Denis Law

Manchester_United_ 1968Una marea rossa. Un’infinità di gente. L’abbraccio di migliaia di persone che accolgono festanti il ritorno dei propri beniamini dalla capitale. Il double decker sul quale è assiepato il Manchester United neocampione d’Europa 1968 viene inghiottito da due ali di mancuniani in delirio. Lo United campione per la prima volta nella sua storia, seconda squadra britannica in assoluto a riuscirci dopo i Lisbon Lions del Celtic vincitori l’anno prima. Una squadra pazzesca, rinata dalle ceneri del disastro di Monaco del 1958, che univa l’esperienza di gente come Bobby Charlton, Pat Crerand e Bill Foulkes a astri nascenti del calcio albionico e mondiale (un nome? George Best), tutti sapientemente guidati da Matt Busby. Tra di loro uno scozzese dalla zazzera bionda, che ha saltato semifinale e finale per problemi alle ginocchia, ma uno che a nominarlo ai suoi tifosi loro quasi si tolgono il cappello per rispetto.

The King. Denis Law. Il primo re di Old Trafford, con buona pace del secondo, Sua Maestà Eric Cantona.

Acquistato dal Torino per quella che oggi sarebbe un’inezia, vestirà la maglia rossa per 11 stagioni, formando la mitica United Trinity coi suoi compagni d’attacco, El Beatle e Sir Bobby. Law, Charlton e Best. 665 gol in tre. Roba da far impallidire chiunque, anche ai giorni nostri. Ma paradossalmente, per molti, la vittoria di Wembley contro il Benfica è l’inizio della fine: nei sei anni che seguono i problemi e gli addii sono United Trinityall’ordine del giorno. Sir Matt, coronata la sua ossessione della coppa dalle grandi orecchie, non riesce a trovare le motivazioni per continuare e nel 1969 lascia la panchina. Diversi giocatori se ne vanno o si ritirano dal calcio giocato, compreso Bobby Charlton che scenderà in campo per l’ultima volta a Stamford Bridge contro il Chelsea nel 1973. I rimpiazzi non sono all’altezza e i risultati si vedono. George Best ha già iniziato la sua folle corsa verso la cirrosi epatica e nel 1974 lascia lo United cominciando un vagabondaggio lungo 10 anni tra Scozia, Stati Uniti, Inghilterra e Sudafrica per finanziare l’autodistruzione. Dal canto suo Denis continua a essere tormentato da problemi alle ginocchia, il che tuttavia non gli impedisce di continuare a giocare. Ma tempi cupi si avvicinano.

A Busby succede il giovane Wilf McGuinness, ex allenatore della squadra riserve, il quale fatica a dirigere la squadra e dopo poco più di un anno viene sollevato dall’incarico, con Sir Busby che riprende posto nel dugout. Ma il vecchio Matt non è più adatto al ruolo di allenatore e nel 1971 lascia il posto a Frank O’Farrell, che anche lui dura meno di una stagione collezionando peraltro 7 sconfitte di fila tra gennaio e febbraio 1972.

1972 dicevamo, l’anno della svolta. In negativo.
Si cerca un allenatore all’altezza e Denis propone Tommy Docherty, con cui ha lavorato nella Nazionale scozzese. Onestamente, è tutto tranne che una scelta saggia. Lo United continua la sua discesa verso i bassifondi della First Division e per la prima volta deve seriamente guardarsi le spalle. Le promesse di miglioramento nella seconda parte di stagione non vengono mantenute, ma nonostante tutto la squadra riesce a salvarsi. Per Law è una stagione travagliata, le ginocchia non gli danno tregua, e quando l’infortunio si ripresenta il suo allenatore decide che non conviene più tenere a libro paga l’attaccante scozzese e lo inserisce nella lista trasferimenti.

E così Denis Law viene venduto. A costo zero. Al Manchester City.

