Paris Saint-Germain's Javier  Pastore

«Pastore è un maleducato del calcio, tocca la palla come se avesse giocato 4-5 Mondiali». Le parole sono di chi, del calcio, è stato e forse sarà per sempre, il Dio: Diego Armando Maradona. Siamo in piena Coppa del Mondo sudafricana, l’Argentina ha appena vinto 2-0 contro una Grecia obiettivamente non irresistibile, chiudendo a punteggio pieno un girone ancor meno irresistibile di quella Grecia. Hanno segnato Palermo e Demichelis, ma una delle domande per il CT dell’Argentina riguarda appunto lui, El Flaco. Sì, perché si prende alcune confidenze con il pallone davvero permesse a pochi, a tratti indispettisce per quella innaturale propensione a fregarsene di tutto il resto e continuare a giocare, come sa, come vuole. Come contro il Lione. Nona giornata della Ligue 1 2011/2012, Pastore gioca una partita di una bellezza estetica abbacinante, sempre ad uno, massimo due tocchi, gli riesce tutto con irrisoria facilità e segna anche il gol dell’1-0, entrando in area lanciato in velocità, via un difensore, tiro ad incrociare, mezzo errore di Lloris e gol. Irrisorio. Javier viene eletto giocatore del mese di settembre, il suo primo con la maglia parigina. Ha fatto 5 gol (tanti quanti Gameiro) ed ha trascinato il PSG in cima alla classifica.

Pastore bambino TalleresIl finale di quel campionato però è quanto mai emblematico, un piccolo specchio, dal riflesso del quale spiare Pastore. Il PSG dei milionari perde il titolo, a discapito del piccolo Montpellier e del suo primo (e fino ad ora unico) anno di gloria. Pastore di quella squadra rappresenta l’investimento massimo, 43 milioni incassati da Zamparini per lasciarlo andare, il trasferimento più oneroso (in entrata) per il campionato francese. Javier però non è come quella squadra. Quelli giocano male, vincono in maniera molte volte stentata. Lui no, a lui sembra non importi vincere stentando, a lui piace giocare a calcio, a futbol. Come quando era in Argentina, nella sua Argentina. Javier Pastore nasce in una caldissima estate del 1989 a Cordoba, la seconda città dell’Argentina, industriale nonché di stampo coloniale. Cordoba è, come molte città argentine, gemellata con alcune italiane. Nella fattispecie Napoli e Torino. Ed è dalla provincia di Torino, Volvera per la precisione, che la famiglia Pastore parte per arrivare ai piedi della Sierra Chicas. Javier cresce in maniera abbastanza veloce, raggiungendo una discreta altezza già molto presto. Ma è magro, molto magro, tanto che al Talleres (la squadra di Cordoba che per prima lo nota) lo chiamano “el flaco”, il magro. Di quel Talleres, Javier è, manco a dirlo, il diamante più luccicante. Loro uno come quello non l’avevano mai visto, e, forse, manco più lo vedranno. L’Atletico Talleres Central Cordoba venne fondato nel 1913 da alcuni lavoratori della Cordoba Central Railway. Una storia mai troppo gloriosa, una qualificazione alla Coppa Libertadores 2002, una Coppa CONMEBOL (la Coppa UEFA sudamericana) nel 1999 e poco altro. Quella storia però rischiava di finire nel 2004, quando i debiti avevano strangolato le casse del club. Se non fosse che Osvaldo Piazza, un dirigente (ex giocatore) argentino del Saint Etienne offre un “salvataggio” in cambio di una sorta di diritto di prelazione sui loro migliori talenti. Tra cui, ovviamente, c’è Javier Pastore.

