Marco Van Basten, Andrij Ševčenko, Ruud Van Nistelrooy, Simone Inzaghi e Lionel Messi. Cosa accomuna questi giocatori? D’accordo, sveliamo subito la sorpresa: hanno tutti segnato una quaterna di goal in una partita di Champions League. Già, ma all’appello ne manca ancora uno; immaginando il vostro sgomento nel leggere il nome del fratellino di Superpippo, non oso pensare cosa vi passerà per la mente sapendo che il sesto della lista è nientemeno che Miladin Pršo.

Di quelli sopra si è già detto e scritto molto; la pergamena della storia di Pršo, però, merita di essere srotolata tanto quanto e forse più di tutte le altre. Andiamo con ordine.

Il piccolo Miladin nasce nel 1974 in Croazia (allora ex-Jugoslavia), a Zara (Zadar per gli autoctoni), dove per tutti diventa “Dado”, e comincia presto a dare i primi calci al pallone nelle giovanili della squadra locale, ma già a 12 anni viene reclutato dall’Hajduk Spalato, uno dei principali club del Paese assieme alla Dinamo di Zagabria. Non è quello che si direbbe un fenomeno, ma è supportato da un buon fisico, e ogni tanto la butta dentro, il che non fa di lui necessariamente un predestinato dell’olimpo calcistico mondiale.

Sopraggiunta la guerra dei Balcani, che trasforma anche una cittadina piacevole come Zara in un inferno da cui scappare, si stabilisce, a 17 anni, a Rouen, in Francia, trovando spazio nella squadra locale. La carriera all’orizzonte non si profila scintillante, per cui il nostro sceglie di lasciare il professionismo e cominciare una più sicura attività di meccanico, giocando per hobby con i dilettanti del Saint-Raphael. Siamo nel 1995, e quella di Dado sembra la classica storia di chi ci ha provato, ma per un motivo o per l’altro (talento al massimo discreto e circostanze avverse) ha sempre trovato la strada ripida, anzi ripidissima. Ma qui arriva il bello.

Proprio in quell’anno, il suo team gioca un’amichevole contro la squadra riserve del più quotato AS Monaco; Dado gioca bene, anzi benissimo, tanto da impressionare l’allenatore avversario, che non ci mette molto ad ingaggiare il ragazzotto di Zara e portare il suo metro e novanta al Louis II.

Le pendenze, però, non vogliono saperne di addolcirsi, e così Pršo si deve accontentare, all’inizio, di giocare in prestito biennale per l’Ajaccio, prima di tornare nel Principato, a 25 anni, nel 1999. Col tempo e col lavoro diventa anche titolare, in una squadra che gioca per il titolo in patria e per fare bella figura in Europa. Finalmente può arrivare una meritata consacrazione, direte voi…ma dietro questo tornante c’è l’ennesimo scherzo del destino: nel 2002 si rompe il ginocchio, ed è costretto ai box fino all’anno successivo. La determinazione che però questo ragazzo ha maturato negli anni, consapevole che dato il suo non immenso, diciamo così, talento, nulla gli era dovuto, lo fa tornare ancora una volta, e più forte di prima. Alla prima partita segna al primo pallone toccato, e da lì in poi l’ascesa è verticale: porta il Monaco ad un passo dal titolo, e l’anno successivo lo trascina, nell’edizione più strana degli ultimi anni, fino alla finale di Champions League, dopo aver rifilato i già citati 4 goal al Deportivo La Coruna, persa poi contro il Porto dello Special One, e conquistandosi così un posto accanto a Van Basten, Messi, Sheva, che non hanno mai avuto come prima opzione lavorativa officine e motori a scoppio.

Si è ritirato nel 2006, mentre giocava nei Rangers di Glasgow, per l’ennesimo infortunio al ginocchio, a soli 32 anni, durante il derby col Celtic.

Credo che però, guardandosi indietro, Miladin in fondo si sia detto (come noi): «beh, niente male per uno che doveva fare il meccanico…».

Andrea Frigerio

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