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Il resoconto di un pomeriggio di sport e rapporti con i detenuti del carcere milanese.

carcere-san-vittore1Ci raduniamo al numero 2 (il famoso “numer duu”) di Piazza Filangieri, vestiti già da gara, con in mano solo un documento. Siamo in 10 compagni di squadra (giochiamo insieme nell’As Arca), più due adulti accompagnatori e le volontarie (il tramite che ha reso possibile l’esperienza) che vanno spesso a “dare un’amicizia ai detenuti”. Varchiamo il portone del carcere e superiamo una serie di controlli della Polizia Penitenziaria. Gradini, cancellate, corridoi. Il silenzio la fa da padrone, i colori sono scialbi e spenti. Di fianco a noi una cella è aperta per un momento, il mio sguardo incrocia quello truce e raggelante di due volti proprio da galera, accelero. Poi i secondini ci fermano e da delle scale strette scendono una serie di giovani, grossi e ben poco rassicuranti, che ci lanciano occhiate minacciose; sono i nostri avversari, stanno andando al campo. Tocca ora a noi prendere le scale, passiamo una serie di cortiletti tutti deturpati e cominci ad augurarti che non finiscano più, che il campo non arrivi mai. Invece il campo è ben vicino, ululati e grida te lo segnalano. Una stretta porta e sei dentro. “Ragazzi finite dritti dritti all’ospedale” prima frase, “occhio alle gambe” seconda. Ti guardi attorno: il cortile in cui sei arrivato è minuscolo, a forma trapezoidale e chiuso da altissime inferriate in alto. Incontri gli sguardi di occhi famelici, volti e braccia segnati dalle cicatrici, risa. Pallonate violente sul muro, e noti che le porte sono solo disegnate, che il fondo è cemento grezzo. Per di più, zero secondini, zero guardie. Siamo 10 amici, studenti universitari, e 40 o 50 di loro, criminali (quasi) di ogni risma. “Beh raga, è stato bello!” dici ai tuoi compagni. Siamo in un angolo, con le nostre belle tutine arancioblu a segnalare ulteriormente una differenza che appare già più che palese. Sulla parete una sfumatura di nazionalità e lingue: si parte con le pelli chiare degli Slavi e le loro espressioni torve, gruppetto separato; poi i Maghrebini, tanti, i più rumorosi; più in là i Latini; in mezzo qualche Italiano che tiene un po’ le redini e sparsi i Rumeni. “Forse non era il caso” penso “dovevamo aspettarcelo”. Il pentimento era ormai ben consolidato e il timore altrettanto. Ma a un certo punto vedo uno dei miei amici che sta cominciando a parlare con un maghrebino di bassa statura, si presentano. Mi avvicino e ascolto, lui sembra curioso di sapere chi siamo, allora anche io mi presento. Non è che il clima intimidatorio si sgonfi di colpo (parecchi avevano capito che venivamo da un altro carcere, il cui chiarimento al proposito servirà a placare il loro istinto di sopraffazione), non è che la mia gamba smetta di avere impulsi nervosi, però comincia ad esserti chiaro che loro sono in tutto e per tutto ragazzi della tua età e che hanno un gran bisogno di parlare e avere rapporti, di chiedere anche a qualcuno di fuori, con quella malinconia velata negli occhi. E hanno soprattutto una gran voglia di giocare a calcio, per cui, quando finalmente tornano i secondini e i nostri adulti (stavano preparando “l’aperitivo” per dopo) si comincia.

Un 4 vs 4 fatto di carambole sui muri, tocchi di suola e puntate. L’inizio è timido, che voglia hai di recuperare il pallone a un nero alto 2 metri con le braccia dure come il muro su cui sbatte il pallone? Però capisci anche che loro stessi vogliono una partita vera, vogliono divertirsi, ed è giusto proprio per loro, per regalargli una partita di calcio più vera possibile, entrare in contrasto e provare a segnare. Passiamo anche in vantaggio, e ciò che temi faccia scaldare i toni non li altera affatto. Poi però il punteggio va verso il suo destino: la loro vittoria. A ogni loro palo chiamano e “impongono” il gol, la loro porta è in fondo al budello del cortile, praticamente inarrivabile, presidiata com’è da un energumeno rumeno con due bicipiti così che appena il pallone arriva in zona ci si avventa su come se fossero le chiavi della cella. Eravamo chiaramente più bravi, ma se quel campo è inespugnabile da sempre (nel loro campionato con squadre esterne) un motivo ci sarà, e comunque resta ben presente il timore che una pallonata di troppo, un pestone fortuito possa spezzare quell’equilibrio che avverti già fragile come il cristallo.

