gerrard a terra

Perché battere gli inglesi? Per accedere alle semifinali e giocarsi l’Europeo fino in fondo? Certo, ma non solo. C’è anche un’altro motivo, che potrebbe avere importanti conseguenze a lungo termine e cambiare la storia del calcio dei prossimi anni.

 

Ho avuto la fortuna di vivere per un periodo oltremanica, dico fortuna perché la qualità di vita è molto buona, perché gli stranieri si trovano come a casa loro, perché ci sono opportunità di lavoro per tutti, anche per l’ultimo arrivato che non biascica una parola di inglese. Ho apprezzato i loro stadi e la loro passione per il calcio e per altri sport come rugby, cricket e formula 1. I britannici amano lo sport e soprattutto quello che hanno inventato e portato nel mondo. Ma proprio qui sta anche il loro più grande difetto, sportivamente parlando. Essendo gli inventori del moderno gioco del calcio si sentono in fondo anche gli unici degni di giocarlo.

In questi ultimi decenni hanno dovuto fare i conti con la propria incapacità di vincere nei tornei che contano, portando a casa solo un Mondiale casalingo, ma pur riconoscendo le qualità di avversari quali Italia, Germania, Brasile e Argentina, vivono il modo che queste nazionali hanno di giocare a pallone un po’ come un tradimento, come una deviazione dal vero spirito del football. Spirito che ovviamente solo loro sono in grado di interpretare al meglio.

 

Il calcio inglese, a livello di nazionale, è come se fosse rimasto fermo a quel 23 novembre del 1953, quando per la prima volta nella storia una squadra in arrivo dal continente espugnò Wembley: fu la Grande Ungheria di Puskas e Hidegkuti a dare una sonora lezione ai sudditi di Sua Maestà, sconfiggendoli con un roboante 6-3. Tutto ad un tratto i Maestri inglesi si accorsero di essere stati superati dagli allievi, e che in tanti anni di isolamento (il primo Mondiale in cui accettarono di partecipare fu quel 1950 – sconfitti drammaticamente all’esordio dagli Stati Uniti! -, prima ritenevano il livello troppo scarso per i loro standard) il calcio si era evoluto ad alti livelli in diversi paesi del mondo. Questo non essere più loro il punto di riferimento a cui guardare, questo aver perso lo scettro di numeri uno del campo (e nel campo) non è mai stato accettato fino in fondo, tanto che ogni volta che sulla panchina della nazionale viene chiamato uno straniero sono in molti a storcere il naso. Ma la storia è chiara: i britannici non sviluppano importanti novità tattiche dai tempi di Herbert Chapman e non raggiungono la finale di una competizione per nazioni dal 1966. Sono, insomma, dei grandi perdenti. Un ruolo che di facciata non accettano, ma che in fondo si sono ormai abituati a interpretare

 

La sfida con l’Italia acquisisce allora un significato particolare: la sconfitta sarebbe l’ennesimo fallimento al momento di dimostrare di essere ancora una grande potenza, la vittoria invece potrebbe essere la liberazione da quel complesso di superiorità teorica («siamo i Maestri») e inferiorità pratica («perdiamo sempre») che accompagna i britannici da oltre cinquant’anni.

Quattro anni orsono perdendo con la Spagna lanciammo le Furie Rosse, anche loro reduci da decenni di amarezze, verso la conquista di Europeo e Mondiale, e soprattutto donammo loro la consapevolezza della propria forza. Ecco quindi perché è importante battere gli inglesi, per evitare che anche loro beneficino di un successo nei nostri confronti per tornare a sentirsi forti e, magari, per vincere qualche trofeo. E avere un nuova potenza in circolazione, come lo è stata la Spagna in questi anni, renderebbe la vita difficile a tutti anche negli anni a venire.

 

twitter@mocc88

facebook-profile-picture

Leggo Tex Willer e fumo Camel Light.

0 Commenti a “Sono i “Maestri”, ma perdono sempre: battiamoli!

Rispondi