vittorio pozzo

vpCorreva l’anno 1886 quando a New York veniva inaugurato un monumento che ancora oggi, quasi 140 anni dopo, ricorda a tutto il popolo americano ciò per cui avevano combattuto durante la Guerra di Indipendenza: la Libertà. Quel monumento, la famosa Statua della Libertà, è divenuto, negli anni a venire, simbolo di speranza per milioni e milioni di persone che raggiungevano da ogni capo del mondo le coste statunitensi. Qualche mese prima che la Statua della Libertà venisse inaugurata, nasceva a Torino un piccolo bebè figlio di due genitori appartenenti alla bassa borghesia di Biella. Era il 2 marzo quando la piccola frazione di Ponderano festeggiò la nascita di Vittorio Pozzo. Un bimbo che, a insaputa di tutto il paese, sarebbe stato uno dei più grandi personaggi unificatori dello sport italiano. E come la Statua della Libertà nacque nell’intento di rappresentare il motivo di unione di un intera nazione, così Vittorio sarebbe divenuto un punto di riferimento proprio in un periodo, quello del regime fascista, che necessitava di figure di spicco e fuori dal coro.

pozzoNonostante le modeste opportunità economiche, i genitori di Vittorio fanno i salti mortali per riuscire a garantirgli l’educazione migliore possibile e, dopo innumerevoli sacrifici, iscrivono il figlio al Liceo Cavour di Torino. Al piccolo Vittorio si apre un mondo nuovo, grande, inaspettato. Inizia a scoprire interessi che non aveva mai avuto: si innamora delle lingue, dei viaggi e denota una particolare propensione nello studio dei segreti delle nazioni straniere. Segreti del lavoro, consigli, modi d’uso e tecniche che lo aiutarono non poco nel corso della sua carriera. Inizia a viaggiare e, dopo esser passato per Francia e Svizzera, approda nell’Inghilterra patria di quel football che ben presto sarebbe divenuto il suo grande amore. Scoperto il calcio inizia anche a praticarlo, prima in Svizzera, poi nella sua Torino dove fonda la Football Club Torinese (che con gli anni sarebbe divenuta l’attuale squadra granata di Torino). Smette di giocare a soli 25 anni e terminati gli studi diventa dirigente della Pirelli. Passano gli anni della Grande Guerra, dove Vittorio serve come tenente degli alpini, e col passare degli anni guadagna l’attenzione del mondo sportivo entrando nel mondo della nazionale di calcio, della quale diventa più di una volta commissario unico. È l’inizio della leggenda che è stata, che è e che sarà dell’allenatore che è riuscito a far vincere due Mondiali consecutivi (allora la Coppa del Mondo si chiamava ancora Coppa Rimet) agli azzurri ma soprattutto la leggenda dell’allenatore alpino al servizio dell’Italia. Al servizio dell’Italia, non viceversa: l’Italia e i calciatori italiani non dovevano rispondere a lui, ma erano lui e i suoi ragazzi che dovevano guardare alla Madre Patria come giudice ultimo. Una leggenda, perché da quel momento tutto ciò che accadde attorno alla sua figura, e di conseguenza a quella della nazionale,  è tutt’ora avvolto da un aurea mistica di difficile identificazione. Una leggenda che però non ha mai voluto essere tale. Era un uomo e un allenatore semplice: preparato come pochi, avendo studiato tutti i tipi di calcio, da quelli sudamericani a quelli europei, ma allo stesso tempo dannatamente semplice. Semplice come la sua “teoria calcistica”: “Una condotta pratica di gioco, basata tutta sulla conoscenza dell’avversario” . Sembrano le parole di un militare più che di un allenatore, ed in fondo è proprio così. Pozzo non si è mai dimenticato del suo passato nelle file degli Alpini, non si è mai scordato, neppure per un secondo, dei sacrifici, della difficoltà e dei dolori che la guerra ha portato nelle vite di tutti; non se lo è mai dimenticato e lo ha sempre portato con sé, anche nella sua carriera da CT.

