wimbledon, la Cappella Sistina del tennis, che può non piacere con la sua tradizione ed i suoi cliché, ma che è qualcosa di unico.

Murray, l’eterno talento incompleto, l’eterno numero due, tre o quattro, ma mai numero uno. Alla fine ce l’ha fatta a vincere a Wimbledon. Guarda il palco del suo staff, dove amici, madre e fidanzata si lasciano andare in una gioia estrema, pur sempre contenuta dall’immancabile aplomb britannico. Poi lo sguardo va su Ivan Lendl. Impassibile, un cartonato. Eppure se Murray è diventato grande è anche grazie a lui, al potente ceco naturalizzato statunitense. Murray era un lungagnone insofferente, tanto talentuoso quanto indolente, incapace di accettare una sconfitta per demeriti, pronto a lamentarsi di ogni cosa. Lendl non ha cancellato quel Murray, semplicemente gli ha fatto capire che soltanto lui poteva decidere di fare il salto di qualità, e se avesse continuato così non l’avrebbe mai fatto. Ora Andy, giocatore emotivo come pochi altri, quando guarda il suo palco durante il match in un momento importante, non trova persone pronte a criticarlo o ad esaltarlo, non può urlare di tutto in quella direzione, può soltanto incrociare lo sguardo impassibile di Lendl e capire che prima di tutto, sul campo, conta la logicità e la lucidità. In quello sguardo a cui porta un rispetto enorme, Murray trova una fonte di calma, di tranquillità che mai nella sua carriera era stato in grado di trovare durante un match importante. Ieri ha tremato, ma è stato superiore all’avversario, ad un campione come Djokovic che tale s’è dimostrato nel decisivo ultimo game, dove nonostante fosse già consapevole di essere innanzi alla propria resa, non ha mollato un centimetro, una palla. Poi però, alla fine di tutto, l’ha ammesso: Murray si è meritato questa vittoria, oggi più che mai. Per sé, per il tifo ed anche per Lendl, che Wimbledon da giocatore l’ha soltanto sfiorato con due finali, perse rispettivamente con due tipi mica male con la racchetta in mano come Becker e Cash.

copertina the timesL’Inghilterra è in festa, il The Times gli dedica una copertina immensamente bella, dove l’immagine sovrasta visivamente e soprattutto ideologicamente le parole, comunque di una semplicità e di una forza spiazzante: “The History Boy”. Eppure Andy è scozzese, nato a Glasgow, profondamente scozzese sin nei tratti somatici. Ma l’Inghilterra è anche il Paese della contraddizione, quella in cui se Andy perde è dei cugini sfigati di Scozia, mentre quando vince è Britannico, suddito della Regina, addirittura baronetto Sir Andy Murray. Il Regno è Unito quando piace e pare a loro, ma è bello anche così, come un passante in cross stretto dello stesso scozzese (oggi britannico) con cui frega ogni avversario che, temerariamente, si appropinqua a rete. Ma c’è da comprenderli questi inglesi, che dopo lo scozzese possono vedere un loro (vero) connazionale in classifica ATP soltanto oltre la posizione 200, uno sfregio morale per loro che si ritengono, impropriamente o meno, gli inventori del tennis. C’è da comprenderli per i 77 anni passati da Fred Perry vincitore proprio a Wimbledon ed i 36 passati dalla vittoria della Wade (ora attenzione a Laura Robson, classe ’94, pure lei inglese d’adozione perché nata a Melbourne, ma talento purissimo del tennis femminile, forse il più puro da anni a questa parte e che con Murray ha giocato in coppia nel doppio misto d’argento ai Giochi Olimpici di Londra). Insomma, c’è da capirli, gli si può perdonare questo innato senso di superiorità evidente e questa latente ipocrisia, e la festa pura, esplosa sul combustile dell’emozione vera, a cui hanno dato vita ieri riconcilia davvero con tanti bei sentimenti che lo sport sa regalare. Non è stata la finale più bella, anzi, con un Murray al top ed un Djokovic fortemente logorato dalla semifinale giocata contro Del Potro, l’uomo che ha nel destino di perdere contro i futuri sconfitti da Andy, ma è stata una finale che segnerà la storia. E chissà mai che un giorno anche Murray s’inventerà un marchio per le polo. Nel caso, caro Andy, un favore: magari falle meno care. Grazie e complimenti ancora.

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

2 Commenti a “Wimbledon ha il suo happy Andy

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