federer wimbledon 2012

Erano già pronti, stavano per stappare quintali di champagne, anzi cascate di whisky vista la location, la statua di Fred Perry era lì lì per essere affiancata da una ben più giovane dalla sigla AM, insomma tutto era pronto per il grande evento che da più di 70anni il popolo della Union Jack attende: la vittoria di un britannico nel giardino di casa a Wimbledon. Ma la storia ha girato il film in un altro modo ed ha investito di luce quello lì, il fulgore del tennis moderno, l’inventore di traiettorie impossibili, il maestro dell’eleganza fatta racchettara dal suol natìo elvetico. Lui ha aspettato il momento, da 2 edizioni non vedeva neanche le semifinali, tutti a mettergli pressione, “non è più lui”, “vince solo tornei indoor e in 2 set”, “ha la pancia piena”. Tutto vero fino a ieri, e forse ci hanno visto lungo quelli che dicevano che uno solo è l’obiettivo in testa dello svizzero, il doppio Wimbledon 2012 (inteso come l’originale insieme alle versione olimpica tra un mesetto), o forse no. Alzi una mano chi avrebbe scommesso sulla vittoria agli Open d’Australia 2010? Ecco, non vedo moltissimi palmi alzati, ma ne vedrei ancora meno se verificassi chi veramente credeva nella vittoria a questi Championship, ben 2 anni dopo l’ultimo successo in Slam.

 

E invece lui è ancora qui, ha lottato, ha sbagliato e parecchio, è umano sì, ha imparato a convivere con errori e steccate, rimonte e rincorse, ha compreso di non potersi permettere di sedersi un attimo, altrimenti i ragazzi terribili, parecchi anni meno di lui, se ne sarebbero sbarazzati velocemente annientandolo fisicamente e psicologicamente (vedi Nadal, prima di essere inghiottito sempre più spesso dalla sua arma migliore, la testa). Ha rischiato di uscire nei primi turni contro un qualsiasi Benneatau, ha faticato con il belga Malisse, ma è approdato ad una semifinale inedita su questa superficie, contro il mostro Novak, ed è lì che sfoderato una prestazione allucinante. Il serbo ci ha capito poco, pochissimo sotto gli effetti e i rovesci incrociati, i diritti a sventaglio, i dropshot, ma più di tutto ha vinto con quella testa accompagnata dalla fidata fascetta bianca super marchettata.

 

L’ha dominato su ogni piano, pur sbagliando parecchio, ma dando a Djokovic lezione numero 1, 2, 3, 4 e così via del manuale del buon tennis. E così la finale, contro il principino acquisito Andy, supportato dalle sorelle reali, Kate&Pippa, quasi più cariche dell’idolatrante madre che urla ad ogni 15 conquistato. Poteva essere la volta buona, i britannici erano a migliaia in ogni angolo di Londra ieri, addirittura mandando giù il boccone amarissimo di tifare per uno scozzese in mancanza di alternative inglesi. “C’è chi dice no”, diceva il Blasco, e quel chi è proprio il re che nella sua tana ha urlato, a modo suo, con qualche “c’m on!!”, la propria regale superiorità, fatta di sapienza del gioco; in ogni particolare lui sa già come andranno le cose, fa cose che altri non penserebbero neanche sotto effetto di allucinogeni tennistici, come il pallonetto su riga improponibile o il perfetto schema di rovesci incrociati, che stancano Murray portandolo fuori giri per poi seccarlo con dropshot impossibili. Una su tutte, nel break decisivo al quarto set, sfodera una poesia di giocata: una stop volley in allungo che si adagia sulla linea avversaria lasciando la faccia scozzese impietrita a pallida come le scogliere di Dover.

 

Il trionfo finale lo lascia sdraiato sull’erba storica, ha appena vinto la settima finale di Wimbledon su 8 giocate, ha eguagliato Pistol Pete Sampras, è tornato numero 1 del mondo a 31 anni quasi e con gente con la bava alla bocca dietro di lui che non vede l’ora di risfilargli il trono; punta alla unica vittoria che manca in carriera, l’oro olimpico (tra l’altro british quest’anno) ma la vera questione è: ma questo qui, come fa? Questa fame da dove viene? Forse dal fatto paradossale che la vittoria non è tutto per lui, si impegna e si diverte sempre per migliorarsi, non avendo mai come unico e assoluto scopo un successo, lui li vuole tutti, è quello il suo lavoro e il talento innato lo costringe costantemente a ricercare questi obiettivi.

 

Il complimento migliore lo riceve dalla sua ultima vittima tennistica che, rispondendo all’intervista al centro del campo a match appena concluso, ha confessato che molti prima della finale davano per certa la vittoria dato che il suo avversario ormai era morto e destinato al declino, ma Andy aveva obiettato profeticamente che quelli stolti ancora non si sono resi conto che di fronte, forse, c’è il più grande di sempre.

 

Ah già, il suo nome? Non c’è bisogno, è già leggenda.

 

Niccolò Magnani

Un altro modo di raccontare lo sport.

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