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imagesIn principio era l’anarchia. Come spesso accade nelle trovate del genio umano, e a maggior ragione se in Italia. E come spesso accade, la scientificità è arrivata da Oltremanica; più precisamente, con la pipa, la flemma e i metodi di William Garbutt, il primo di tutti i Mister del calcio italiano. Correva l’estate del 1912, di uomini sulla Luna se ne parlava solo nelle favole di Luciano e il mar Adriatico era ancora sufficientemente cristallino, ma già allora l’Europa era madida di calcio. E così pure in Italia, dove però vigeva ancora un gran bel casino. Preparazione fisica ai minimi termini, niente tattica, allenamenti ridotti ai tiri in porta e nulla più. La Pro Vercelli era nel pieno del suo ciclo leggendario, e il Genoa giungeva ormai all’ottavo anno senza titolo. Quella dei Grifoni era una buona squadra, ma mancava ancora un pizzico di qualcosa per farla tornare all’apice del calcio nostrano. Fu allora che Thomas Coggins, irlandese adottato dalle creuze genovesi e responsabile del settore giovanile del Genoa, ricevette dal fratello che abitava in Inghilterra una segnalazione: c’era un tizio lassù, che dopo aver disputato una discreta carriera da ala nelle file di Blackburn e Arsenal, si stava affermando come “trainer” davvero niente male. Il presidente rossoblu Aicardi, desideroso di riportare il suo team ai fasti del primo ‘900, non si fece sfuggire l’occasione, e il 30 luglio 1912 William Garbutt diviene il primo mister del Grifone e del calcio italiano.

William Garbutt Genoa 1924-25L’impatto di Will con la nostra realtà pallonara fu immediatamente rivoluzionario: disseminava il terreno di Marassi di paletti perchè i suoi si esercitassero nel dribbling, ideò la “forca”, ovvero un pallone appeso a una corda a diverse altezze per migliorare il colpo di testa, faceva giocare in allenamento i suoi uomini scalzi dal piede buono perchè imparassero a calciare con entrambi gli attrezzi. Fondava il suo gioco sull’esasperazione del lancio lungo e su un’ottima preparazione atletica, abolendo lo sfrenato individualismo dell’epoca a favore di una collettività organizzata e pimpante. Fu oltretutto un uomo decisamente carismatico, riuscendo a instaurare con tutti i giocatori un rapporto estremamente amichevole, ma pur sempre entro i limiti di una professionalità fino ad allora sconosciuta dalle nostre parti. Un po’ Mourinho e un po’ Sacchi, un po’ Capello e un po’ Trapattoni. I risultati non tardarono ad arrivare: con qualche innesto azzeccato favorito da una dirigenza che non bada a spese, il Genoa dopo un secondo posto alle spalle della Pro Vercelli, riporta finalmente il tricolore fra le proprie mura. Passata la Prima Guerra Mondiale, Garbutt si accomoda nuovamente sulla panchina rossoblu, incentivato dalle 8.000 lire promessegli dal patron e da una città che lo venera come accaduto con pochi altri.

1248905440OROLOGIOMISTERGARBUTTRET1L’anno di grazia è il 1922, quando i Grifoni stravincono il campionato senza perdere nemmeno un incontro, e William entra con prepotenza e definitività nella leggenda del calcio. Ma i meriti di questo inglese silenzioso ma ironico al momento giusto non finiscono qui. Dopo alcune gitarelle professionali a Roma, Napoli, Milano sponda rossonera e Bilbao, negli anni ’30 rieccolo al Genoa, dove importa dall’Inghilterra il “sistema”, la prima vera organizzazione in campo della storia del calcio, favorendo la nascita della scuola italiana, che nel corso dei decenni, in quanto a tattica, troverà pochi eguali al mondo. Di qui in poi la carriera di Garbutt sarà un sereno decrescere, come conviene a tutti gli uomini che sanno di aver dato il loro contributo al loro mondo e desiderano discostarsene in punta di piedi, lasciando parlare di sè il proprio lavoro più che la propria bocca. Se ne tornerà definitivamente in Inghilterra nel 1951, per non lasciarla più fino alla sua morte, nel ’63. Questa è la storia di William Garbutt, allenatore innanzitutto, uomo di conseguenza, rivoluzionario incallito. Cheers, Mister.

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