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C’è un detto che recita: “Romagna terra di sapori, gnocca e motori”. Umilmente mi permetto di aggiungere (visto che fa pure rima) anche di sciatori. I romagnoli mi perdoneranno la forzatura, però è così. Non solo motori, non solo i Pantani, ma anche Sciatori con la S maiuscola. Dico che mi perdoneranno perché la persona di cui sto per parlare non è romagnolo, ma è nato in un comune in provincia di Bologna che, come molti sanno, è in Emilia e la rivalità tra l’Emilia e la Romagna è abbastanza nota. Ma quel detto calza a pennello su questo personaggio che ha assaggiato tutti i sapori della vita gustandoseli appieno e che con la gnocca… beh, con la gnocca non ha mai avuto tanti problemi.

Sito Tomba bambinoIl paese in questione è Castel de’ Britti (frazione di San Lazzaro di Savena). Siamo sulle colline bolognesi e un piccolo bambino di appena quattro, cinque anni si diverte in compagnia del fratello più grande. Sono Alberto e Marco. Il padre li educa al rispetto della natura e spinge affinché pratichino sport all’aria aperta. E allora tante corse, giri in bicicletta e, appena le docili curve delle colline si imbiancavano di neve, sci, bob e slittino. D’estate invece tutti al mare, a Milano Marittima tra nuotate e emozioni sugli sci d’acqua. Crescono bene i due ragazzini, forti e sani, e il padre, tale Franco, inizia a portarli a sciare sempre più spesso sugli Appenini.

Alberto è un ragazzino robusto e ben impostato fisicamente, non magro stecco, anzi, ma con una muscolatura ben strutturata; nonostante questo apparente “difetto” i primi maestri di sci vedono in lui qualità impressionanti: non solo una buona base tecnica ma anche tanta sensibilità di piede, cioè una qualità innata nel sentire tutte le sfumature della neve, nel sapersi unire come un corpo unico con la pista da sci. Appena Alberto compie sette anni decidono quindi di introdurlo al mondo dell’agonismo. Roberto Siorpaes diventa il suo primo vero maestro di sci, e iniziano così i primi allenamenti, le prime gare e le prime “bigiate” a scuola. Eh sì, perché Alberto aveva la faccia d’angioletto, ma in realtà, dietro il sorriso e lo sguardo innocente, nascondeva un bel peperino che già allora non si preoccupava di fare quello che gli pareva. Per lui, in quel periodo, lo sci era molto più importante della scuola e per questo non si faceva tanti problemi a dare priorità alla sua passione piuttosto che al suo dovere.

Le gare vanno bene, i risultati arrivano e presto entra nel giro delle nazionali minori. In quegli anni c’è anche un exploit quando, ancora in Nazionale B, vinse una gara di parallelo contro i più quotati colleghi senior. Bello vero? Si, se non fosse che la Gazzetta Dello Sport si rifiutò di mettere il suo cognome nel titolo. Diciamolo, Alberto non aveva, e non ha, il cognome più divertente del mondo, anzi. Ma Alberto Tomba è riuscito a far andare tutti oltre anche a quello, oltre le facili ironie e le facili battute che il suo cognome poteva causare, e presto, dopo essere entrato stabilmente nel gruppo dei partecipanti alla Coppa Del Mondo, ha trasformato le ironie in idolatria: ecco a voi Tomba la Bomba. Perché? Sicuramente per la classe e la potenza che mostrava ogniqualvolta indossasse gli sci, ma forse anche per qualche suo comportamento un po’ pazzo.

Alberto Tomba_oro_Calgary_OlimpiadiArriva così il 1988 e con esso il primo grande appuntamento di una carriera favolosa. Alberto giunge a Calgary, nello stato dell’Alberta (il richiamo al suo nome sarà un fil rouge che contraddistinguerà tutta la sua carriera, come un segno del destino), una settimana prima dell’inizio delle Olimpiadi. Vuole allenarsi bene, prepararsi al meglio per un evento del genere, ma vuole anche stare con i suoi compagni di squadra, “fare gruppo” nonostante lo sci sia uno sport individuale. Tutte queste precauzioni però servono a poco, almeno inizialmente: la prima gara è un disastro. Alberto sembra carico al cancelletto di partenza del Super G, ma dopo appena poche porte esce dal tracciato. La testa è un elemento fondamentale nello sci e Tomba, come dirà in seguito, non riuscì a non pensare alle due SUE gare: slalom e gigante. Finalmente arrivano queste. Prima manche di gigante, pettorina numero 1, grande favorito. Tutti i presupposti per fare bene ci sono, ma non va così e al traguardo Alberto è solo quindicesimo. Serve un miracolo. Inizia la seconda manche e Tomba torna a danzare sulla neve; la accarezza, le sorride e la neve di rimando sorride a lui, le curve di Alberto sono come dei disegni d’arte e, al traguardo, è incredibilmente primo. Ed è primo anche dopo la discesa dell’ultimo degli atleti. È medaglia d’oro, una inaspettata (dopo la prima manche) e favolosa medaglia d’oro, la prima medaglia d’oro. Neanche il tempo di festeggiare e c’è lo slalom. La pista sembra un campo minato per le buche che si sono formate, ma dopo una prima manche chiusa al terzo posto, Tomba completa il suo capolavoro. Mette la firma all’opera d’arte che aveva disegnato quel giorno in gigante ed arriva la medaglia d’oro anche nello slalom con una prova perfetta, la seconda medaglia d’oro. Calgary fu la sua vera e grande consacrazione come fuoriclasse degli sci.

