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Il Meazza, Milan-Barcellona, e le emozioni di un tifoso rossonero.

Ad Angelo

San Siro.
Mercoledi sera non era uno stadio normale.
Ore 19.15, ben 90 minuti prima dell’inizio della gara, sugli spalti erano già presenti 40.000 spettatori.

Roba dell’altro mondo.
Guardando la curva sud che intonava incessante il coro «noi vogliamo questa vittoria» ripensavo alle parole di Guardiola del giorno prima.
Milan-Barcellona-Striscioni-Curva«Dobbiamo essere preparati a uno stadio che quando urla fa paura».
Aveva ragione.

Succede poche volte, ma quando succede ringrazi l’amico che ti ha trovato il biglietto, ringrazi le 4 ore di coda che ti sei fatto in banca la settimana prima, ringrazi l’abbonamento che hai fatto a settembre.

Devi esserci.

IMPERATIVO CATEGORICO.

E’ Milan-Barcellona, come fai a mancare?
Ore 20.05 entrano i tuoi ragazzi.

Si sono tuoi, ti senti un papà che urla al proprio figlio «vai Massimo, forza Sandro, tocca a te Kevin non deludermi».
Sei pronto ad urlare insieme alla curva, a fischiare i marziani quando entrano in campo per il riscaldamento..
Ti siedi al tuo posto.

Sta per iniziare il derby del mondo.

La tensione si taglia con un coltello.
Ti senti in un’aula universitaria il giorno dell’esame.

Ma con una differenza.

Siamo in 80mila, non sei solo.
E lo vedi su i volti delle persone che sono sedute di fianco a te.

Non puoi fare altro che stupirti che anche il signore in giacca e cravatta, che probabilmente avrà fatto i miliardi in studio solo due ore prima, è più teso di te che hai 23 anni.

Urla, canta anche lui, si incazza e ti stringe la mano ogni volta che Messi supera il centrocampo.

Rimani pensieroso, d’impatto pensi «ma chi sei? cosa vuoi? chi ti conosce?».

Poi però Messi viene fermato e l’azione riparte in contropiede, e allora scampato il pericolo ti accorgi che siamo davvero tutti assieme, e quando Robinho sbaglia il gol, sei tu che lo spingi, ti disperi, lo strattoni.
Fischio finale.

0-0 contro i marziani.
Mi appresto a riprendere la moto al solito parcheggio e pensieroso mi avvio verso casa.
Salgo le scale di casa, finito tutto.

Dentro di me ho già voglia di una nuova partita.

Il campanile rintocca la mezzanotte.

Mi fermo, lo guardo e mi chiedo: «Come si fa a non amare questo sport?».

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