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Ancora una volta  la National Hockey League, il campionato nordamericano che raccoglie l’élite mondiale dei pattinatori, è bloccata da contenziosi contrattuali: è la quarta volta dal 1992.

Il rinnovo del contratto collettivo dei giocatori ha portato a uno scontro al momento irrisolto: l’associazione dei giocatori (NHLPA) non ha ceduto alle richieste di cambiamento dei proprietari, che si sono trovati “costretti” a dichiarare la serrata, ultimo strumento per indebolire le posizioni dei lavoratori dipendenti.

 

Questi dipendenti però non sono persone con difficoltà particolari a far tornare i conti a fine mese: la NHLPA dimostra un notevole potere nel resistere alle pretese degli owner, bloccando ancora una volta le operazioni dopo lo sciopero del 1992 e i lockout del 1994, 2004-5. Eppure questo sindacato dei milionari non sta forse riuscendo a far fino in fondo gli interessi dei propri affiliati, se consideriamo come veritiere le dichiarazioni di alcuni atleti che preferirebbero non pagati giocare e proseguire le trattative in corso di stagione, piuttosto che rischiare un pausa agonistica di mesi, forse un anno: dichiarazioni di certo non estranee  dal gioco di accuse incrociate volte a scaricare le responsabilità sulla controparte e ad evitare le antipatie dei fans comprensibilmente arrabbiati (che perdono l’attesa stagione per discussioni su percentuali di contratti plurimilionari).

 

Altri invece hanno fatto sapere di voler intraprendere l’altra via, quella del trasferimento in Europa: soluzione già intrapresa in massa per la prima volta nel 2004 (il lockout allora cancellò l’intera stagione). Le nuove condizioni del mercato europeo permettono l’assorbimento di tanti giocatori: soprattutto il mercato russo con i suoi petrolrubli. L’invasione riguarderebbe però molti altri paesi, inclusi anche campionati di livello inferiore come quello italiano.

 

Ora, a primo acchito la prospettiva può suscitare facili entusiasmi: la possibilità di vedere più di qualche superstar alle nostre longitudini non dispiace a nessuno e, dato che il numero di questi campioni sarebbe davvero consistente, il livello dei campionati continentali ne risulterebbe accresciuto. Questo porterebbe inoltre ad aumenti di pubblico e di interesse sempre positivi.

 

D’altra parte i danni potrebbero essere superiori ai privilegi. Dalla Svezia hanno già fatto sapere di non voler accettare lavoratori stagionali: data la possibilità che il lockout rientri non si approveranno contratti decadenti; chi vuole venire lo faccia seriamente! La KHL russa, massima lega europea, ha limitato a 3 il numero di top player per squadra. Il rischio in effetti è quello già verificato nelle precedenti occasioni: questi immigrati sportivi finirebbero per usurpare le posizioni lavorative dei giocatori con impegni determinati precedentemente nei campionati europei. Le star dell’hockey mondiale finirebbero per trasformarsi in antipatici crumiri, loro malgrado.

Inoltre la loro presenza massiccia, soprattutto se temporanea, rischierebbe di falsare in maniere importante le competizioni, modificando rapporti di forza e mettendo in difficoltà soprattutto le squadre che stanno cercando di costruire un progetto serio.

Dall’altra parte solo una parte dei giocatori della nhl possono seguire questa via: giocatori europei oppure nordamericani prevalentemente di primissima fascia. Ne risulterebbe così sfavorita la massa di fascia medio bassa, la massa ‘operaia’, cioè la maggior parte del bacino del massimo campionato mondiale, composta quasi totalmente di nordamericani.

C’è quindi da augurarsi che la situazione si risolva in fretta poiché questo lockout di settembre non sembra essere conveniente per nessuno.

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