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Una persona vuole diventare calciatore per tre motivi: perché ha voglia di giocare e non di lavorare, perché vuole fare tanti soldi e perché è abbastanza arrogante da ritenersi superiore a milioni di ragazzi che hanno il suo stesso sogno. Superficialità e ipocrisia non possono entrare in questo discorso, lo svuoterebbero di ogni razionalità visto che la superficialità è già il fondamento delle motivazioni. Questi sono i tre motivi che spingono VERAMENTE ogni ragazzo a voler essere un calciatore. Se qualcuno non crede in uno di questi può anche prepararsi ai mercoledì sera di calcetto con gli amici, tanto calciatore professionista non lo diventerà mai, a meno che non abbia il sinistro di Maradona, allora anche solamente due dei suddetti potrebbero bastare, ma il condizionale è d’obbligo.

1109193-17559798-640-360Noterete che, tra i motivi di fondo per cui una persona vuole fortemente diventare un calciatore, non c’è il voler essere un simbolo di un valore etico. Nessuno, e vi assicuro nessuno di noi professionisti del pallone, ha il sogno di diventare un emblema di qualcosa più grande di lui. Il calciatore sogna di correre dietro ad un pallone mentre il suo conto corrente si riempie velocemente poiché è più bravo di milioni di altri apprendisti calciatori d’Italia, tutto qua. Invece voi, gente dell’al di fuori, non riuscite proprio a capirlo. Noi dobbiamo essere degli esempi, noi dobbiamo essere degli eroi, noi dobbiamo essere delle bandiere. Però poi, se passiamo la settimana a fare appelli contro la guerra civile in Ucraina o contro il razzismo latente ma la domenica sbagliamo un gol già fatto o incappiamo in un autogol ridicolo, siete tutti pronti a puntarci il dito contro e a insultarci. Facile così, vero?

Ora la moda vorrebbe che tutti noi calciatori ci unissimo alla battaglia contro l’omofobia. Bene, ma posso dire chi se ne frega? L’omofobia nel calcio sembra essere diventato un argomento succulento per scribacchini e opinionisti del nulla. “Ci saranno gay nel calcio? Perché non si dichiarano i gay nel calcio? I calciatori dovrebbero mostrarsi più gay-friendly! Ecc…”. La noia, una noia tremenda. Ho quindi deciso oggi di dirvi qualcosa di più sui gay nel calcio, nella speranza (so purtroppo vana) di far tacere certe bocche sconnesse dalle menti affinché esse possano finalmente rivolgere i propri dilemmi ad altri urgenti problemi del mondo che ci circonda, tipo il successo dei leggins usati come pantaloni.

OMOFOBIACi sono gay nel calcio? Sì, ci sono, o almeno credo. La vera domanda è: perché un giocatore dovrebbe sapere che il suo compagno di squadra è gay? Ritornando ad un mio illuminante ragionamento compiuto poche righe fa: ma chi se ne frega. Quando un nuovo compagno di squadra si aggrega al gruppo vi assicuro che gli si chiede di tutto ma mai se va a letto con uomini o donne. Quindi, statisticamente, è quasi sicuro esistano omosessuali nel calcio ma allo stesso tempo difficilmente un calciatore lo ammetterà con assoluta certezza per il semplice motivo che non ne ha idea. Ma allora, si chiederanno i benpensanti, perché i gay nel calcio non fanno outing? La risposta è molto semplice: non trarrebbero alcun vantaggio dal farlo. Il mio egregio collega d’Oltremanica ha scritto che i gay dichiarati nel calcio sarebbero oggetto continuo d’insulti dagli spalti, domenica dopo domenica, e che ciò frena comprensibilmente la loro sincerità sul tema. Io vado oltre e affermo che anche i rapporti nello spogliatoio della squadra rischierebbero, per l’omosessuale dichiarato, di diventare invivibili.

