nibali e agnoli

Caro direttore,

mi permetto di riprendere in questa sede l’articolo di ieri di Carlo Ferri: L’esclusione della Katusha smaschera il “sistema UCI”. Credo sia fondamentale far conoscere anche a chi non è strettamente appassionato al ciclismo quelle che si stanno rivelando dinamiche sconcertanti nella gestione internazionale di questo sport, e l’articolo citato contribuisce in questo senso, denunciando molte derive del sistema guidato dal Presidente Pat McQuaid.

Vorrei soltanto aggiungere un’osservazione in merito al sistema dei punteggi UCI. Come già detto da Carlo, le licenze per partecipare al circuito Pro Tour vengono rilasciate sulla base di un punteggio che è la somma di quelli portati in dote da ogni singolo atleta, guadagnati nell’ultimo anno di corse grazie a vittorie o piazzamenti. Così si credeva – e si crede tutt’ora – di poter avere un criterio “oggettivo” (ah, l’oggettività!) per stabilire la forza di una squadra e se meriti di partecipare di diritto alle corse più importanti della stagione. Inoltre, in questo modo si introduce nel ciclismo una prospettiva assolutamente estranea allo spirito che anima atleti e appassionati: un atleta vale solo se vince, o comunque se arriva con costanza nelle prime posizioni. E il suo punteggio, a fine anno, certifica se il corridore ha fatto o meno una buona stagione.

Peccato che il ciclismo non sia la Formula 1. E che giudicare la stagione di un atleta solo per i suoi piazzamenti sia un metodo che svuota di qualsiasi significato la figura del gregario. Non sono pochi i corridori che si sono giocati la carriera a fare da spalla quasi invisibile per i ben più noti campioni, i quali, a ben vedere, non potrebbero assolutamente ambire ai traguardi più importanti senza il sostegno dei propri compagni.

È chiaro che il sistema colpisce soprattutto chi non corre per la vittoria, e nemmeno per piazzarsi, ma per permettere ad altri di raggiungere i propri obiettivi. Si tratta di un ruolo che forse non ha eguali in nessun altro sport: l’umiltà, la dedizione, il sacrificio nelle zone sporche della corsa, dove si prende il vento in faccia ai 45 km/h per centinaia di km al giorno, non preludono ad alcun successo personale, salvo clamorosi e rari exploits. Pochi riconoscimenti (da parte dei capitani, degli addetti ai lavori e dai tifosi sulle strade), ma le luci della ribalta per questi corridori non arrivano mai. Altroché “una vita da mediano”!

Fin qui staremmo parlando dell’ennesima figura eroica che lo sport riesce a far entrare nell’immaginario collettivo. Ma è proprio a questo punto che si  introduce l’amara beffa del regolamento di assegnazione punti per le licenze UCI. Capita così che un buonissimo gregario come Joost Posthuma, già vincitore di un Giro dell’Andalusia e di qualche corsa di buon livello, a soli 31 anni debba annunciare il suo ritiro. Il motivo? Non avrebbe portato in dote nessun punto alla propria squadra, e dunque i team manager hanno deciso di puntare su corridori che probabilmente non avranno le caratteristiche tecniche dell’olandese (perfetto soprattutto per le classiche del nord), ma almeno guadagnano qualche punto Pro Tour. Per la stessa ragione, nel 2012 la Lotto-Belisol ha ingaggiato lo sconosciuto Mehdi Sohrabi, iraniano che l’anno precedente aveva vinto la classifica continentale asiatica, guadagnando un buon numero di punti. La squadra belga aveva bisogno di quei numeri per ottenere la licenza e peccato se Sohrabi durante l’anno non ha combinato niente di buono, né come gregario, né come “battitore libero” (13° nella 3° tappa del giro di Qatar il suo miglior piazzamento…).

Questo è il ciclismo che McQuaid e l’UCI vogliono? Quello che guarda solo agli ultimi 2-3 km di gara e si perde tutti i precedenti 200? Quello che decide il valore di una corsa da quanti introiti economici e d’immagine genera? Quello che, per evitare pesanti ricadute sul circuito, nasconde per anni le “imprese” di gente come Armstrong e Bruyneel? Se così fosse, allora è meglio guardare altrove, cercare alternative a questo sistema. Greg Lemond si è fatto portavoce dello scontento di tutti gli addetti ai lavori per questa situazione. Riuscirà a scalzare il vecchio Pat dal suo trono e riportare “normalità” in questo bellissimo sport?

 

Caro Savoia, la sua lettera è assolutamente esaustiva, ma mi permetto di segnalare qui di seguito un brano tratto dal libro Pedalare! La grande avventura del ciclismo italiano di John Foot. L’autore parla dei gregari di Fausto Coppi, e forse più di ogni altro discorso può spiegare l’importanza che i gregari hanno (e l’istituzione che sono) nel mondo delle due ruote. (G.M.)

«I gregari di Coppi si allenavano con lui e spesso vivevano con lui. Si procuravano e trasportavano la sua acqua e il suo cibo, contenevano le fughe degli avversari e lo tiravano (in parte) su per le montagne. Non era previsto che vincessero, mai. Non era il loro compito, e mai avrebbero osato sgarrare. (…) Un noto aneddoto riassume perfettamente la totale dedizione dei gregari di Coppi nei confronti del loro capitano.
Al Tour del 1952 , Carrea (
gregario di Coppi, Ndr) si ritrovò in un gruppo al comando sull’Alpe d’Huez e, per puro caso, conquistò la maglia gialla. A differenza di qualunque altro atleta nella storia del ciclismo che abbia vinto o condotto una gara, la reazione di Carrea fu di disperazione. Aveva spodestato il suo capitano, gli aveva sottratto la luce della ribalta. La sua maglia gialla era un terribile errore. Persino quando Coppi si congratulò con lui, non fu soddisfatto. Si sentiva fuori posto, i ruoli erano stati invertiti (anche se solo per un giorno). Carrea provò il bisogno di umiliarsi davanti ai fotografi, facendosi immortalare mentre, con la maglia gialla addosso, lucidava le scarpe al suo capitano. Il giorno dopo, il suo tormento finì. Si liberò della maglia gialla, e Coppi vinse il Tour de France. Tutto era tornato nella norma».

 

 

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