Olympics: Figure Skating-Team Men Free Skating

1982, Solnechny, un paesino della Russia orientale; una realtà cruda, dura e difficile da vivere, un paese di operai che si ergeva vicino ad una stazione ferroviaria. Faceva freddo, il freddo tagliente che pare infilarti mille spilli nel corpo, il freddo che c’è solamente in alcune zone remote della (allora) grande Unione Sovietica. Evgenij Viktorovič Pljuščenko, o più semplicemente Evgeni Plushenko per noi occidentali, nacque lì, in quell’anno. Era un bimbo di pochi mesi quando si accorsero che la sua salute non era ottimale, d’altronde le condizioni di vita erano pessime seppure ben in pochi lo ammettessero da quelle parti, orgogliosi com’erano. Testa alta sempre, anche se si gela, anche se si ha fame e bisogna sgobbare tutto il dannato giorno. Fu visitato da un medico quando aveva quattro anni, e guarì ma gli fu consigliata più attività fisica per evitare che si ammalasse nuovamente.

TERFSFX85868Era un paese di poche anime Solnechny e tra queste poche una, involontariamente forse, senza rendersene conto, cambiò la vita del piccolo Evgeni e della sua famiglia: accadde infatti che una sua vicina di casa gli regalò dei pattini perché sua figlia non li usava. Una cosa normale, a tutti sarà capitato di regalare dei giochi ad amici o vicini perché i figli non li usano più, eppure non in tutte le vite un fatto così semplice, un gesto così normale, ha dato vita a conseguenze storiche (sportivamente parlando). Il giovane Plushenko iniziò a pattinare e, molto presto, i suoi istruttori compresero di avere a che fare con un bambino prodigio; uno dei suoi primi allenatori e tuttora uno dei più importanti per la carriera dell’atleta russo, disse che Plushenko era un «diamante grezzo» che necessitava solo di essere plasmato. Quest’uomo si chiamava Alexei Mishin ed insegnava pattinaggio artistico a San Pietroburgo. Fu lui che spinse il giovane Evgeni a trasferirsi nella grande città per inseguire il suo sogno.

Plushenko affrontò quindi il trasloco e iniziò ad allenarsi molto seriamente, i sacrifici da fare erano tanti, eppure la cosa non gli pesava particolarmente, la forza di volontà di quel ragazzo, nonostante i numerosi problemi che doveva affrontare quotidianamente, era incredibile già allora. Iniziarono le prime gare giovanili e ben presto si apprestò ad entrare nel mondo dei grandi. Talento e sudore quotidiano non tardarono a dare risultati, infatti in pochissimo tempo Evgeni arrivò alla soglia di quello che possiamo certamente ritenere il suo sogno di sempre: le Olimpiadi. Era ancora un bambino quando, vedendo i Giochi Olimpici alla televisione, disse alla mamma che da grande avrebbe vinto anche lui una medaglia d’oro. La prima volta, si sa, non si scorda mai, e per Plushenko fu nel 2002, a Salt Lake City. Le premesse erano le migliori, l’anno prima era stato ricco di soddisfazioni per l’oramai ventenne pattinatore russo. Ma l’avvicinamento all’evento dell’anno fu tutt’altro che facile: prima alcuni problemi fisici ne bloccarono la preparazione e poi qualche intoppo nel programma minò le sicurezze di Evgeni, con la conseguenza di arrivare “solo” secondo nella rassegna olimpica. Tutto ciò però ebbe come unica conseguenza quella di rafforzare l’atleta russo, che dopo un lavoro intenso, faticoso ma ripagante, si presentò come super favorito alle Olimpiadi di Torino nel 2006; qui compì il suo capolavoro.

Nella città sabauda, Plushenko diede vita ad uno dei più grandi spettacoli che gli appassionati di pattinaggio artistico abbiano mai visto. Il programma corto si svolgeva sulla note de “La Tosca” e ammaliò tutti quanti, il pubblico ma soprattutto la giuria che gli assegnò un punteggio mostruoso mai raggiunto prima. Il programma lungo, svoltosi successivamente al trionfo del corto, fu la più classica delle parate d’onore. Plushenko danzò con una leggiadria impressionante sulla base de “Il padrino” a ulteriore dimostrazione che la medaglia d’oro doveva essere sua. Il resto è storia più recente, con il ritiro dopo Torino 2006 e il rientro a Vancouver quattro anni più tardi dove si piazzò secondo provocando una serie di polemiche che sono ancora ferite aperte. Adesso Evgeni sta preparando le Olimpiadi a Sochi, nella sua Russia, sperando che possa essere ancora una volta protagonista.

Perché vi ho raccontato di Plushenko? Perché è russo e le olimpiadi di quest’anno si tengono nella sua patria, ma ancora di più perché la sua storia possa essere d’ispirazione per tutti coloro che credono di non farcela, che si trovano ad affrontare i problemi che la vita pone davanti. Plushenko li ha affrontati con dei pattini e ci ha mostrato che tutto può succedere e che i problemi, a volte, diventano opportunità.

Il video della prova di Plushenko a Torino 2006 sulle note de La Tosca:

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4 Commenti a “Road To Sochi/ Plushenko, il diamante grezzo della grande Madre Russia

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