Haskins princ

don haskinsNon ne puoi far giocare cinque insieme perché sono indisciplinati, non ne puoi far giocare cinque insieme perché non ascolteranno i tuoi ordini, non ne puoi far giocare cinque insieme perché non reggeranno la pressione quando il gioco si farà duro.” Queste sono le parole che coach Don Haskins si è sentito ripetere centinaia di volte, era la regola non scritta del basket NCAA degli anni ’60. Cinque neri non possono, o meglio non devono giocare insieme, altrimenti sai già che la partita sarà persa. Un bianco ci deve essere in quintetto, uno con il cervello dev’essere presente, in modo da applicare le direttive dell’allenatore e guidare la squadra. Ma dopo cinque stagioni senza soddisfazioni, il coach nato a Enid e cresciuto cestisticamente in Oklahoma, voleva cambiare le cose.

Inizia a reclutare i giocatori scartati dagli altri college, oppure tirati su direttamente dai playground di New York, Detroit, Gary, ecc. Nel 1966 i Texas Western Miners, la squadra di El Paso allenata da Haskins, si ritrovano con 7/12  “dell’altro colore” e lo scetticismo di tutto l’ambiente del basket intorno. Quelle parole che ho citato più sopra inizieranno ad essere un ritornello nella testa del coach, il quale però è stanco di non vincere ed è stanco delle regole non scritte che bisogna rispettare. Ma perché questa scelta? Perché proprio dei neri sconosciuti e non cercare di portarsi a casa qualche giocatore già affermato? Semplice, aveva bisogno di gente affamata, di gente che sarebbe stata disposta a subire i suoi allenamenti da sergente, aveva bisogno di persone che volevano dimostrare al mondo che si sbagliava giudicandoli delle nullità. Tutte queste caratteristiche, nel 1966 in America erano concentrate in particolare in quelle persone che ufficialmente erano divenute libere dalla schiavitù da un secolo, ma che continuavano a essere trattate come gente con cui non avere a che fare, con cui non mischiarsi. Don Haskins non voleva essere Martin Luther King o Malcom X, voleva essere un allenatore vincente con a disposizione il meglio che poteva avere, una piccola squadra che non era mai approdata alla fase finale in NCAA.

donDurante la preparazione al campionato, i nuovi arrivati si trovano davanti una persona che “fuori dal campo era il tuo migliore amico, ma in campo sembrava volerti uccidere”, tanto che verrà coniato per lui il soprannome “The Bear“, che può essere allo stesso tempo l’Orso Polare dello spot Coca Cola, e l’Orso Bruno che ti squarta in mezzo secondo. L’idea di pallacanestro di Haskins è semplice: corsa, fondamentali e difesa. Niente numeri da giocoliere, niente schiacciate strappa applausi, solo circolazione di palla per cercare il tiro migliore e poi indietro a difendere. Già, la difesa. I Texas Western Miners difendevano rigorosamente a uomo, tutti dovevano guardare la palla con un occhio e il proprio uomo con l’altro, tutti scivolavano a seconda di dove andava il pallone, formando dei triangoli dietro il compagno uscito sul portatore. Era qualcosa di disumano. I ragazzi di Haskins sembravano avere energie infinite. Insomma più i Miners giocavano, più lo scetticismo  si trasformava in stupore, più il palazzetto si riempiva. La città di El Paso impazziva per la sua squadra,  la stagione andava bene come non mai, alla fine della regular season i Miners avevano una sola sconfitta e 23 vittorie. Eppure non tutti erano felici al di fuori della città. Coach Haskins rivelerà di aver ricevuto decine e decine di lettere con minacce rivolte a lui e alla sua famiglia, ma la cosa incredibile era che queste lettere provenivano sia da bianchi, che lo chiamavano “nigger lover”, sia da neri, che lo accusavano di sfruttare i “fratelli” come un negriero schiavista di metà ‘800. Inutile dire che delle lettere non hanno potuto stoppare l’azione di The Bear, il quale dimostra la sua grandezza soprattutto per un fatto: l’aver adattato un gruppo di giovani al suo gioco, e aver adattato il suo gioco a questo gruppo di giovani. Ovvero, non posso aspettarmi che un ragazzino cresciuto in un playground non provi la giocata spettacolare? Perfetto, faccio in modo che la sua giocata si inserisca perfettamente nel mio sistema di “basket essenziale”, così che la sua giocata non sarà fine a se stessa, ma fatta per raggiungere il tiro migliore e il canestro più facile. Interprete massimo di questo concetto è stato il playmaker Bobby Joe Hill, che diventa il trascinatore della squadra insieme a David “Big Daddy D” Lattin, centro intimidatore e dominatore dell’area sia in attacco che in difesa.

Kentucky Wildcats 1966La squadra così arriva alla finale NCAA del 1966, dove ad affrontarla ci sono i Kentucky Wildcats allenati dal leggendario coach Rupp, uno che ha vinto tanto, che sa far giocare bene i suoi e che recluta solo bianchi. La partita si gioca in un clima da guerra di secessione, tanto che sugli spalti ricompaiono le bandiere rosse con la croce blu, le stesse portate sul campo di battaglia dai soldati sudisti tra il 1861 e il 1865. La notte prima di questa partita Don Haskins (che non ha mai voluto essere visto come un attivista a favore dei diritti dei neri, ma semplicemente come un allenatore di pallacanestro) decide che questa partita sarà giocata solamente dai giocatori di colore. Cinque in campo e due in panchina. I Miners non vincono, dominano. Big Daddy D, su ordine di Haskins, manda un messaggio a tutti quando alla prima occasione prende la palla e schiaccia, anzi, annichilisce il suo avversario con una face dunk a due mani che fa tremare tutto il palazzetto.  Lo strappo decisivo è dato, ovviamente, da due giocate spettacolari di Bobby Joe Hill, il quale ruba due volte di fila la palla al play avversario e appoggia due lay-up comodi. Da lì in avanti i Wildcats (o Whitecats per via della divisa) non saranno mai davvero in partita e alla sirena finale sul tabellone si vedrà scritto Kentucky 65 – Miners 72. Insomma, lieto fine e tutti contenti. O forse no. Da quel momento in avanti il college di El Paso verrà tacciato delle peggiori cose, dall’essere una scuola dove si discriminano i bianchi all’essere un centro di sfruttamento dei neri, ai quali non veniva data un’istruzione vera. Don Haskins negli anni successivi dirà che aveva sperato di perdere quella partita, già capendo a che tipo di situazione sarebbe andato incontro. Vincere cambia le cose in meglio? Beh non questa volta, almeno inizialmente.

The Bear resterà per tutta la sua carriera al El Paso, collezionando 719 vittorie contro 353 sconfitte, tirando fuori sempre il meglio da i giocatori che aveva davanti. Nel 1997 verrà inserito nella NaismithMemorial Basketball Hall of Fame, i suoi Texas Miners del ’66 entreranno nella Hall of Fame nel 2007. Come si può intuire, ci è voluto del tempo in America per apprezzare davvero il lavoro svolto da questo allenatore, l’importanza storica di quella squadra, di quella partita. Il 7 settembre del 2008 Don “The Bear” Haskins è morto a El Paso, dove ha vissuto in seguito alla della sua carriera di allenatore, dove tutti lo ricordano come il coach che ha cambiato le cose, che ha stravolto la storia del basket con quella scelta che prima nessuno mai aveva fatto, in un periodo di odio vero, di scontri, di Pantere Nere, di KKK, e via dicendo. Un semplice gesto che è stato come la prima goccia che cade sulla pietra, a cui poi hanno seguito tutte le altre che quella pietra l’hanno scavata.

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