Miracle on ice

1980, Lake Placid«Do you believe in miracles?! YES!»

Davide e Golia. Tutti sanno cosa successe nella vicenda biblica, in cui questo piccolo uomo deve scontrarsi con il gigante Golia. Tutti sanno il suo epilogo, con l’ingegno umano che sovrasta la forza fisica del gigante. Era il 1980, piena Guerra Fredda, USA e URSS si scontravano su tutti i fronti e la situazione non poteva che avere ripercussioni anche nello sport. Del resto era l’anno delle Olimpiadi Invernali di Lake Placid, USA, e due anni più tardi si sarebbero svolte le Olimpiadi di Mosca, quelle estive. Erano gli anni in cui la Russia invase l’Afghanistan noncurante delle proteste che giungevano dall’America, la quale, tra le altre cose, diceva di voler di boicottare i giochi di Mosca (cosa che avvenne realmente).

Tra le mille proteste, iniziarono le Olimpiadi. Anzi, no, il clima olimpico si accese qualche giorno prima della cerimonia di apertura; al Madison Square Garden di New York la squadra di hockey russa sfidò quella americana, e nonostante il clima infernale e le accuse pesanti che piovevano dagli spalti i sovietici rasentarono la perfezione e vinsero per 10-3. Quella russa era una squadra formidabile, campioni impressionanti, il portiere più forte al mondo e, per non farsi mancare niente, veniva da quattro medaglie d’oro consecutive alle Olimpiadi. La compagine americana era invece agli antipodi di quella sovietica, un po’ come, appunto, Davide contro Golia. I giocatori erano tutti ragazzi delle università e nessuno aveva esperienza come professionista. La differenza tra le due squadre in quella partita fu evidente e schiacciante.

Herb BrooksMa lo sport, si sa, è un po’ un miracolo. L’allenatore degli statunitensi era Herb Brooks, in passato anche lui olimpionico, ed il miracolo, probabilmente, l’ha compiuto lui o, perlomeno, ne ha agevolato il compimento. Iniziarono le gare: due gironi da sei squadre, le prime due per ogni girone si sarebbero giocate le medaglie. La Russia vinse il suo girone mentre gli Stati Uniti passarono come secondi nel loro. Percorsi diversi, non tanto per i risultati, quanto per il modo con cui sono avvenuti: mentre i sovietici dominarono il loro girone vincendo tutte le gare e segnando valanghe di gol (+40 la differenza reti), gli americani arrivarono a pari punti con la Svezia con quattro vittorie e un pareggio, ma andando sempre in svantaggio per poi recuperare in ogni gara. La Giornata con la ‘G’ maiuscola doveva ancora arrivare.

È il 22 Febbraio quando si giocò una delle semifinali, il classico caso dove la partita sembra più La Finale. In una Field House stracolma, 8500 persone, andò in scena USA-URSS. Apparentemente una partita, come si era visto qualche settimana prima, senza storia. L’apparenza, però, inganna. La partita cominciò e, come nelle precedenti quattro, gli Stati Uniti andarono sotto. Pareggiarono ma, dopo poco, tornaronoil 4-3 di Mike Eruzione nuovamente in svantaggio. Spinti da un’arena pazzesca trovarono però la forza ed il coraggio per pareggiare, due volte, ottenendo prima il 2-2 e dopo poco il successivo 3-3. A questo punto accadde l’impossibile. Un miracolo sportivo. Mike Eruzione, il capitano della squadra americana, segnò, a dieci minuti dalla fine, la rete del 4-3 USA. I successivi dieci minuti furono i più lunghi della vita di quei venti ragazzi. Il portiere Jim Craig divenne imperforabile, quasi aiutato da una barriera divina, e minuto dopo minuto si arrivò a 33 secondi dalla fine, con Craig a respingere gli ultimi disperati tentativi sovietici. Poi il resto è storia, raccontata con il cuore da Al Michaels telecronista dell’ABC che raccontò così gli ultimi 11 secondi di partita: «11 seconds, you’ve got 10 seconds, the coun-tdown going on right now! Morrow, up to Silk. Five seconds left in the game. Do you believe in miracles?! YES!».

Dopo la vittoria contro i sovietici, quei venti ragazzi coronarono il loro sogno vincendo la medaglia d’oro nella finale contro la Finlandia. Miracolo compiuto per l’America, ma come disse Herb Brooks: «I realized that was lot more of hockey game; not only for those who watched it, but for those who played it». E perché quella fu una partita che «was a chance, for one night, not only to dream, but a chance, once again, to believe».

Riviviamo quell’ultimo, intenso e storico minuto finale di USA-URSS:

Studia Sustainable Energy, nel tempo libero prova a scrivere e fare foto per raccontare la vita di tutti i giorni www.gigibotte.com

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