Tito Vilanova

Non doveva andare così, non doveva finire così. Facile dirlo ora, ma difficile anche dire altro. Le certezze spariscono innanzi ai fatti, sempre, inconsapevolmente, arrendevolmente. Tito Vilanova è morto e non doveva morire. Lo so, banalità e superficialità, retorica e vacuità. Avete ragione, ma come si può dire qualcosa di diverso? Nessuno a 45 anni dovrebbe morire di cancro. Poi succede all’ex allenatore del Barcellona più forte di tutti i tempi, all’ex vice allenatore di un tecnico che sarà per sempre nei libri della storia del calcio, e allora anche chi ha avuto la fortuna di non esser mai stato toccato o sfiorato da un lutto così doloroso, una sofferenza così intensa, cerca di capire, di domandarsi e di darsi risposte. Ma non ci sono risposte e volendo dirla tutta non ci sono neanche domande. È successo e non doveva succedere, tutto qui.

Guardiola e VilanovaVilanova non doveva neanche sedersi sulla panchina del Barcellona a sostituire Pep Guardiola, non perché era già malato, ma perché anche se fosse stato sano, anche senza quel maledetto cancro che già da un anno si nutriva del suo corpo, non poteva funzionare. Lui era il secondo di Guardiola ed a meno di un azzeramento totale delle proprie convinzioni calcistiche, quando lavori così a lungo con un allenatore che plasma un concetto nuovo di calcio, non riuscirai mai ad allontanarti da esse. Il Barcellona, sotto di lui, ha dato vita ad una sorta di Democracia Catalana, che a differenza di quella Corinthiana del Dott. Socrates, si fondava però su due pilastri intoccabili ed assolutamente apolitici: tiki-taka e palla a Messi. Davanti a questa basica democrazia un allenatore a che serve? E infatti, parlando con schiettezza, Vilanova non fu mai l’allenatore del Barcellona. Anche senza Guardiola è stato il vice di Guardiola. Ma come criticarlo? La sua battaglia la stava combattendo ben lontano da un campo di calcio, ben lontano dalle pettorine d’allenamento.

La domanda che mi sono fatto ieri, dopo la sua morte, è stata se possa averlo aiutato nella sua battaglia, la stagione scorsa, essere stato almeno formalmente un allenatore. Avere un ruolo sociale, non sentirsi inutile, malato e con la data di scadenza incisa sulle chiappe. Tutti abbiamo una data di scadenza, ma non la conosciamo e non la mostriamo. Certi malati invece, piaccia o meno, non possono fare altro che conviverci con quella, improvvisamente consapevoli che esiste, incolpevolmente post-it per tutti noi: la morte c’è. Credo che essere visto dal mondo come l’allenatore di un club, poteva essere anche la Giana, l’abbia aiutato ad avere qualche forza in più. È solo una sensazione, non c’è certezza ed anche se ci fosse, come ho detto, questa sparisce innanzi ai fatti. Però sì, credo che nonostante l’inutilità del suo ruolo formale di tecnico di quel Barcellona post guardiolano, al mondo non ci sia mai stato allenatore che più di lui fosse convinto di esserlo, avesse bisogno di esserlo.

Tito-Vilanova-da-l-addioPurtroppo non è bastato, non poteva durare in eterno. Il Barcellona s’è accorto di aver bisogno davvero di un allenatore e Vilanova s’è reso conto di doversi fare da parte. La sua malattia ha poco a che fare con il calcio e non c’è alcuna morale che possa essere cavata fuori dalla sua storia. Non diventerà un mito, non sarà leggenda, sarà uno dei tanti che ogni giorno nel mondo lottano contro una malattia, lottano contro il dolore fisico che provano ed il dolore del cuore frantumato dei propri cari, lottano contro i pregiudizi che ogni malattia si porta dietro e contro i luoghi comuni e le frasi fatte dei conoscenti che incontri per strada. Sarà uno dei tanti che ha lottato ma ha perso. Eppure la consapevole inutilità con cui è stato seduto sulla panchina del Barcellona per una stagione, tra mesi di cure ed assenze giustificate, nasconde una dignità immensa. Tanti, anche Guardiola, dissero che non avrebbe dovuto accettare, che avrebbe dovuto dimettersi, che non poteva, nella sua condizione, allenare. Vilanova fu egoista, pensò a sé, non voleva diventare un invisibile, uno dei tanti invisibili nel mondo. Lui sedeva su quella panchina per tutti loro, ma soprattutto per sé stesso e faceva bene, cazzo se faceva bene. Perché non doveva accettare? Perché avrebbe dovuto dimettersi? Vilanova non sarà leggenda, ma sarà uno dei tanti, uno dei troppi, e soprattutto per questo merita una preghiera in più, perché ha dimostrato che è quando si diventa invisibili che si muore. Ci ha provato a non diventarlo, non ce l’ha fatta.

Ecco, se proprio volete una morale prendetevi questa: è quando si diventa invisibili che si muore. E la malattia ti porta all’invisibilità. Se potete aiutate i malati a non diventarlo mai, il modo lo decidete voi. Vi dico già che probabilmente non ce la farete, probabilmente fallirete. Non è una gran morale vero? Avete ragione, ma non trovo altro che possa dirci la morte di Vilanova, il più visibile degli invisibili. Pace all’anima sua.

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

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