Denis Law, Manchester CityColpo al cuore, a lui e ai tifosi. Il Re viene spodestato e scaricato senza tanti complimenti alla corte degli acerrimi rivali. Se non è lesa maestà questa. Si apre quindi la stagione 1973-1974, e per i Red Devils è un disastro: con 7 sconfitte nelle prime 12 partite, la cessione di Denis si fa sentire così tanto che uno dei capocannonieri della squadra, con ben due gol (su rigore) all’attivo è Alex Stepney, il portiere. Fuori dalla League Cup in ottobre e dalla FA Cup in gennaio, l’unico obiettivo è la salvezza. Ad aprile tre vittorie fanno sperare, ma il pareggio a Southampton e la sconfitta a Goodison Park contro l’Everton obbligano la squadra a vincere alla penultima giornata e sperare che il Norwich batta il Birmingham. Il problema è che alla penultima giornata in programma c’è il derby.

27 aprile 1974, Old Trafford. Aria pesante grava sul terreno di gioco, Denis Law torna a casa per la prima volta. Lo accolgono poco meno di 60 mila persone e, contorno doveroso per qualsiasi stracittadina (figurarsi una dove c’è in ballo la permanenza in massima serie), gli applausi si confondono coi fischi e con le urla. Il gioco ne risente, la partita è nervosa. Scordatevi lo spettacolo, i rettangoli verdi a dorso d’asino lisci come campi da biliardo, l’HD e tutto il resto: non è la lussuosa Premier League, è la fangosa First Division. Testa bassa, sudore e fiatone. E lo United gioca proprio così, a testa bassa: non c’è più tempo per affidarsi agli schemi (che d’altronde non sono mai stati di grande aiuto nell’arco del campionato) e di conseguenza si gioca affidandosi a muscoli e nervi.

Old Trafford 1974Calcio d’angolo per lo United, il cross viene smanacciato dal portiere ospite, la palla galleggia al limite dell’area e viene ributtata in mezzo. Sbuca McCalliog che di testa la indirizza in porta, ma il tiro viene salvato sulla linea. I tifosi ruggiscono il loro disappunto, sono una marea, e l’unica diga che li ferma è una piccola staccionata bianca e rossa alta poco più di un metro. Più o meno come cercare di arginare il mare con uno scoglio. Ancora zero a zero quindi, e si va avanti. Da parte sua, il City gioca di rimessa e l’unica conclusione in tutto il primo tempo è un tiro a lato da fuori area, a finalizzare un buon contropiede. Iniziano i secondi 45 minuti e ancora una volta la palla non vuole saperne di entrare: sugli sviluppi di un calcio d’angolo, Gerry Daly si trova completamente solo con la palla tra i piedi poco fuori dall’area piccola, si gira e spara a botta sicura. La folla esplode in un boato, ma è un boato strozzato all’ultimo secondo e ricacciato a forza giù per la gola: un difensore citizen salva sulla linea negando il vantaggio ai padroni di casa. Dalla Stretford End diluviano imprecazioni; la misura inizia a essere colma.

Lo United si butta ancora avanti ma niente, Sammy McIlroy calcia fuori da buona posizione. E allora è il City a farsi avanti pericolosamente ancora su contropiede: Mike Summerbee parte palla al piede e lancia per un compagno, il cui tiro-cross attraversa tutta l’area senza trovare nessuna maglia azzurra puntuale all’appuntamento. Pochi minuti dopo, sugli sviluppi di un corner, è la traversa a salvare gli undici in rosso. Ma ormai il City ha preso il ritmo, ogni incursione è un pericolo, ogni azione viene portata a termine ed è solo la bravura di Alex Stepney a togliere dall’angolino basso una staffilata di Tueart da fuori area.

