beli heat

san-giovanni-in-persiceto-5036San Giovanni in Persiceto è un paese semplice alle porte di Bologna, non raggiunge i trentamila abitanti, offre qualche museo interessante, si può ammirare la campana più antica dell’Emilia (fusa nel 1318), ma soprattutto c’è tanto verde e tanti spazi dedicati allo sport. Da questa cittadina sono venuti fuori un paio di calciatori che hanno militato fino alla Serie B, qualche deputato e qualche vescovo. Tutto questo cambia il 25 marzo 1986, nasce Marco Stefano Belinelli.

La famiglia di Marco conosce bene lo sport, il fratello Enrico gioca nella locale squadra di basket, Umberto, altro fratello, gareggia a livello nazionale nel pattinaggio artistico a rotelle. Quello che ora conosciamo  come “il Beli”, decide di seguire le orme di Enrico, che lo convince a prendere in mano la palla a spicchi, cominciando a giocare nella Vis, una squadra regionale. La storia ci dice che il suo talento è notato dalla Virtus Bologna, l’allenatore della juniores è Marco Sanguettoli, figura fondamentale per il Beli. Solo due parole per farvi capire l’importanza di questo allenatore: se chiedete a Marco a chi deve la sua carriera, dopo la sua famiglia e Nostro Signore, la risposta è sempre una: Marphy, come lui chiama Sanguettoli; durante il lock out NBA ogni giocatore doveva trovare un modo per tenersi in forma, il Gallo è tornato a Milano per rimettersi la casacca dell’Olimpia, il Beli chiama il suo ex coach chiedendogli di allenarlo. Sanguettoli lo raggiunge a San Giovanni in Persiceto nella palestra davanti a casa e lo fa lavorare, molto, soprattutto con la mano sinistra. Ecco, per chi ha seguito un po’ la NBA e i playoff della stagione scorsa, non c’è bisogno di dire con quale mano Belinelli ha messo i suoi canestri più decisivi.

marco-2bbelinelli-2bclimamioTorniamo agli inizi però, eravamo rimasti alla juniores. Il coach della Virtus Bologna è un certo Messina Ettore, che lo porta in prima squadra all’età di 15 anni, dove potrà allenarsi a fianco di un certo Ginobili Emanuel. Esordio in serie A nel 2002-2003, primo titolo vinto nel 2004-2005, chiamata NBA nel 2007. In mezzo succede di tutto, dissesti economici della Virtus, allontanamento dalla squadra di Pozzecco, partite perfette e molte partite da mani nei capelli, ma soprattutto succede una cosa che probabilmente nemmeno lui si aspettava: siamo nel 2006 e Marco veste la maglia della nazionale per affrontate gli Stati Uniti in una partita valida per i mondiali. Gli americani nelle competizioni serie si impegnano per davvero e portano il meglio che hanno. In quel match il Beli è marcato da Lebron James, ma alla fine il ragazzo di S.G. in Persiceto ne metterà 25, usando specialmente il tiro cadendo all’indietro che ora praticamente non usa più, se non in rare occasioni, regalando al pubblico italiano, in aggiunta a una prestazione da marziano, l’emozione di vederlo volare in contropiede e schiacciare a due mani subendo il fallo di un certo Anthony Carmelo.

Come dicevamo, l’anno seguente sbarca in America all’età di 21 anni, precisamente a San Francisco chiamato da Golden State Warriors, primo europeo a essere scelto nel Draft di quell’anno. Anche qui sembra che il suo successo sia predestinato, lo ha voluto coach Nelson in persona, Baron Davis (stella di quei Warriors) lo accoglie subito bene, il pubblico lo accoglie subito bene affibbiandoli il soprannome “Rocky”, in Summer League all’esordio fa 37 punti, il record assoluta è di 38. All’inizio della regular season gioca poco, normale dite voi, certo, ma non se hai passato la preparazione ad allenarti in quintetto. I problemi però arrivano dopo, perché gioca sempre meno e addirittura si vocifera che la società gli abbia proposto un passaggio in D-League, che sarebbe come chiedere a un giocatore di Serie A di parcheggiarsi in Primavera. Cosa succede? Marco è alto 1,96 metri e gioca guardia, in America in quel ruolo e di quell’altezza ne hanno da regalare, tendenzialmente con il doppio dell’atletismo del nostro. Così parte il vortice negativo, i minuti sono sempre meno e  si fa pure male. Nel 2009 viene ceduto ai Raptors e va a fare compagnia all’altro italiano, Andrea Bargnani, ma più di questo non fa, perché nel suo ruolo c’è DeMar DeRozan. I minuti complessivi di quella stagione per Marco Belinelli saranno 17. È deluso, vuole essere ceduto, molti gli consigliano di tornare in Europa perché per lui l’America non può essere terra di opportunità.

9332497-largeNonostante il suo contratto scada nel 2011, viene scambiato nel 2010 con Julian Wright dei New Orleans, finisce in quintetto fisso e alle sue spalle a chiamare gli schemi e a dare i tempi di gioco c’è Chris Paul, probabilmente il miglior playmaker vivente. La sfiducia accumulata a Toronto però non può svanire nel nulla, così nelle prime partite Marco rinuncia a tiri abituali per lui e non prova mai la giocata, fino a che gli si avvicina il numero 3 (Chris Paul) e, come racconta lo stesso Marco, lo prende per un braccio dicendogli: “Se io te la passo, è perché so che segni”. Svolta. Praticamente è come se venisse Pirlo a dirvi che se vi fa un passaggio è perché ha fiducia in voi, vi lascio immaginare l’effetto che può avere sull’autostima di una persona. Quella squadra finirà ai playoff, giocava bene per davvero, ma obiettivamente non poteva arrivare fino in fondo.
Il suo passato recente ai Bulls credo sia storia nota, vi cito solo i 15.000 dollari di multa per la tipologia di esultanza dopo una tripla decisiva, i canestri con la mano sinistra di cui abbiamo parlato sopra, e il fatto che sia diventato l’italiano ad andare più lontano in una serie playoff.

The San Antonio Spurs Practice at the United States Air Force AcademyL’11 luglio 2013 arriva quella che può essere la consacrazione definitiva, il passaggio agli Spurs di Popovich, dove trova Parker, Duncan e ritrova quel Ginobili che giocava con lui a Bologna. Anche qui, l’alone di scetticismo che oramai accompagna tutta la sua carriera ha portato a dire ai più critici che lui con il sistema di Popovich non c’entra nulla. Non dimentichiamoci mai però che lui è Rocky, ha lottato contro ogni cosa, ha lasciato San Giovanni in Persiceto per arrivare a girare l’America, ha sempre trovato porte chiuse, si è sudato la fiducia di tutti, di Chris Paul prima e di coach Pop ora. Per questo motivo sono qui a scrivere oggi, perché questo lottatore, pochi giorni fa, è diventato l’uomo con la miglior percentuale da tre punti di tutta la Lega.
Signori e signore, mr. Marco Belinelli.

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