Forse non è bello da ammettere, ma pensateci: nello spogliatoio siamo solo noi, nello spogliatoio ci si confronta, ci si schernisce, ci si insulta, ci si abbraccia, si passa la maggior parte del tempo in mutande e si fanno le docce insieme senza alcun tipo di pudore alcuno. L’imbarazzo che si verrebbe a creare in alcune di queste situazioni sarebbe veramente alto e rischierebbe di minare degli equilibri di squadra assolutamente fondamentali per raggiungere gli obbiettivi del club per cui si milita. Non sto dicendo che il gay è una bestia senza alcun tipo di coscienza sessuale, ma che sarebbe, dal punto di vista sessuale appunto, come far accedere un uomo etero in uno spogliatoio di pallavoliste sempre in mutande o nude sotto la doccia: dell’imbarazzo si creerebbe, è fisiologico. A ciò bisogna poi aggiungere che in un gruppo di 20/30 uomini gli idioti e gli stronzi esistono sempre. Cassano, in una ormai famosa conferenza stampa in Nazionale disse: «gay in Nazionale? Affari loro, spero di no». Ecco, io anche spero di no, ma per loro, per gli eventuali omosessuali, perché sopportare tanta ignoranza in silenzio e senza andare ad intaccare gli equilibri di un gruppo non dev’essere facile, anzi, dev’essere praticamente una tortura.

f2e573fd792979706fb13ce42efe4d81_169_lDa ciò che ho appena scritto avrete capito che gli spogliatoi sono ambienti profondamente superficiali e maschilisti e in parte è così. In settimana, prima e dopo l’allenamento, si parla del tempo, di calcio (naturalmente), di figa (e non di donne, la distinzione è importante perché se parlassimo di donne sarebbero tutt’altro che discussioni superficiali), di politica e non di amore, domande esistenziali e poesia. Gli argomenti sono principalmente superficiali perché non si può pretendere che tutti i componenti degli spogliatoi siano migliori amici. Ci si parla, si scherza, ci si confronta ma sempre con la consapevolezza che i compagni te li sei ritrovati, non te li sei scelti. Il maschilismo invece è solamente un residuo arcaico, nel senso che ho avuto allenatori, anche di alto livello, che ci spronavano urlandoci epiteti come “checche” o “finocchi”. Erano tutte bravissime persone (a parte uno) e ho l’assoluta certezza che se un loro giocatore si dichiarasse gay non avrebbero alcun problema a supportarlo e aiutarlo, ma l’ignoranza di fondo permane. “Checca” o “finocchio” per loro sono solamente termini della routine oratoria, al pari di “scansafatiche” o “pigro”, sono il tocco di colore, perché sono sempre stati abituati così.

Capirete quindi che davanti a questi dati di fatto noi calciatori potremmo anche essere più gay-friendly ma ciò non cambierebbe l’evidenza, ovvero che difficilmente un calciatore, nel pieno della propria carriera, avrà voglia di dichiarare la propria omosessualità. Io abbraccio fortissimo Daniele Dessena e Moscardelli, colleghi e amici, che stanno portando avanti la campagna denominata Allacciamoli attraverso un semplicissimo gesto, ovvero l’uso di lacci arcobaleno per la scarpe da gioco, e prendo posizione forte di contrasto verso tutti quei trogloditi della rete che li hanno insultati. Allo stesso tempo però mi chiedo anche quanto ciò possa realmente servire, in un Paese in cui i diritti delle coppie omosessuali non vengono presi in considerazione e in cui anche in Parlamento siedono omofobi fatti e finiti. La convinzione che possa essere il calcio e possano essere i calciatori a cambiare il pensare comune è un errore di fondo. Noi non siamo né un motore né un mezzo, noi siamo solamente uno specchio. Sul terreno di gioco potremo portare tutti gli arcobaleni che volete ma in fondo ad essi scordatevi di trovare una pentola d’oro, troverete solamente la società.

4 Commenti a “Tutto l’arcobaleno del calcio

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