Fasi finali della partita, minuto 84. Un dispiegamento sulla fascia sinistra dello United viene fermato e riparte il contropiede dei cugini. Recupera palla l’onnipresente Summerbee che a centrocampo trova completamente solo Colin Bell il quale palla al piede arriva al limite dell’area. I difensori tardano a chiudere e lui con un passaggio ne fa fuori due e serve Francis Lee, all’altezza della mezzaluna. Spalle alla porta, scarta alla sua sinistra portandosi dietro mezza difesa. Poi accade. Allargatosi rispetto alla porta, Lee manda il pallone rasoterra in piena area, e di colpo lo scorrere del tempo passa in modalità slow motion. Ad aspettare il pallone c’è Denis Law.

gol di tacco denis lawSugli spalti nel giro di pochi attimi forse qualcuno sa già come andrà a finire, conoscono troppo bene quel giocatore. E Denis difatti agisce di conseguenza: spalle alla porta, si ferma, tira e segna. Ma non è una girata di prima o un macchinoso stop e tiro. È un colpo di tacco. Mirabile visu. Tanto bello quanto doloroso. «Denis has done it!» esclama Gerald Sinstadt, forse con un’accezione incredula: Denis lo ha fatto (per davvero)! Lo ha fatto, si, ma avrebbe dato qualsiasi cosa pur di non essere lì in quel momento; i compagni corrono verso di lui, lo festeggiano e lo abbracciano. Come possono farlo? Come possono credere che lui anche soltanto riesca a ricambiare il gesto? La sua esultanza è forse la più dolorosa nella storia del football britannico: un pugno chiuso solo accennato, testa bassa e la consapevolezza di chi sa di aver fatto la cosa giusta contro la propria volontà. Ancora, scordatevi i gesti di scusa e le non esultanze della stragrande maggioranza degli attaccanti odierni che segnano agli ex club, stiamo parlando di un membro della trinità dei Red Devils, uno che in circa 400 partite ha segnato 237 volte in una carriera durata 11 anni, e tra le altre cose Campione d’Europa e Pallone d’Oro; mica noccioline.

Ma non è l’unico a soffrire, per i tifosi ce n’è abbastanza e la marea rossa esonda una prima volta. Gli arbitri confabulano sul da farsi, i giocatori si fanno da parte e dopo qualche minuto gli invasori tornano a occupare gli spalti. Per Denis è troppo. Non riesce a sostenere il dolore e alla ripresa del gioco si fa sostituire. Esce a testa bassa, il figlio prediletto tradito dalla propria famiglia che torna per assestare il colpo di grazia. Forse è giusto così, che sia l’ultimo dei campioni di un’era gloriosa a condannare la propria squadra e a far vedere alla nazione la pochezza del lato rosso di Manchester.

Molti sugli spalti applaudono, qualcuno fischia e qualcun altro ulula. Ma Denis non li sente, investito com’è da una valanga di emozioni, e più in fretta che può si infila nel tunnel degli spogliatoi. Sul campo la partita riprende, ma la situazione diventa ingestibile a causa di un fumogeno più altre due invasioni e così l’arbitro sospende la partita. Il risultato verrà poi convalidato dalla federazione ma la sostanza non cambia: dopo 36 anni lo United retrocede in Second Division. Il tribunale della matematica si pronuncia affermando che sarebbe accaduto comunque, ma l’opinione comune e la certezza personale di un biondo calciatore scozzese dice che l’esecutore materiale di tale sentenza ha un nome e cognome ben preciso.

Statua United TrinityÈ la sua ultima partita con una squadra di club, la penultima in assoluto. A distanza di 40 anni, la memoria di quel giorno ancora gli rende difficoltoso parlarne. Quel 27 aprile rappresenta uno dei punti più bassi della storia dello United, ma forse è proprio ciò che servì per iniziare a costruire le basi che prepararono l’arrivo di Alex Ferguson circa 10 anni dopo. Dal 2008 poi, una statua veglia sullo stadio e sulla squadra. Essa raffigura Bobby Charlton, George Best e, tra loro, Denis Law che ha la mano alzata a indicare in avanti, come a guidare compagni e tifosi verso la vittoria, come si addice a ogni re che si rispetti.

“We’ll drink a drink a drink,
To Denis the king, the king, the king,
The leader of our football team,
‘Coz he’s the greatest inside forward,
That the world has ever seen.”

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