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La tre giorni dell’All-Star Game è il momento più rappresentativo della NBA intesa come grande macchina da spettacolo e di costume. Una 72 ore di fuochi d’artificio, musica, spettacoli che noi europei vediamo da lontano con una certa punta d’invidia, soprattutto per come riescono a “vendere il prodotto” basket, reso, in questo modo, appetibile per il mercato globale, continuando quell’espansione iniziata con il binomio Magic-Bird e proseguita con Jordan, Bryant, Yao, Lebron… Tutto bello. Tutto divertente. Ma ne siamo sicuri?

1Se per i neofiti l’All-Star Game ha un fascino unico grazie a tutto ciò che sta intorno al campo, dalle cheerleaders ai concerti degli artisti hip-hop, per gli esperti appassionati di NBA lo spettacolo offerto negli ultimi anni inizia a diventare stucchevole. Il venerdì è, dei tre giorni, il peggiore, con evidente distacco: i due eventi sono la Gara delle Celebrità, su cui evito commenti dato che già il termine “celebrità” mi sembra quantomeno abusato (giusto per far capire, gli ultimi due MVP sono stati Kevin Hart e Arne Duncan… chi?), seguita dalla Partita dei Rookie. Nonostante il cambio di formula, dalla semplice Rookie vs. Sophomore (atleti del primo anno contro quelli del secondo anno) allo scontro tra due selezioni miste scelti da ex giocatori NBA (quest’anno Webber e Hill per la cronaca), abbia dato più equilibrio alla sfida, il problema è lo stesso che affligge la partita della domenica: per 39′ assistiamo ad un ping pong da una parte all’altra del campo di schiacciate e tiri da 3, senza costrutto o logica alcuna. Ogni tanto, però, partono i duelli stile western che tanto piacciono alla Lega: quest’anno la sparatoria tra Hardaway Jr. e Waiters ha ravvivato un minimo gli spettatori europei dal torpore, che alle 4 del mattino può essere letale.

La partita della domenica è molto simile, ma portata all’ennesima potenza: le giocate sono più spettacolari, il ritmo è più veloce e i duelli sono entusiasmanti, soprattutto se negli ultimi possessi abbiamo equilibrio, così da far uscire la voglia di vincere dei fuoriclasse in campo. Ma rimangono comunque 35′ di simpatico passatempo, niente di più. Certo, è bello vedere Durant, Griffin, Curry e Love giocare con la stessa maglietta (ah sì, perché adesso non abbiamo più le canottiere, ma le magliette…), ma l’impegno che mettono in campo è praticamente zero, annullando l’effetto di meraviglia che questa esibizione dovrebbe portare con sé. Fare come la MLB, che dopo alcuni All Star Game obbrobriosi ha deciso di assegnare il vantaggio campo alla conference vincitrice, a me sembra una soluzione che darebbe senso a tutto, creando un hype intorno all’evento incredibile, costringendo alcuni atleti a giocare “davvero” la partita e non ad entrare in campo sotto minaccia e con evidente fastidio (citofonare casa Duncan per info).

082454069-bb6e7dee-adb1-4b39-a46e-cdb24dc0fb38Ma diciamoci la verità, l’evento dell’intero weekend è il sabato, cioè 3-Points ShootOut e, soprattutto, Slam Dunk Contest. Ci sarebbero anche la Skills Challenge e lo Shooting Stars, ma il palazzetto mezzo vuoto durante questi spettacolini parla per sé. La gara del tiro da 3 non può, per sua natura, subire molti cambiamenti: prendi i migliori tiratori della Lega, gli dai i palloni e loro tirano meglio che possono. Già il carretto con i palloni doppi, soluzione molto simile a quella adottata, ahinoi, dalla F1 per la prossima gara, rischia di essere falsante e di alzare l’asticella per quanto riguarda il punteggio (discorso da bar sport: «eh sì, ma se lo davi allo Stojakovic il carrello bonus ti faceva 40 punti…»), ma più di questo non riesco proprio a pensare come si possa modificare in altro modo questa competizione. Lo Slam Dunk Contest, d’altro canto, è stato rivoluzionato quest’anno: non più voto dei giudici, quindi addio ai cartelli “10” alzati a caso dal pubblico e giudici incontentabili, tipo Jordan, che danno al massimo “7” a tutti, ma voto popolare e battaglia da Conference.

La questione però non è la formula che adotti, ma chi inviti e in che condizioni metti i partecipanti. Bisognerebbe porre i migliori uno contro l’altro, in modo da stimolarli a dare il meglio. Inoltre bisogna dar loro il tempo di poter fare una schiacciata come si deve, non metter loro pressione imponendo un limite di tentativi. Questo è venuto meno soprattutto dal lato dei partecipanti. Da molti anni, dalla vittoria di Blake Griffin, non abbiamo un grande nome nella gara. Quest’anno si è cercato di rilanciare la competizione con George, Wall e Mclemore, ma il risultato è tutto in questo re-tweet di Tracy McGrady, uno che se ne intende:

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Certo, non posso mettermi io a dare lezioni ai geni del marketing NBA, che fanno i migliori video di presentazione delle partite di tutto il mondo sportivo, ma è certo che l’All-Star Game rischia di perdere una buona fascia di pubblico se continua così. Per tutti i grandi appassionati, i folli che si fanno le nottate insonni a vedere le partite, la speranza è di vedere i grandi nomi impegnarsi anche di sabato, perchè, diciamolo, la sfida Griffin-James-Gerald Green, con voglia di vincere all’All Star Saturday, sarebbe qualcosa di leggen…. wait for it…. dario.

3 Commenti a “Ridateci le “star” e ridateci il “game” dell’All-Star Game

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