Centri cinesi, guardie franco-belghe, fenomeni argentini…l’NBA contemporanea si è ormai dovuta rassegnare alla globalizzazione che l’ha colpita, e ha proposto in misura crescente negli ultimi anni talenti provenienti dai quattro angoli del globo. Il miglior giocatore delle scorse Finals è stato addirittura Wunderdirk da Wurzburg, il che dimostra che anche i prodotti non americani ormai sanno fare la differenza nella lega più competitiva del mondo.

Il predecessore di tutti questi, che ha segnato loro la strada, si chiamava Dražen, Dražen Petrović. Croato, nato nell’allora ex-Jugoslavia a Sebenico nel 1964, dotato di un talento per il gioco con la palla a spicchi senza alcun tipo di precedenti, perlomeno al di qua dell’Atlantico; vedendolo giocare, un cronista italiano ebbe a definirlo “il Mozart dei canestri”, soprannome che gli rimase poi addosso per il resto della carriera. Poesia in movimento, movimenti rapidi, tiro immediato e preciso.

Esordisce ancora 15enne tra i professionisti, nel Šibenik, diventando titolare l’anno seguente e portando questo piccolo club al titolo nazionale poco più tardi. A 20 anni viene chiamato al Cibona Zagabria, la squadra più importante di Croazia, dove milita il fratello Aza, che fa notare a coach Novosel che forse il ragazzino ha qualcosa da dare sui 28 metri.

L’impatto è impressionante. Da squadra perdente il Cibona si trasforma in una corazzata in grado di vincere 2 Coppe Campioni, 1 European Cup, 4 scudetti slavi, più varie coppe nazionali. Dražen tiene una media di 43,3 punti a partita, un’infinità.

Nel 1987 il Real Madrid decide che sul ragazzo sarebbe bene investire, e gli offre un contratto da 4 milioni di dollari l’anno, uno sproposito per l’epoca. Lui ricambia a suo modo: agli scudetti somma la Coppa delle Coppe, nella cui finale segna 62 punti.

A questo punto, sale alla ribalta mondiale guidando la Jugoslavia alla vittoria prima dell’Europeo (1989) e poi dei Mondiali in Argentina (1990). Soprattutto, diventa impossibile anche per gli esigenti palati d’oltreoceano non notarlo, e viene scelto dai Portland Trail Blazers al draft del 1989, in un’epoca in cui per un europeo salire sull’Olimpo del basket era pressoché impossibile.

Petrović però qui è un comprimario, il suo stile di gioco, a tratti molto individualista, viene malvisto dai compagni e dall’allenatore, e pertanto viene ceduto ai New Jersey Nets, che invece pensano che possa diventare un giocatore atipico e decisivo. Ancora una volta, la fiducia si rivela ben riposta: nello spazio di due anni, Dražen si conquista un posto tra i primi quindici giocatori della lega, votato nel terzo quintetto dell’anno. Il pubblico del New Jersey, lo adora, per lo stile poetico, per i 20 e passa ad allacciata di scarpe, e un po’ anche perché non è Americano. Prima di una partita, Maxwell, guardia dei Rockets disse qualcosa come «deve ancora nascere un bianco europeo in grado di farmi le scarpe»; alla fine il tabellone diceva che il nativo di Sebenico ne aveva messi 42.

Nello stesso periodo dei citati premi, giugno ’93, torna in Europa per giocare delle partite con la nazionale croata. Il 7 del mese scende in campo contro la Slovenia in Polonia. Ne mette 30 quasi senza neanche guardare, poi sceglie di tornare in macchina con la fidanzata in Croazia, anziché in aereo col resto della squadra. Data la stanchezza, lascia le chiavi della sua Golf alla compagna (tra l’altro attuale signora Bierhoff), la cui inesperienza alla guida però risulta fatale: sbagliando una frenata finisce contro un tir, e per Dražen non c’è niente da fare.

Forse anche per questa fine tragica e prematura (a soli 29 anni), Petrović è diventato una leggenda, prima di tutto in Croazia, che lo considera un eroe della sua giovane storia (il 7 giugno è tuttora giornata di lutto nazionale), ma anche della pallacanestro in generale, inserito nella Hall of Fame nel 2002. Al Prudential Center, casa dei Nets, in alto campeggia la sua maglia numero 3, ritirata dopo l’incidente.

Ma ogni volta che in America si vede un europeo, o un non americano, primeggiare sui parquet, ci si ricorda che la strada, per loro, l’ha preparata Dražen Petrović.

Andrea Frigerio

Un altro modo di raccontare lo sport.

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