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Nell’era della comunicazione digitale tutti noi abbiamo la possibilità di far echeggiare le nostre opinioni in giro per il mondo, si sa. Facebook, Twitter, e altri social newtork ci permettono di restare in contatto con piccole e grandi comunità di tifosi che condividono con noi la nostra stessa passione, e ci permettono di arrivare talvolta anche all’orecchio delle stesse società di cui si chiacchiera, fornendo pareri, giudizi, e critiche. È il prosumer che entra anche nel calcio. Una sorta di dodicesimo uomo in società, perlomeno in quelle che abbiano ancora a cuore un minimo il legame coi propri tifosi (si veda ad esempio la vicenda del logo dell’Everton).

antonello-vendittiCome nella vita reale però,  ci sono opinioni che tendono ad essere prese in considerazione più di altre, o perlomeno a fare più rumore. Sono quelle dei tifosi cosiddetti illustri, gente di spicco, vip per tagliare corto, dichiaratamente schierati, che si dilettano a commentare le vicende della loro squadra. Nulla di male in questo, sia chiaro: cosa succede però quando tutto ciò accade in un paese caratterizzato da una tremenda carestia di notizie calcistiche, e oltretutto impelagato in un giornalismo sportivo asfittico, con un pubblico sempre più lasciato in balia del fanatismo delle tv locali? Un disastroso cortocircuito comunicativo.

La cosa paradossale però, è che ultimamente, soprattutto in Italia, pare che l’intervento di questi tifosi sia diventato in certi casi quasi necessario.

La vicenda più recente riguarda Antonello Venditti, che, dichiaratamente scontento dell’attuale gestione della Roma, ha addirittura minacciato di ritirare il proprio inno, non riconoscendosi più in quello che la sua società pare essere diventata.

Venditti è stato criticato, anche da giornali importanti, con l’accusa di non avere titolo di occuparsi di vicende del genere; il punto però non è tanto se Venditti debba o meno intromettersi in questioni di questo tipo, il punto è che Venditti, ahinoi, ha ragione.

La Roma -ne avevamo già parlato- sta vivendo una gestione indecente, le cui uscite del presidente Pallotta non fanno altro che aggravarne un’immagine già compromessa. Un nuovo logo simile a quello delle maglie tarocche dei mercatini di Porta Portese, la scelta di portare personalmente a Papa Francesco la maglietta dei Boston Celtics anziché quella della Roma (cosa voleva di più per farsi pubblicità gratis?!), e via dicendo. C’è chi dice addirittura sostiene che nella scelta di far cantare PSY al derby della finale di Coppa Italia, travolto da bordate di fischi bipartisan, ci sia stato anche il suo zampino. Sicuramente la cosa aveva tutto dell’americanata, e fortunatamente a noi, malgrado tutto, le carnevalate da Superbowl tendono ancora a non piacere.

Insomma, con una dirigenza allo sbando, Venditti ha sollevato un problema di cui forse a livello sportivo fuori dalla capitale si tende a parlare poco. Ecco perché, malgrado le relative basse competenze manageriali, la sua uscita non è stata proprio fuori luogo.

bonolis interNon è solo a Roma però che la voce dei vip entra in contrasto con le vicende societarie. Un  altro esempio è quello di qualche mese fa, quando Paolo Bonolis, uno dei pochi a farlo, si schierò apertamente contro la serie di generose concessioni di rigori al Milan. Toni forse un po’ troppo polemici e accusatori, ma sicuramente ben più chiari di quanto ad esempio non fece la sua stessa Inter, che al contrario durante la passata stagione venne ripetutamente danneggiata, per non parlare di casi imbarazzanti come la vicenda Sneijder, comunicativamente prestati a uno scaricabarile intollerabile anche nella più modesta delle aziende.

Insomma, questi tifosi, piaccia o non piaccia, si fanno sentire più delle stesse società per cui parteggiano. E vengono attaccati, spesso, con l’accusa di parlare di cose che non gli competono. Una sciocchezza, tipicamente utilizzata nella retorica dell’italiano medio quando anziché argomentare sul fatto si preferisce attaccare sul personale il proprio interlocutore, magari perché estraneo al campo di cui la discussione tratta, e quindi non autorizzato ad esprimere un suo parere.

In quest’epoca la comunicazione è tutto. Se non ne si prende atto in un momento in cui il calcio è chiamato a una ridefinizione radicale dei suoi standard, allora la società di turno è destinata ad avere problemi. Roma e Inter, soprattutto in un momento così travagliato per entrambe –nuove gestioni, possibili acquisizioni, e i soliti conti in rosso…- farebbero bene a pensarci meglio, e a fondare una riorganizzazione che tenga questo come un punto fermo da cui ripartire.

Che figura farebbe Galliani se domani un Diego Abatantuono prendesse posizione al suo posto?

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