A 15 anni, Pastore compie il suo primo viaggio in Europa, in compagnia di altri 4 giocatori del Talleres. La prima tappa francese va malaccio, ma si continua. E si arriva a Villareal, dove Pastore e co. vengono scartati di nuovo. Nella vita del Flaco però accadono due cose, a loro modo collegate, che molto hanno a che vedere con il suo futuro. Durante quel provino, si consuma il primo vero equivoco tattico della carriera di Pastore. Viene piazzato sulla fascia, a correre, a lottare. E lui, che pure ha doti aerobiche spaventose, non gradisce. «Non capivano che dovevo giocare al centro, da regista» disse tempo dopo «però quello è stato comunque uno dei più bei giorni della mia adolescenza, ho conosciuto Romàn, il mio vero idolo.» Quel Romàn è Riquelme, in quegli anni impegnato a trascinare il modesto sottomarino giallo ad un passo dalla finale di Champions, fallita proprio per un suo errore dal dischetto. Non è un caso, non può esserlo, che Javier, magro, veloce, agile, scelga Riquelme come esempio. Lui che gioca da fermo, che è molto riflessivo ma allo stesso tempo emblema del trequartista, del numero dieci di una volta. No, non è un caso, come non lo è il fatto che per tutta la carriera Pastore sembrerà non sfruttare mai a pieno tutte le sue possibilità, soprattutto fisiche. Corre poco, pochissimo senza palla, ama averla al piede, creare gioco più che driblare, mandare gli altri dentro più che tirare. È per questo che Pastore non somiglia a Kakà, o comunque ci somiglia molto meno di quanto si credesse ai tempi dell’Huracan.

pastore huracanDue anni dopo l’escursione Europea, Javier arriva a Buenos Aires, sul campo dei Queremos (i piromani). Si era innamorato di lui Carlos Alberto Babington, allora presidente dell’Huracan, uno che fa parte dell’esclusivissimo club di quelli che son stati giocatori, allenatori e presidenti della stessa squadra. I soldi tuttavia non sono troppi e il ragazzino costava già caro. Era davvero forte, lo si vedeva svettare sugli altri con una facilità surreale. Per averlo Babington è disposto a fare follie ed, in effetti, una la fa. Si fa aiutare nell’acquisto di Pastore da una holding argentina che prende il 55% del cartellino del ragazzo contribuendo con 200.000 dollari al totale di 500.000. Tutto molto complicato, perché qualche mese dopo l’Huracan acquisterà un 10% del giocatore e, soprattutto, Marcelo Simonia (manager di Pastore), dalla sua cessione al PSG, ricaverà circa 12 milioni. Con la squadra di Buenos Aires 31 partite, 8 gol, tanti assist, e sprazzi accecanti di quella classe cristallina che gli valgono la chiamata dall’ Europa, stavolta dalla porta principale, per mano di Walter Sabatini e del Palermo. Grande scoperta sì, ma a 5 milioni. Mica spicci. La sensazione diffusa d’aver fatto l’affare c’è, si è preso uno bravo, e nonostante i luoghi comuni che affliggono le prestazioni di tanti sudamericani, Javier ha un’idea diversa. Gioca come se la pressione non esistesse, come se i momenti della partita fossero sempre uguali.

Ottobre 2009, durante il suo primo anno in Italia, contro la Juventus al Barbera . Pastore ruba palla, va via in dribling e la mette perfettamente sulla corsa di Cavani, che infila Buffon. 1-0. Circa un anno dopo, Javier El Flaco gioca “la partita perfetta”. Stende da solo il Catania nel derby, con una tripletta destinata alla memoria eterna dei rosanero. Ci sono due momenti clou nella partita, che sono la massima espressione della cifra stilistica di Pastore. Nel secondo gol, riceve al limite dell’area. Non si porta semplicemente il pallone sul destro, ma lo alza leggermente e poi colpisce controtempo non avendo cosi bisogno d’angolare più di tanto. Andujar ci fa una brutta figura, e Pastore doppietta. Irrisorio. Come contro Lloris nel 2011. L’azione simbolo del “pastorismo” invece arriva poco dopo. Prende palla sulla trequarti, ed esattamente con lo stesso movimento fatto contro la Juve punta la porta, ad una velocità sempre inferiore a quella che potrebbe raggiungere, allarga su Ilicic mettendolo in porta.

