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Pronti-via ed ecco che uno si scopre a urlare per tre ragazzi sovrappeso che infilano un centro dopo l’altro, come neanche Robin Hood al celebre torneo in cui si presentò travestito da “Gambeaspillo la cicogna del Devonshire”.

 

Viene da chiedersi come sia possibile soffrire, emozionarsi e pure commuoversi per dei tiri con l’arco compiuti da atleti magari conosciuti, soprattutto se già protagonisti nelle edizioni precedenti dei Giochi Olimpici, ma tuttavia estranei se paragonati ai calciatori o alle star di altri sport, di cui conosciamo vita morte e miracoli. È la magia delle Olimpiadi, su questo non ci piove, ma cosa scatta nel tifoso italiano medio per farlo trepidare di fronte a sport che per quattro anni ha costantemente ignorato, cambiando immediatamente canale se per sbaglio ci incappava facendo dello zapping?

 

 

Forse è proprio questo essere sport di nicchia a far sì che ce ne affezioniamo così velocemente, è proprio questa dimensione molto umile, quasi dilettantesca in alcuni casi, a farci innamorare.

Marco Galiazzo, Michele Frangilli e Mauro Nespoli potrebbero essere i nostri vicini di casa, potrebbero essere i nostri colleghi di lavoro o i compagni del calcetto del giovedì sera. Qualche chilo di troppo, cappellino non proprio trendy e una genuinità nello stare al centro delle telecamere che ce li fa sentire vicini. Anche loro, esattamente come noi, non sono abituati ad essere delle star, e non hanno alcuna intenzione di diventarlo. Semplicemente sono tre italiani con una grande passione, il tiro con l’arco, una passione in cui sono bravi e che si divertono a praticare anche senza finire in prima pagina sulla Gazzetta ogni settimana.

 

In Galiazzo, Frangilli e Nespoli è facile identificarsi, sono gente come noi, che tempo qualche giorno nessuno si ricorderà più. Ma a loro non importa, si sono divertiti, hanno pure vinto, hanno in tasca una medaglia d’oro che potranno appendere sopra il camino, e sono felici così, anche senza sponsorizzazioni, ingaggi milionari, festini con veline e ribalta mediatica.

 

Ma c’è anche un’altro elemento che ha reso simpatico e familiare agli spettatori italiani questo terzetto di arcieri, ed è stato vedere come giocassero per la vittoria senza tuttavia farne un’ossessione. Erano lì per divertirsi, per dare del proprio meglio e inseguire un sogno e, senza sfociare nel decoubertiniano (e falso) «l’importante è partecipare», si vedeva come non ci fosse disperazione o rabbia per un tiro andato male, semmai della giusta delusione agonistica.

 

Le Olimpiadi ci piacciono e ci appassionano proprio per questo, perché al fianco delle Pellegrini, dei Bolt, dei Neymar e dei Lochte c’é anche gente come noi, ci sono anche i Frangilli, i Nespoli e i Galiazzo, che conducono un’esistenza normale, che non hanno pretese di ribalta e che se il mese prossimo incontreremo sul tram potremmo benissimo non riconoscere. Tre ragazzi senza appeal, che però sono stati in grado di fare centro nel nostro cuore con la propria semplicità.

 

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Leggo Tex Willer e fumo Camel Light.

4 Commenti a “Tre ragazzi senza appeal (e sovrappeso)

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