Steven Gerrard vs Chelsea

Gerrard perde palla gol BaIl Dio pallone è infame, di quell’infamia subdola e cinica, che non guarda in faccia nessuno, neppure a chi ha pianto per lui, a chi ha deciso, nel calcio dei milioni e delle paillettes, di legarsi ad una sola maglia e ad una sola tifoseria perché lui stesso fa parte di quella tifoseria. Non guarda in faccia nessuno, neppure a chi «darei la mia vita per vincere la Premier», neppure a chi «vincere la Champions è fantastico, ma se mi chiedete di fare a cambio con la Premier accetto»; neppure a chi, dopo 667 partite e 173 gol, meriterebbe più di chiunque altro quella gioia. Steven Gerrard ieri pomeriggio è stata la vittima designata dell’infame Dio pallone ed anche chi non tifa Liverpool ha provato un’immensa tristezza.

Sono gli sguardi che fanno la differenza, sono quelli che parlano al mondo più delle parole. Ieri pomeriggio lo sguardo del capitano dei Reds era un racconto drammatico ed angosciante quanto Le Notti Bianche di Dostoevskij, ben lontano da quello inumidito da lacrime di gioia di due settimane fa, quando il Liverpool si imponeva per 3-2 sul Manchester City ed a fine partita il capitano raccoglieva la squadra attorno a sé per un discorso spiccio ma che rimarrà, per pathos e climax, nella storia del calcio. Contro i Citizens, da vero lord inglese, cercò di nascondere le lacrime innanzi alle telecamere ed anche ieri, stavolta nel dramma sportivo, ha cercato di mantenere dignità e orgoglio. Una smorfia, solo una smorfia ha lasciato trasparire tutto, con gli occhi chiusi di chi non vuol far leggere neppure uno dei suoi pensieri, seppur siano gli stessi delle migliaia di persone che facevano ribollire Anfield. Si è dannato per il resto della partita, ma di una dannazione dantesca, di chi cerca l’espiazione nella sofferenza: poco lucido, poco incisivo e molto silenzioso, troppo per uno che è sempre stato (e sempre sarà) un leader.

61d7f82e6d6484177e51a28ca4d2bd72_mediagallery-pageScivola Gerrard e scivola il Liverpool, quasi a ricordare al mondo (come se ce ne fosse bisogno), che le due entità sono inscindibili, un tutt’uno. Un legame che ha inizio da Jon-Paul Gilhooley, «io gioco per Jon-Paul» dice sempre Stevie G. Jon-Paul era sua cugino, praticamente un fratello, compagno di giochi e d’infanzia. Il piccolo Gilhooley fu la più giovane vittima della tragedia dell’Hillsborough, la più innocente anima spezzata tra le innocenti anime che quel pomeriggio hanno perso inutilmente la vita. Gerrard gioca ogni partita per lui, tocca ogni palla per lui, che è come ammettere che quel giorno avrebbe potuto esserci lui al posto del cugino e che quel bambino rappresenta ogni anima legata ai Reds. Steven divenne uno della Kop, poi uno della Kop nel Liverpool, poi uno della Kop capitano del Liverpool. 17 stagioni, più altri dieci anni nella giovanili; una Champions, una Coppa UEFA, una Supercoppa Europea, due Coppe d’Inghilterra, tre Coppe di Lega, due Community Shiled. Mai una Premier. È dal 1990 che il Liverpool non vince il campionato inglese e negli ultimi dieci, quindici anni, non ci è andato neanche così vicino a dirla tutta. Steven, uno dei talenti più cristallini che il calcio inglese abbia offerto al mondo nella propria storia, era sempre sul campo, infortuni permettendo. A suonare la carica, a motivare i suoi a parole e con il pallone tra i piedi. Disse di no al Real Madrid, disse di no al primo Chelsea di Mou, quello imbattibile guidato dallo stesso condottiero che ieri il Dio pallone ha deciso di aiutare.

Ci sono ancora due partite da giocare, ma il Manchester City è a tre punti, con una partita in meno e la differenza reti a favore. Non è un 5 maggio, per dirla all’italiana, ma ci siamo vicini, perché a Liverpool si respirava già aria di vittoria, perché Brendan Rodgers pochi giorni fa dichiarava che «è un peccato vincere proprio nell’anno in cui si è ritirato Jamie Carragher», fregandosene bellamente della scaramanzia, che non esiste ma è sempre meglio tenere a mente. Stevie era il primo a saperlo: «non è ancora finita, ma ora dipende tutto da noi», come a dire che finalmente potevano essere loro i giudici del proprio destino, poteva essere lui. E proprio lui ha sbagliato.

anfieldOra si torna a sperare nella fortuna, cioè negli altri e in qualcos’altro. L’unico modo per cancellare quella scivolata sarebbe alzare la coppa con la corona nel cielo grigio che sovrasta Anfield, tornare a piangere, stavolta senza bisogno di nascondere le lacrime dietro l’avambraccio sudato, senza vergogna. Se lo merita Gerrard, inutile negarlo. Se lo merita lui, che oramai ci aveva perso le speranze, lui che «ad un certo punto ho pensato che sarebbe stato meglio puntare altri obiettivi: per esempio la salute» piuttosto che la Premier. Lui che sa che il Liverpool non camminerà mai da solo, ma sempre al suo fianco, al fianco della Kop ed al fianco di Anfield, anche quando si scivola e c’è il rischio di aver gettato alle ortiche il sogno di una carriera, il sogno di una generazione di tifosi. Steve, you will never walk alone, la gente tifa per te, oggi più che mai.

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

Un commento a “Stevie G will never walk alone

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