CALCIO, SPORT: CHAMPIONS LEAGUE: ARSENAL - MILAN

 

dall’Emirates Stadium: Andrea Mazzoleni

 

Come spesso il calcio ci ha ricordato, gli uomini non sono macchine, sistemi automatici che immagazzinano esperienze passate per poi determinare in toto i propri comportamenti futuri. Farne tesoro sì, ma la cosa non è mai matematica. E così può capitare di incappare in errori già visti, evocatori talvolta di antichi fantasmi il cui solo nome brucia come sale su ferite mai del tutto sanate.

Suoni quasi esoterici come “Istanbul” e “La Coruna” rimbalzavano bruciando in tal maniera nelle menti del popolo milanista mentre i cannoni dell’arsenale londinese polverizzavano ogni sicurezza di facile vittoria e non solo.

Ciò che domina, banale a dirsi, è la paura. Immobili. Incapaci di reagire. Pietrificati al solo pensiero di passare anni e anni senza sfuggire a sfottò che neanche “il piccolo Filippo” riuscirebbe a sopportare.

 

D’altronde nelle parole di Allegri prima del match “l’importante non è vincere, ma è passare il turno” si poteva presagire quel rischio che poi si è fatto realtà: se non si va all’Emirates Stadium con l’Arsenal per vincere, comunque sia, un paio di gol li prendi… e poi arriva la paura, qualche episodio sfortunato, e ti ritrovi stremato, pietrificato, piccolo e insicuro.

 

Eccoci qua. Di nuovo, da capo. Come se la Storia non ci avesse insegnato nulla.

 

Ma questa volta il finale è stato diverso. Nel secondo tempo un’altra squadra è entrata in campo; o meglio, il Milan, quello vero, quello del 4 a 0 a San Siro è entrato in campo. E non dite che ormai l’Arsenal era stanco… Vero, forse, ma non c’entra. La questione è un’altra.

Non è stato un cambio tattico, una giocata di qualcuno (chi ha fatto schifo nel primo tempo, si è ripetuto nel secondo), un calo degli inglesi o altro del genere.

È cambiata la mossa dei giocatori: spalle al muro, puoi solo attaccare. Basta sguardi al cronometro, basta calcoli e pensieri a gol in trasferta ecc… palla a terra e fare il Milan! Così si gioca. Così si padroneggia il campo. Così si segna, o si soffre come degli animali per 45 minuti: buona la seconda.

E poco importa se il tabellone dice 3 a 0, se Ibra è stato penoso, se non si è riusciti a segnare e se Abbiati è stato più decisivo di chiunque altro. A mio modo di vedere infatti, il Milan torna da questa trasferta più forte di prima, perché più cosciente dei propri limiti e debolezze, ma anche consapevole di saper cambiar marcia proprio nel momento di massimo bisogno, ridestarsi dall’ennesimo torpore mentale nel giro di un intervallo e saper soffrire, soffrire veramente come una grande squadra deve saper fare.

 

“Ciò che non mi uccide mi rende più forte” gridava Nietzsche. O forse era Nocerino? Non ricordo…

Un altro modo di raccontare lo sport.

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