1990, Tomba era oramai famoso, aveva già vinto diverse gare di Coppa del Mondo e anche due ori olimpici a Calgary; ma quell’anno, nella biografia dello sciatore, sarà ricordato per motivi che esulano dallo sci. La stagione dopo le Olimpiadi del 1988 non era stata molto fortunata, ma Tomba si riprese, senza fretta. Tornò a vincere e scoprì anche i piaceri della notorietà e della popolarità. In quei giorni del 1990 siamo a Milano, Hotel Washington, in una delle camere dell’albergo si trovano una madre con sua figlia quasi sedicenne. La ragazzina, la cui maturità Tomba-Colombaried il cui atteggiamento ribelle la facevano apparire già donna bella e fatta, si chiama Martina Colombari e l’anno successivo diventerà Miss Italia. Insomma, non proprio una brutta tipa. Il buon Albertone, che in fatto di belle donne, come abbiamo detto, è certamente un esperto, rimane colpito da Martina. Così riuscì farsi dare la camera adiacente a quella della giovane e, dopo un veloce, ma a quanto pare vincente, approccio, riuscì a condurla nella sua camera da letto dove, testuali parole della Colombari, «ci catapultammo nel letto e….» e il resto è inutile raccontarcelo Martina, già lo sappiamo. Del resto che vi avevo detto? Esperto di belle donne e un po’ matto. La storia andò avanti per tre anni, anni, fino al 1993. Come disse Tomba, «credevo che gli anni dispari mi portassero sfortuna mentre gli anni pari fortuna» e guarda caso la relazione con Martina iniziò nel ’90 e finì nel ’93. Forse non aveva tutti i torti Alberto.

Prima del 1993 però ci fu Albertville (sì, ancora il nome), 1992 (sì, anno pari). Tomba ci arriva da protagonista indiscusso, le due medaglie di Calgary luccicano ancora nelle fervide menti degli appassionati e Alberto, ancora una volta, non delude. La pressione? Uno scherzo per uno come lui. Non ripete i risultati del 1988, è vero, però aggiunge al suo palmarès altre due, emozionanti medaglie. Inoltre quella per lui fu una Olimpiade speciale. Alberto infatti è il portabandiera della spedizione italiana, un onore che seppe rispettare con ottimi risultati ed un carisma oramai noto a tutti. Questa volta, a differenza di Calgary, le gare a cui partecipa sono due (le discipline veloci le aveva abbandonate). In gigante risulta essere ancora il Re ottenendo la medaglia d’oro, mentre in slalom arriva “solo” secondo. L’Italia esultava davanti alle gesta del proprio campione smargiasso.

tomba caduta immagini RAIPrima del ritiro il cambio di regole volute dal CIO gli concesse la gioia di altre due Olimpiadi, difatti nel 1994, appena due anni dopo Albertville, fu organizzata la XVII edizione a Lillehammer, ciò per fare in modo che Giochi Olimpici estivi ed invernali non avvenissero più nello stesso anno ma si alternassero ogni due anni. In Norvegia Tomba, dopo aver fallito nello slalom gigante, si dimostrò ancora una volta un campione portando a casa un argento in speciale, rimontando nella seconda manche un ampio svantaggio. L’idea del ritiro iniziava, lentamente, a fare capolino nella testa del campione, il quale però continuò a ottenere vittorie (Coppa del Mondo generale nel ’94/’95 riportata in Italia con sue undici vittorie; due ori ai Mondiali a Serra Nevada del 1996; bronzo al Sestriere nel ’97) e distruggere record (nove vittorie consecutive nello slalom). E si arriva così alle porte di Nagano 1998. Perché ritirarsi proprio quando avrebbe potuto partecipare alla sua quarta Olimpiade consecutiva? E così partecipò, ma il Giappone fu un’amara delusione per Alberto, nonostante si fosse in un anno pari. Nessuna medaglia ed un infortunio che gli condizionò tutta la competizione. Era giunto il momento di salutare.

Tomba era oramai un fenomeno famoso in tutto il mondo, ovunque andasse la folla lo seguiva e lo incitava. Stiamo parlando, del resto, di uno dei più grandi sciatori di tutti i tempi, con 88 podi di cui 50 primi posti, terzo di tutti i tempi nello sci maschile. Stiamo parlando di un fuoriclasse da 5 medaglie olimpiche e 4 mondiali, di uno sciatore capace di riportare la Coppa Generale di sci in Italia 20 anni dopo Gustavo Thöni. Un personaggio che è stato tale non solo nello sport, ma anche nella vita, in grado di trascinare un intero movimento, quello sciistico, facendo appassionare milioni di italiani. Un personaggio capace di gioire per le sue vittorie e anche per quelle degli altri, come a Vancouver, quando a vincere fu Razzoli. Insomma Tomba è stato, è e sarà per sempre una bomba pronta ad esplodere ed a lasciare tutti a bocca aperta.

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Un commento a “Road To Sochi/ Tomba la bomba

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