protesta-13Nel frattempo a bordocampo quando riposi conosci alcuni di loro, un italiano e un tunisino che vanno a braccetto, e ci raccontano un po’ di loro e di lì. Son simpatici e provano anche loro simpatia per noi, cercando qualche iniziale punto in comune come tatuaggi, piercing o fantomatiche bionde del giambellino da rintracciare, tentativi a modo loro di avvicinarci fra di noi, di entrare in rapporto. Poi la partita finisce (19 – 16 sembrerebbe…) e ci si complimenta, in un terzo tempo genuino che non pensavo di imparare in galera, in fondo una delle partite più sane e vere che abbia mai giocato. I detenuti tardano a rientrare, vogliono godere di un’extra e non ascoltano i richiami dei secondini, ci scherzano un po’ su. Il pallone finisce incastrato nell’inferriata di ferro a 6-7 metri da terra, ma un po’ per l’importanza che lì dentro può avere un pallone (da noi regalatogli), un po’ per desiderio di fatica fisica, un po’ forse per quell’istinto che devi maturare di scalarle, quelle mura, Chile, uno dei più bravini a giocare, si arrampica sul canestro da basket appeso alla parete in men che non si dica e con un ultimo sforzo si allunga a prendere il pallone. Poi, tronfio del successo, fra gli applausi dei compagni, sventola nell’aria la preda e rivendica urlando: “Soy Chileno!”

Mangiamo insieme ad alcuni dei loro all’interno della biblioteca (un angusto locale di pochi metri quadrati in cui però sono riposti parecchi libri e c’è una vecchia televisione) e con due in particolare vengono fuori amicizie comuni, campi di calcio su cui si è giocato, persino sfide ai parchetti da bambini. E lì pensi alla tua fortuna, perchè fra quei bambini con cui litigavi all’oratorio, fra quei piccoli “tamarri” parecchi di loro hanno preso tutta un’altra strada, l’unica che conoscevano istintivamente per il successo o “la bella vita”, come dice Antonio. Il confine fra le vostre due storie è molto labile, ma anche molto complesso, “forse sarebbe bastato un pomeriggio particolare per prendere il bivio sbagliato” ti chiedi. Entri in carcere e pensi a una violenza, una durezza che rendono diversi da te gli inquilini e invece no, loro ti chiedono dove abiti, cosa fai nella vita, e intanto mangiate dallo stesso vassoio. Poi loro ti raccontano un po’ di dinamiche interne, di curiosità, di come aguzzino l’ingegno per rendere meno malvagia la vita in cella. E ti spiegano anche dinamiche esterne, di come “una volta che fai la bella vita, che spacciando guadagni anche 2000 euro al giorno, chi te lo fa fare di andare a lavorare?”, oppure di come “una volta che cominci a far rapine ti prende di brutto, è come una droga… e poi è facilissimo”. Ti senti un burrone sotto ai piedi. E via via il discorso diventa talmente colloquiale e sincero che tutt’a un tratto il mio sguardo devìa dalla faccia di Antonio e zoomma sulle grate a scacchi poco dietro di lui, sullo sfondo tutti gli altri complessi cupi del penitenziario che si perdono strato su strato… siamo in carcere! Pare incredibile, siamo entrati in una familiarità tale, io e i volti ben noti dei miei compagni, con un ragazzo tale e quale a noi (solo che “abbiam preso due strade diverse”, ripete spesso lui), che ormai sembrava di essere a una delle nostre normali occasioni di ritrovo, magari condividendo le patatine con un avversario dopo la partita… e invece lui in galera deve rimanerci altri sette anni… e già questo basterebbe a farmi venire una pietà enorme verso di lui… però poi la sensazione che prevale è lo sconforto più totale quando lui ti dice che, una volta uscito, tornerà “a fare quello che ho drhdsfhsempre fatto, solo stando un po’ più attento, magari con un primo lavoro di copertura…”. Lì ti cadono le braccia e se anche solo per un momento ti viene da pensare: “ma no, ma come vuoi tornare a quello che ti ha portato qua dentro?” lui sembra prevederti e precedendoti dice: “d’altronde quello so fare, c’ho la terza media… è da quando ho tredic’anni che faccio quello…”. Capisci che a quella scelta, a quella vita l’hanno portato una quantità infinita di complicate circostanze, dall’educazione, dalle scuole, dal quartiere, dalla gente incontrata, persino dalla squadra di calcio e che tu certo adesso non riuscirai a cancellare tutta la sua storia in un momento, magari con una bella frase di speranza… non lo porterai fuori te, non lo salverai così. E guardi “Pinna”, un ragazzo paffutello che tutto sembra tranne un criminale, che mentre Antonio ti racconta gli riempe di nascosto le tasche di cartacce ridacchiandosela tra sè e sè e poi dichiara: “Io se ho dodici ore di permesso vado a fare una rapina. Anzi, appena esco di qui vado alla prima banca, qua dietro, e la svaligio”.