Una carriera che lo ha portato a dover confrontarsi con tantissime persone, dai tifosi ai giornalisti e ai politici che volevano mettere il becco in ogni convocazione, fino ai giocatori, ai suoi giocatori. Giocatori che in qualche modo vedeva come dei soldati, persone con cui voleva dialogare ma allo stesso tempo guidare con un piglio militaresco. Militaresco ma non autoritario, come si vede da queste parole scritte nel suo taccuino: “Lavorare in modo chiaro, lineare, schietto, in tono e sostanza tale da dare al giocatore la sicurezza assoluta dell’onesta e della dirittura di condotta nei suoi riguardi. Dividere col giocatore lavoro, fatica e sacrificio. Comandare con l’esempio. Non abbandonarlo mai. Essere con lui cordiale e gioviale anche, pur mantendo, in modo che esista senza che quasi la si senta, la distanza che sempre deve intercorrere tra superiore e inferiore” . Vittorio Pozzo non era autoritario, ma ammirava la disciplina tipica dell’esercito e soprattutto aveva vissuto la guerra, aveva visto gli orrori della guerra, conosceva le migliaia di vittime della guerra. Ed è come se, col ruolo di CT, cercasse in qualche modo di ripagare il sacrificio di quelle persone. Come se il donare una gioia sportiva potesse in qualche modo alleviare il dolore sempre presente per la perdita di un proprio caro.

squadraVinse il Mondiale nel 1934, lo rivinse nel 1938 e, nel mezzo, regalò anche la medaglia d’oro olimpica nel ’36. Questo è quello che viene in mente quando si parla di Vittorio Pozzo. Pochi però sanno cosa successe quattro anni prima che la squadra azzurra alzasse al cielo la Coppa Rimet. Mancano pochi giorni alla sfida alla fortissima Ungheria nella finale della Coppa Internazionale – una sorta di antenata dell’Europeo – e Vittorio Pozzo decide di portare la sua squadra in un posto particolare. Li porta in pellegrinaggio a Redipuglia. Qui, davanti al sacrario contenente le spoglie di oltre 100.000 soldati italiani, Vittorio Pozzo disse ai suoi ragazzi: “Quello che hanno fatto i soldati che si trovano sepolti qui e ben altra cosa rispetto a quello che dovremo fare noi a Budapest. Ma il comune sentire dell’amore per l’Italia deve essere d’spirazione per tutti noi”.  Arriva la finale a Budapest e gli azzurri, toccati da quella visita speciale e  da quelle parole così sincere e vere, demoliscono gli ungheresi imponendosi per 5 – 0. È l’inizio di una cavalcata trionfale che però, senza quella visita, forse non avrebbe avuto lo stesso epilogo.

Sì, perché il pellegrinaggio a Redipuglia non solo ha cambiato e toccato i suoi giocatori, ma ha fatto instaurare quel legame tra CT e squadra che, seppur particolare e in qualche modo distaccato, è stato l’artefice di quasi un decennio di vittorie per l’Italia. Un legame così profondo e particolare che però non nascondeva i lati più umani e per certi versi comici di una situazione del genere. Prima del Mondiale del ’38 Piola disse: “Eravamo reduci da due mesi di strettissimo ritiro. Donne niente. E in campo vedevamo non uno, ma due palloni!” Una situazione così dura che portò Meazza a supplicare Pozzo per una mezza giornata di riposo. Nonostante gli istinti militareschi, Pozzo non si dimenticò di ascoltare i suoi ragazzi e concesse la mezza giornata. Manco a dirlo gli azzurri si divertirono e rilassarono e poi portarono a casa in trionfo non solo la seconda Coppa Rimet ma anche quell’allenatore che li aveva resi grandi.

vp alpinoVittorio Pozzo è stato questo, un allenatore Alpino al servizio dell’Italia e della gente, un militare ma ancor prima un uomo che ha saputo essere più grande del fascismo di quel periodo e che è divenuto l’esempio e il punto di riferimento per un intero movimento sportivo. Un Alpino che non si è mai scordato del suo passato, non lo ha mai nascosto e ha fatto sì che pure un’esperienza drammatica come quella della Grande Guerra potesse essere d’aiuto e punto di partenza per un decennio di successi incredibili. Un decennio in cui l’Italia ha vinto tutto, e lo ha fatto guidata proprio da quel bimbo, nato pochi mesi prima della Statua della Libertà,  che da oltre 80 anni è l’allenatore Alpino di tutta l’Italia.

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