Allen Iverson ritiro

Iverson e mammaAllen Ezail Iverson nasce il 7 giugno 1975 a Hampton. Il padre, Allen Broughton, ha 17 anni quando si incontra con Ann Iverson, anni 15, a casa della nonna di quest’ultima. L’obiettivo della serata è chiaro a entrambi, ma dopo un’ora la nonna si sveglia e Allen scappa dalla finestra. Nove mesi dopo verrà al mondo uno dei più incredibili giocatori della storia della NBA.

L’infanzia di Allen Iverson non è esattamente tranquilla, i suoi amici non sono per forza futuri dottori e avvocati e, così, prima di arrivare all’High School è già stato in galera. Arrivato finalmente all’High School, comincia a dimostrare le sue discrete doti sportive e atletiche, vincendo nello stesso anno sia il campionato di basket, giocando playmaker, sia quello di football, giocato da quarterback, anzi, a fine stagione sarà addirittura eletto miglior quarterback della Virginia. Il problema è che la sua fedina penale è già sporca, così non c’è la coda di università a offrirgli di giocare per loro, ma sarà sua madre a convincere il rettore dell’università di Georgetown a scommettere sul suo ragazzo. Due anni dopo il suo arrivo a Georgetown, dopo essere stato eletto tra i migliori cinque giocatori dello Stato, diventa eleggibile per il Draft NBA del 1996. La prima scelta è dei Philadelphia 76ers, che ovviamente scelgono lui.

Iverson botteFermiamoci un secondo ora, prima di proseguire va aggiunto un dato importante: l’altezza media di un giocatore NBA è, approssimando, tra i 195 e i 205 centimetri, e il peso medio è intorno al centinaio di kilogrammi. Perfetto. Iverson è alto 1,83 metri e pesa si e no 75 kg. Avete presente Manzoni quando descrive don Abbondio come un vaso di ceramica in mezzo a vasi di ferro? Direi che il paragone può calzare a pennello anche in questo caso. A differenza di don Abbondio però, Allen avrebbe preso a calci Don Rodrigo e tutti i bravi messi assieme. La vera differenza tra lui e tutti gli altri giocatori sta proprio in questo, nel coraggio, nella forza, nella capacità di prendere botte e rialzarsi come se ne volesse ancora e, con tutte quelle che ha preso, credo di poter dire che molti avrebbero smesso di scendere in campo. Insomma questo “cardellino”, come lo ha definito Federico Buffa, a fine stagione viene nominato rookie dell’anno, con una media di 23,5 punti, 7 assist e 2 palle rubate a partita.

La consacrazione definitiva arriva quando sulla panchina dei Sixers siede Larry Brown, che cambia il suo ruolo da playmaker a point-guard. Siamo giunti così al 2001, playoff, i Lakers di Shaq e Kobe stanno spazzando via ogni squadra che li si presenti davanti e arrivano alla finale con zero sconfitte. Gara 1 si gioca proprio a Los Angeles, per la squadra di Phil Jackson i 76ers di Iverson sembrano una formalità da sbrigare prima di indossare l’anello. Kobe e Shaq portano immediatamente i giallo-viola sul +13, tutto stava andando secondo previsione. Il problema è che Iverson non è venuto per farsi prendere in giro e probabilmente L.A. sottovalutò questo fattore. Piano piano Allen guida i suoi alla rimonta, Iverson VS Bryantandando al ferro contro tutti, buttandosi dentro, sparando da tre. In ogni modo insomma. Porterà i suoi all’over time con una performance storica da 48 punti, con l’ultimo canestro che rimane uno dei momenti più indelebili di questo sport: step-back dai sei metri e tiro, Lue (suo marcatore) messo a sedere, scavalcato e freddato con lo sguardo di chi ne ha viste tante e che ti sta dicendo: “Non ho paura di attaccare il ferro contro Shaq, a te manco ti considero”. La partita si concluderà 107-101 per Philadelphia e per i corridoi dello Staples Center si sente la voce di Allen Iverson che urla: «Potete mettere via le scope, L.A. non ci spazzerà». La serie finirà 4-1 per la squadra di Jackson, obiettivamente troppo più forte, ma provate a chiedere a Kobe qual è il giocatore di cui ha maggior rispetto, oppure a un qualunque tifoso dei Lakers quale partita si ricorda meglio delle cinque disputate in quelle Finals.

Il numero 3 rimarrà ai Sixers fino al 2006, quando verrà ceduto ai Nuggets in cambio di Andre Miller, Joe Smith e due future prime scelte, per poi passare ai Pistons, ai Grizzlies e,infine, tornare all’ovile di Philadelphia nel 2010. La motivazione di così tanto girovagare è dovuta un po’ a svariati infortuni, veri o falsi che fossero, che non gli hanno permesso di giocare con continuità, un po’ perché la sua personalità non accettava di essere escluso dal quintetto, mai. Una volta resosi conto che oramai nessuna squadra NBA lo avrebbe fatto partire titolare, prova l’avventura oltre oceano, volando in Turchia per giocare nel Besiktas. Questa volta è il suo fisico a dirgli di no: una calcificazione alla gamba lo tiene fermo sei mesi. Insieme a guai fisici, l’unica cosa che lo ha fermato è stato lui stesso, infatti molti dei problemi, salutari e con la legge, derivano dal suo amore per le bevande alcoliche e la sua propensione innata a spendere, buttando soldi per qualsiasi cosa, meglio se giochi d’azzardo. Il 21 agosto 2013 decide di chiudere la sua carriera da professionista e il 30 ottobre annuncia ufficialmente il suo ritiro, lasciando un vuoto incolmabile in questo gioco, perché tutti quanti sanno che uno come lui non esisterà più, uno con la sua forza, il suo coraggio, il suo carisma, il suo sguardo. Riassumendo la carriera, la vita di Allen Iverson, prendo a prestito una canzone di 2Pac, artista hip-hop amato dallo stesso Allen, pubblicata nel ’95, cioè un anno esatto prima dell’approdo del numero 3 in NBA: “Me against the world”. Allen Iverson against the world.

La pazzesca prestazione in Gara 1 delle Finals 2001 in cui Iverson schiantò gli imbattibili Lakers:

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