Ancelotti-Une-belle-confirIl centro della trequarti. È lì che Javier deve giocare. Lì che riesce a divertirsi, praticare senza problemi il suo calcio maleducato. È anche lì che può permettersi di perdere qualche pallone in più, senza che la situazione sia irrisolvibile da un fallo di Matuidi o di Migliaccio. Forse è anche per questo che alla guida per PSG venne chiamato Carlo Ancelotti, uno che ha sempre giocato “col numero 10”, a volte utilizzandone addirittura due. L’allenatore emiliano però è celebre anche per altro. Ha inventato il miglior playmaker della storia del calcio, dovreste conoscerlo: di nome Andrea, di cognome Pirlo. Pirlo, che nasce numero 10, alterna fortune tra Brescia ed Inter (dove qualcuno lo chiamava Pirla) prima di esplodere (forse è anche riduttivo) a Milano, sponda rossonera. Quella grandissima intuizione deve esser rimasta molto cara ad Ancelotti, che la ripropone altre volte in carriera, diversa nei modi ma non nella sostanza. È lo stessa che gli riesce con Modric ed in parte con Di Maria (come mezzala) nel bellissimo Real di quest’anno, la medesima che prova ad applicare anche al suo PSG. Carletto prende la sua (quasi) seconda punta tecnica, brava nel palleggio e con un’ottima visione di gioco, e la retrocede a mezz’ala, come aiuto per il regista basso nell’impostazione del gioco. Ma anche lui, alla fine, che pur aveva vinto una Champions League con Rui Costa e un’altra con Kakà e Seedorf, si arrende all’evidenza dell’incompatibilità del numero 10 nel calcio 2k14, e passa alle due ali.

In quella stagione con Anecelotti, Pastore colleziona 34 presenze, ma mette a segno solo 4 gol contro i 13 dell’anno precedente, raddoppiando però il numero dei suoi assist. Alla somma dei pesi, l’esperimento non ha funzionato. Perché un numero dieci, un vero numero dieci, difficilmente riesce a trovare collocazioni tattiche alternative. Perché un vero dieci non lo riconosci dalla posizione che occupa in campo, ma da quella che si va a cercare. Perché un vero numero dieci non può coprire 50 metri di campo, ma inventa la giocata. In questa stessa definizione c’è tutta la fragilità di Pastore come giocatore, di un talento incommensurabile ma poco funzionale a determinate (forse troppe) situazioni tattiche. Ad un certo punto la sua carriera sembra spegnersi nell’anonimato. Un giocatore qualsiasi di un’ottima squadra, tutto quello che Pastore non è nato per essere. Sembra spegnersi come una candela, profumata e ben decorata. Pastore è debole perché è difficile metterlo in condizione di far bene. Pastore è un fenomeno perché fa giocate come quelle del 2 Aprile 2014. Quarti di finale contro il Chelsea, e punteggio di 2-1. Javier entra e va a posizionarsi sull’odiata fascia. Dalla linea di fondo addomestica un pallone, mette a sedere un avversario, destro-sinistro su di un altro, entra in area e con un sinistro beffardo batte Cech. Ancora con un tiro non imparabile. Il tiro alla Pastore. La partita seguente Pastore non la gioca, il PSG esce dalla Champions per colpa del braccino del suo tecnico, della sfortuna, e delle diaboliche trovate di Mourinho. Uno che con Pastore proprio non andrebbe d’accordo.

C’ha provato El Flaco, ha provato più d’una volta a cambiare il corso delle cose. Dicono si alleni sempre al meglio, confermano i test fisici, che a Palermo parlavano di un’atleta fuori dal comune. Eppure la sua carriera per adesso è ferma lì, a metà tra la gloria e la sconfitta, tra Riquelme e Zidane, tra la possibilità di essere un buon giocatore, o un dies immortale.

Rispondi