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n_boca_juniors_juan_roman_riquelme-691928Scriveva Franz Kafka all’inizio degli anni ‘10 del ‘900 che «il mutismo è un attributo della perfezione». Contemporaneamente, dall’altra parte del mondo, a Buenos Aires, un gruppo di giovani emigrati genovesi (gli xeneizes) ha fondato da una decina di anni una squadra di calcio che, in contemporanea alla stesura dei Quaderni in ottavo da parte dello scrittore boemo, è promossa nella serie A argentina e costruisce il suo stadio. 81 anni dopo, il 25 ottobre 1997, a pochi chilometri di distanza da quel primo stadio, al Monumental di Buenos Aires, si gioca il Superclàsico tra il River Plate e il Boca Juniors. Sul punteggio di 1-0 per il River Plate, il tecnico del Boca richiama in panchina il numero 10 e inserisce il numero 20 e gli xeneizes vincono il derby per 1-2 grazie alla rete di Martin Palermo. Il numero 10 di quel Boca è Diego Armando Maradona, ed è sul finire della carriera; il numero 20 è un ragazzino di 19 anni di San Fernando, un paesino in provincia di Buenos Aires, e si chiama Juan Roman Riquelme, un giocatore taciturno (per questo soprannominato El Mudo) e ha come futuro quello di diventare il giocatore più idolatrato dai tifosi gialloblu d’Argentina. Quel cambio è il passaggio di consegne tra il più forte giocatore argentino della storia ed il più amato giocatore della storia del Boca Juniors.

1565456Riquelme è uno dei più grandi “dilemmi” della storia recente del calcio: poco vincente, ma amato da tantissimi pallonari per il suo modo romantico di giocare. In fin dei conti nel calcio europeo, nell’unica stagione in cui Roman, come il nome scritto dietro la sua maglia, ha mostrato buona parte del suo talento è riuscito a portare ad un passo dalla finale di Champions League il piccolo Villareal, per poi rispedirlo beffardamente a casa fallendo il rigore nella semifinale di ritorno contro l’Arsenal. Prendere quell’annata come unico riferimento della carriera di Riquelme sarebbe offensivo, eppure viene da pensare che giocatore sarebbe potuto essere se avesse avuto un po’ più di continuità rispetto a quella vista nei trascorsi spagnoli. Ma probabilmente se ciò fosse accaduto ci saremmo persi il bello della storia. Già, perché è con l’addio al calcio iberico che Roman è diventato “l’ultimo diez”, il sopravvissuto ad un mondo di atleti con mezzi fisici straripanti e fuori dalla norma.

Non essendo chiamato a difendere poteva concentrarsi unicamente sulla creazione del gioco, estraniarsi per tutta la partita per poi inventare la giocata decisiva: così è diventato l’uomo del popolo xeneizes. Fenomenale, di Riquelme, la capacità di saper leggere una partita con un solo tocco e di decidere lui stesso il ritmo da imporre alle gare: non solo velocità di corsa, forza e resistenza fisica ma prima di tutto testa e ratio, come di lui disse Josè Pekerman, selezionatore dell’Argentina ai Mondiali 2006: «Lui è uno di quei giocatori che oramai sono in via d’estinzione. Il calcio sta producendo giocatori elettrificanti, dei velocisti, ma sta perdendo il tipo di giocatori che sanno realmente quello che stanno facendo».

Zinedine_Zidane-Juan_Roman_Riquelme_CLAIMA20150126_0140_27Un signore del calcio, un trequartista di quelli che ormai non esistono più, capaci di una visione del gioco in grado di fare andare con la testa dove la gambe non potevano arrivare (Valdano: «Il ritmo e la direzione della palla dipende in gran parte dal livello di ispirazione di Riquelme»), ritmo di gioco altissimo, perché sempre nei suoi piedi (anzi nella testa), proprio perché era lui a comandarlo. Le briglie tattiche di Louis Van Gaal e di Radomir Antic impedirono al Barcellona di vederne anche solo qualche piccolo raggio di luce. Riquelme se vogliamo fu il tentativo di risposta sudamericano a Zidane: movimenti felpati, cervello sopraffino, fuori dalla norma, e una lentezza che sembrava renderli inadeguati anche al football degli anni ’30, eppure imprendibili per qualsiasi difensore grazie a quella capacità di pensare 10 passaggi semplici, belli e concreti.

Roman_entra_cancha_wmUn altro aspetto accomunava il diez argentino a Zizou, che il giorno del ritiro, giocando contro Roman, disse: «È un onore ritirarmi con la sua maglia tra le mani», ed era la capacità di essere regali ed autoritari in campo, ed è forse su questo aspetto che Roman ha messo in riga tutti. Un leader che si prende le sue responsabilità e non reagisce o si lamenta per quello che gli succede (sconfitte o ingiustizie), Riquelme ci lavorava sempre sopra silenziosamente (El Mudo) sui suoi errori per tornare più lucido di prima ed appropriarsi un’altra volta del “rigore decisivo”. Il suo addio al calcio porta via un pizzico di poesia dal gioco a vantaggio di un atletismo della tecnica certamente meno nobile, in stile Pogba, Cristiano Ronaldo o Müller per intenderci.

Non mi sono innamorato di Riquelme per i numeri che riusciva a fare con il pallone, per quelli c’erano Denilson o D’Alessandro, ma nel guardare giocare Roman c’era la certezza che prima o poi, anche solamente con una giocata, avrebbe inventato qualcosa di straordinario ma allo stesso tempo efficace; ed è per questo che ritengo che l’omaggio più bello alla fine della carriera del’ultimo diez sia ripetere le parole che disse Jorge Valdano per descrivere il suo gioco: «Chiunque, dovendo andare da un punto A a un punto B, sceglierebbe un’autostrada a quattro corsie impiegando due ore. Chiunque tranne Riquelme, che ce ne metterebbe sei utilizzando una tortuosa strada panoramica, ma riempiendovi gli occhi di paesaggi meravigliosi».

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«Le cose non succedono, le cose vengono fatte succedere» (JFK). «Ci sono due modi per tornare dalla battaglia: con la testa del nemico o senza la propria» (PDC).

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