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“White man can’t jump”, questo è il titolo del film uscito nel 1992 sul basket di strada, con un Wesley Snipes (sì, quello di Blade) nei panni di un re del campetto e principe delle truffe e un Woody Harrelson (sì, quello di “Non è un paese per vecchi” o di “La sottile linea rossa”) nelle vesti del bianco che sfida i grandi dell’underground di Venice Beach. Quello su cui ci dobbiamo white jesusconcentrare è però il titolo: “White man can’t jump”, ossia, “L’uomo bianco non salta”. Un semplice titolo di un film fa subito capire che negli USA oramai è assodato che il dominio sotto canestro, e un po’ il basket in generale, è roba dei neri. Da quando? 1966, finale NCAA, Texas Western Miners contro Kentucky Wildcats. La squadra di El Paso, Texas, schiera un quintetto e una panchina formata solo da afroamericani, scelta del coach Don Heskins, che nel 1997 entrerà nella Hall of Fame e che in quella serata ha cambiato la storia del basket battendo 72-65 i bianchissimi, divisa compresa, ragazzi di Kentucky.

Quando si gioca quella partita Bill Rieser ha appena sei anni, è nato a East Harlem, meglio conosciuta come Spanish Harlem, nel quartiere chiamato Second Little Italy. Come lui stesso scrive nella sua biografia: “Second Little Italy was a five-block area, where the most dominant employer was a family business called the Mafia”. Non credo ci sia bisogno di tradurre. Cresce in una famiglia italo-americana, composta anche da membri di spicco della mafia degli Stati Uniti, ad Harlem, dove  la popolazione è composta praticamente solo da neri e Portoricani, le strade sono dominate dalle gang. In un posto del genere non puoi avere una vita normale.

La famiglia di Bill non è ricca e non può permettersi una scuola privata, così passa i primi anni di elementari in una scuola pubblica. Anche qui, la maggior parte degli studenti sono afroamericani e sono negli anni in cui vengono educati a disprezzare i bianchi. Il nostro è già alto per la sua età e quando un altro ragazzino quasi alto come lui lo vede come un pericolo per la supremazia fisica nella classe, inizia a provocarlo, ogni giorno, sempre di più, sempre di più fino al punto in cui Bill perde le staffe e dopo avergli fatto capire che accettava il confronto, lo sdraia senza nemmeno il tempo di fargli finire l’ultimo insulto. Schermata 2013-07-24 alle 16.46.52Pessima mossa. Il ragazzo umiliato lo aspetta fuori da scuola il giorno dopo, ma accompagnato da due amici, più grandi ovviamente, che lo prendono, lo fanno inginocchiare, gli aprono la bocca e gli bucano ripetutamente la lingua con una bottiglia rotta. Questo è solo uno degli innumerevoli episodi traumatici che hanno caratterizzato  l’adolescenza di Bill. La madre non appena vede il figlio tornare a casa da scuola sanguinante decide di trasferirlo in una scuola privata gestita da suore, più costosa ma di gran lunga più sicura. Durante il periodo tranquillo della sua adolescenza Bill gioca a baseball e si convince che quello sarà il suo sport, fino al giorno in cui un suo compagno gli chiede di far parte di una squadretta di basket della scuola. Lui, che non aveva mai toccato la palla a spicchi, accetta solo per far contento questo suo amico. È la svolta. Da quel momento in poi Bill abbandona il baseball perché, come scrive lui stesso, “basketball came easy to me” e in più uno sport del genere gli dà la possibilità di sfogare la sua rabbia repressa nata dalla sua adolescenza movimentata. Con una media di 25 punti a partita e di quasi altrettanti rimbalzi Bill capisce che può davvero sfondare, così ringrazia le suore per avergli mostrato la via e decide di trasferirsi alla Benjamin Franklin “to showcase my game”. In questa nuova scuola Bill è uno dei quattro ragazzi bianchi su i 2,500 studenti, i primi giorni riceve minacce da chiunque passi per i corridoi, ma una volta messo piede in campo e dimostrate la sua forza e la rabbia con cui gioca, le minacce si trasformarono in grandi “high-five” e inviti a giocare al campetto. Quel ragazzo bianco stava davvero iniziando ad avere successo, per la prima volta in vita sua era ammirato e rispettato da tutti. Al campetto ha la possibilità di vedere giocatori come Julius “Dr. J” Erving e Connie Hawkins, due future stelle NBA, può giocare contro gente del calibro di Joe “The Destroyer” Hammond e Herman “Helicopter” Knowings e non uscirne umiliato. In questi anni al Rucker Park si guadagna il soprannome di “White Jesus”, in risposta al leggendario Black Jesus dominatore del Rucker. Questo appellativo deriva sia dal suo colore della pelle, sia dalle stimmate sui polsi dovute alla forza con cui schiaccia. Le caratteristiche che lo rendono famoso sono due: è capace di saltare 111 cm da fermo e non schiaccia per dare spettacolo, ma per umiliare il suo avversario. Lui stesso racconta che quando era lanciato in contropiede uno-contro-zero appoggiava semplicemente la palla al tabellone, altrimenti volava sopra la testa di chi aveva davanti e schiacciava “to make him cry”, per far piangere chi difendeva su di lui.

bill rieser biographyÈ chiaro il suo futuro tra i professionisti e le offerte per lui piovono da ogni parte, UCLA, Louisville, Notre Dame e Purdue prendono contatti con lui, ma la Ben Franklin High non vuole privarsene e, a sua insaputa, risponde che il ragazzo vuole restare dove si trova. Tra le offerte c’è anche quella del Centenary College di Shreveport, non certo la più prestigiosa di quelle sopracitate, ma uno dei proprietari per convincere Bill gli compra una macchina e gli promette tra i 100 e i 300 dollari a partita, soldi veri nel 1978 soprattutto per un diciottenne. Così Bill sceglie di seguire i soldi, e alla fine di ogni partita si ritrova sotto il sedile la sua paga, più alta in base allo spettacolo dato in partita, indipendentemente dal risultato, in sostanza, senza rendersene conto, questo prodigio dell’atletica e del basket viene trasformato in un numero da circo. Ora, credo sia inutile se vi dico in che modo un ragazzo di 18 anni nato e cresciuto a East Harlem spende tutti quei soldi. I fatti raccontano che una sera si rompe il ginocchio destro, no, non durante una partita, ma cadendo dalle scale dopo una serata a bere birra fino al limite di sopportazione umana. I medici delle squadre di College alla fine degli anni ’70 non erano per forza dei luminari, così lo aprono, spostano qualcosa e lo richiudono, non tornerà mai a saltare come prima e mollerà il basket per il troppo dolore causato dagli sforzi del gioco. La squadra sostanzialmente lo scarica, dato che il circense non potrà più fare il suo numero ogni sera.

La fortuna di Bill “No More White Jesus” Rieser ha un nome: Carolynn. Una bella ragazza di Louisville che se lo prende e lo fa rigare dritto, attraverso lei Bill incontra anche la fede e diventa un fervente evangelista fino a essere tutt’oggi uno dei predicatori di spicco della sua chiesa. Passa le giornate nelle comunità di recupero per alcolisti raccontando la sua esperienza e cercando di tenere i ragazzi lontani da un certo tipo di ambiente.

Il sottotitolo della sua biografia è: “I was a legend, now I’m something more”.

Credo non ci sia nulla da aggiungere.

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