weah

Sparare sulla croce rossa è da sempre un esercizio abbastanza semplice. Pur potendo risultare ipocrita, la maggior parte delle volte colpisce nel segno, generando discussioni e pareri contrastanti. Nella nostra storia, l’avrete capito, la croce rossa è lo sciagurato Milan edizione 2013/2014, colui che spara (cannonate) è invece l’ex numero 9 di una dei più bei Milan di sempre, George Weah. O meglio: dovrebbe essere George Weah, se non fosse che la mania dei fake account su Twitter, e le dichiarazioni di Fabio Parisi ci hanno convinto a diffidare della effettiva autorevolezza delle parole, ed a concentrarci sulle reazioni che avevano suscitato nell’ambiente.
a3137546567b84525f65742e2c5cd788_30538_immagine_obigAll’indomani della disfatta madrilena il fake Weah ha tuonato contro i calciatori milanisti, tirando in ballo un’intera generazione, colpevole di non avere più passione, e di ambire allo status di calciatore per amor di altri “stuff” che con l’attività sportiva hanno ben poco a che fare. La notizia, vera o meno che sia, mi ha sorpreso, tanto da riuscire nell’impresa (davvero ardua,  chiedetelo alla mia ragazza) di staccarmi dalla visione di “The Big Bang Theory”. Mi ha sorpreso perché hanno riportato in auge la frase più abusata nella vita di qualsivoglia italiano medio: “si stava meglio prima?”, tante volte distorta nel più inquietante ed ossimorico “si stava meglio quando si stava peggio?”.

Qualcuno, utilizzando il nome di Weah, ha aspramente criticato la prestazione dei calciatori di quella che definisce “la sua famiglia”, evidenziandone lo scarso impegno profuso nel deludente 4-1 subito al Vicente Calderon. Ammesso, ma non concesso, che un Milan a pieno regime avesse potuto davvero battere l’Altletico di Simeone, per inciso una delle squadre più dinamiche degli ultimi anni, le parole del fake non fanno altro che evidenziare quello che tanti hanno visto durante la gara. Una squadra svogliata, quasi certamente scoraggiata, che mai ha dato la sensazione di volerci davvero provare. Una dichiarazione di resa intervallata solo da gol di Kakà, ed incomprensibile, se si pensa alla sportivamente drammatica condizione del Milan in campionato, dove è condannato ad una stagione anonima. La Champions avrebbe potuto essere il sussulto d’orgoglio di una team che ha scritto la storia di questa competizione, ma il cui DNA è stato gravemente compromesso da un paio di stagioni di errori dirigenziali. Si perché, c’è anche l’altra faccia della medaglia nel discorso di F-Weah, che tante approvazioni ha ricevuto su internet e che protegge Seedorf e società da critiche, scaricando tutte le colpe sui calciatori, autori di una prova oggettivamente inguardabile.
abateSu Seedorf non si può che essere d’accordo, gli hanno detto di provare, di fare una squadra per il prossimo anno, di decidere chi tenere. Poi certo, da lì a piazzare Abate esterno offensivo ce ne passa, ma da chi solo qualche mese fa faceva il giocatore, non puoi pretendere invenzioni tattiche che Ancelotti ha sviluppato in tanti anni di onorata (e premiata) carriera. Ecco, a provare a difendere la società milanista ci vorrebbe un bel coraggio, oltre che tutte le doti diplomatiche della vera tigre della Liberia. Per scelta, o per necessità, il Milan recentemente è stato decisamente abbandonato in cattive acque, tanto da interrompere la maledizione che voleva che la squadra lasciata da Ibrahimovic vincesse poi la Champions League. Una gestione che più che sbagliata, è stata disinteressata, due concetti simili e che portano allo stesso soluzione.

Tuttavia, seppur il Milan è una delle squadre che più di altre mi ha sempre affascinato, ho abbastanza rapidamente spostato la mia attenzione a quella che è stata la reazione del popolo di internet a delle idee che se pur false, sembrano rappresentare il pensiero dei più. Real Madrid's Ronaldo, Beckham and Owen celebrate a goal during the Spanish first division soccer match  in MadridGli appassionati, vedono davvero nella maggior parte dei giocatori  di oggi un disinteresse per il gi(u)oco (ciao Silvio) del calcio? Davvero l’impressione che i calciatori danno, anche e soprattutto attraverso i social, è quella di ragazzini capricciosi, con vizi e vezzi da rockstar, disinnamorati dello sport e colpiti dalle luci del successo? Non è facile dare una risposta senza correre il rischio di generalizzare, anche perché, se mai dovessimo fare una statistica dei giocatori “chiacchierati” rispetto al totale, essa risulterebbe più sproporzionata del PIL pro capite statunitense. Gli Icardi, i Balotelli di questo mondo hanno dalla loro parte una forte scusante. Sono cresciuti guardando la prima generazione televisiva di calciatori, hanno sentito dei primi contratti pubblicitari di Ronaldo e di Beckham, i primi spot della Nike, e i faraonici investimenti di Florentino Perez. Sono (ed io con loro) cresciuti nel mito del calciatore, perché l’abbiamo appreso dai media. Il sogno di diventare il più forte calciatore del mondo, si è presto trasformato in quello di diventare il più pagato. Ed allora la colpa di chi è? Tutto questo per dire, ancora una volta, che tutti i mali che affliggono la società sono frutto di quei demoni nascosti dietro un laptop e una macchina fotografica che chiamiamo media? No, no, ed ancora no. Se stavate cercando un luogo d’appoggio alla critica della società moderna avete decisamente sbagliato articolo. L’evoluzione del gioco, delle regole, c’hanno consegnato questo tipo di calcio, una versione 2.14 certamente meno competitiva, ma non per questo meno emozionante dello sport più famoso della terra. Ed i suoi protagonisti ne sono ovviamente lo specchio.

Arriviamo quindi all’ultima parte in gioco, le aspettative. Le aspettative sono una componente fondamentale in qualsiasi ambito d’interesse nella nostra società. icardiIn economia, la teoria delle aspettative ha radicalmente capovolto il modo di condiverare la domanda e l’offerta (semplificandola). Nel calcio hanno fatto circa lo stesso lavoro. Abbiamo l’aspettativa di voler assistere ogni volta ad una partita che giustifichi il nostro tempo speso a guardarla. Abbiamo l’aspettativa che i calciatori debbano sempre dare il 100% solo perché strapagati. Abbiamo l’aspettativa che la tecnologia, e tutto ciò che si porta dietro, abbia cambiato solo le nostre di vite, tenendo fuori i calciatori. Tutto questo è, in maniera forse troppo semplicistica, sbagliato. L’idea stessa di competizione, contempla un fallimento. E la maggior parte delle volte, si fallisce perché non ci è impegnati abbastanza, perché non ci si è allenati abbastanza, e perché si era distratti da altro. Proprio come accade ai Balotelli ed agli Icardi di questo mondo. Non voglio firmare una sorta di apologia del calciatore moderno, esso è infatti esposto a critiche come chiunque altro operi in contesti “pubblici”. Sarebbe bene però che qualsiasi critica venga poggiata su un contesto socio-storico-culturale, che se sbagliato, rischia di distorcere la realtà.

 

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