Poi li saluti, perchè devono rientrare, il loro permesso di oggi è stato un’extra fuori da ogni quotidianità. Chile prima di andare si ficca da ogni parte le merendine avanzate, Antonio intasca i tovaglioli rossi “così quando viene mia madre a colloquio gli porto del cibo e lo servo coi tovaglioli rossi… così faccio il signore!” Poi Francesco va dal secondino e gli chiede il permesso di pulire, così sta fuori dalla cella il più possibile, e quello annuisce, quasi facendogli un occhiolino. Se prima un altro secondino aveva minacciato un ragazzo di fargliela pagare, ora questo invece comprende tutta l’esigenza che si cela dietro alla richiesta di Francesco e acconsente, forse andando anche contro al regolamento. I ragazzi scendono al piano di sotto. Poco dopo noi li raggiungiamo un momento e fra noi e loro ormai si è frapposta una grata di acciaio. Li vediamo già in preda alla noia, in un carcere che non è quella rieducazione che molti di loro non hanno neanche mai avuto ma solo sterile detenzione. Alcuni ci tendono le mani, altri ci raccomandano: “non fate come noi, fate i bravi!” Un saluto accorato, il massimo che lì si possa fare, e si scende per le strette scale e i corridoi dell’andata. Poi sei fuori dal portone, e ti piove sulla faccia, come a svegliarti da un sogno. E il mix di emozioni fortissime ti rimbalza ancora dentro come un flipper. Tutto ciò è nato da una partita, semplice e senza niente in palio. E allora finalmente ti rendi conto della forza aggregante, di cui tanto parlano ma che spessissimo declassi al rango di banalità, dello sport, cioè innanzitutto un incontro con tante vite e personalità diverse dalla tua. Coi tuoi compagni ti proponi di rifarlo. Torni a casa e sei straniato, la mamma ti aspetta e ti propone una merenda, vai in un bagno pulito a farti una doccia calda, senza limiti di tempo che non sia il fischio d’inizio della finale di Champions. E sotto l’acqua pensi ai loro volti e ti chiedi cosa mai staranno facendo loro adesso, chiusi in cella fino alla mattina dopo. Loro sono e saranno dentro a quel muro grigio ogni ora, ogni minuto per molto tempo ancora.

palllone-sgonfio-rete-corbis258x258Un’esperienza del genere può solo colpirti in un modo così profondo che speri riaccada di nuovo, perchè sempre fresca rimanga questa gratitudine per ciò che hai e perchè ti spinga ancor di più a domandarti e ti faccia maturare, ti esorti al proprio dovere e a vivere intensamente, con sempre impressi e vividi nella mente i volti di Pinna, Chile e Antonio.

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