Italia_Euro_68_COLORI

1306797_full-lnd19 luglio 1966, Middlesbrough: dopo aver agilmente vinto il primo match contro il Cile e perso di misura la seconda partita contro l’Urss, l’Italia si gioca la permanenza ai Mondiali inglesi contro la modesta, a dir poco, Corea del Nord. L’ottimismo naturalmente dilaga, i “ridolini”, come li definì nel suo rapporto l’allora vice ct Ferruccio Valcareggi, non hanno nemmeno lontanamente le sembianze di una possibile minaccia al proseguimento del cammino iridato degli azzurri. Quel che invece successe è vergognosamente noto: l’Italia perde uno a zero con gol di Pak Doo-Ik, caporale dell’esercito nordcoreano, ed è costretta a tornare mestamente in Italia accolta dai pomodori e dalle uova marcia dei tifosi indemoniati all’aeroporto di Genova. Con questo deprimente trascorso gli azzurri si presentano agli Europei casalinghi del 1968, dove, vista l’esperienza mondiale di due anni prima, era assolutamente vietato sbagliare.

valcareggi-547In seguito all’ovvio esonero di Fabbri, in panchina siede Valcareggi, uomo di buon senso che evita, al contrario del predecessore, di lasciar prevalere infantili ripicche personali (Fabbri, infatti, non mandava in campo buona parte dei giocatori della Grande Inter per un controverso trascorso con Angelo Moratti) sul bene della nazionale. Gigi Riva è pronto per guidare l’attacco azzurro, Rivera e Mazzola garantiscono fantasia e classe, Burgnich e Facchetti rendono la difesa solida ed esperta: le premesse per disputare una buona competizione ci sono tutte. In più, come detto, il torneo si gioca in Italia. La formula era analoga a quella precedente alla rivoluzione di Euro2016, ovvero una serie di gironi da cui sarebbero emerse 8 squadre che si sarebbero poi affrontate a partire dai quarti di finale. Le eliminatorie che toccano agli azzurri vedono opporcisi Romania, Svizzera e Cipro: avversari più che abbordabili, ma l’incubo della Corea del Nord turba ancora i sogni del pallone italiano, e dunque massima cautela. Si parte contro i romeni, al San Paolo di Napoli, dove dopo l’iniziare gol di Dobrin l’Italia rimonta con due reti di Mazzola e una dell’attaccante juventino De Paoli. Il secondo turno contro Cipro, apparentemente il meno ostico, è invece il più combattuto: sblocchiamo la gara solo al 76’ con Domenghini, seguito dodici minuti dopo da Facchetti. Subito le gare di ritorno con Romania e lo stesso Cipro (non è dato sapere il senso di un’organizzazione del genere), e arrivano rispettivamente terza e quarta vittoria consecutiva: la prima marchiata da un gol di Bertini, la seconda da una magnifica tripletta di, finalmente lui, “Rombo di Tuono” Gigi Riva. L’attaccante del Cagliari si era gravemente infortunato ancora l’anno precedente, e tornò in campo per la prima volta solo nella gara contro Cipro, che ci vede primeggiare con un secco 5-0. Restano le due gare con la Svizzera, ed è ancora Riva-show: spettacolare doppietta nel 2-2 dell’andata e ultimo dei 4 gol con cui affossiamo gli elvetici al ritorno (due gol di Domenghini e uno di Mazzola a completare il poker).

b3094273f7e8219faa3c5f0f465bb136Arriviamo, insomma, ai quarti di finale con il morale alle stelle, una squadra che gira a meraviglia e un campione assoluto là davanti. L’avversario è la Bulgaria, all’epoca un osso duro che in attacco ha uno dei centravanti migliori del momento, Georgi Asparuchov. La sorte ci rifila una robusta pedata calando su Riva una noiosa pubalgia, che spinge Valcareggi ha tenere Rombo di Tuono in panchina e lanciare una giovane promessa del Milan, Pierino Prati, l’uomo che appena un anno dopo avrebbe massacrato da solo il Benfica in finale di Coppa dei Campioni. L’andata è una guerra, con i bulgari che legnano come fabbri e infortunano gravemente Armando Picchi, che chiude di fatto quella sera la sua carriera. Perdiamo 3-2, ma un gol proprio di Prati nei minuti finali ci mantiene in vita. Il ritorno è entusiasmante: al San Paolo portiamo a casa un 2-0 targato Prati e Domenghini che ribalta la situazione, in una partita che vede esordire in nazionale un giovanissimo Dino Zoff. È semifinale, da una parte Italia-Urss e dall’altra Jugoslavia-Inghilterra. Riva è ancora indisponibile, e dunque l’attacco è affidato a Prati e Mazzola, ispirati da Rivera: poteva anche andarci peggio… Ma, ancora una volta, il fato sembra voltarci le spalle, e il Golden Boy si infortuna dopo pochi minuti di gioco. Le sostituzioni, però, sono ancora vietate, e Gianni è quindi costretto a stringere i denti; non fosse che all’inizio della ripresa pure Bercellino si rompe. Chiude il cerchio della sfortuna un incredibile palo di Domenghini allo scadere: 0-0 dopo i supplementari, si va alla monetina. Già, perché esattamente come le sostituzioni nemmeno i rigori erano stati ancora introdotti, e dunque per decidere chi va in finale ci si affida al più drammatico dei testa-o-croce. Visto come girava la sorte quella sera, si sarebbe anche potuto spegnere direttamente il televisore, ma la mano dell’arbitro tedesco Tschenscher (tedesco orientale, a scanso di complottismi) schiaffeggia l’avversa Tuke. Facchetti, fra lira, rublo e franco, sceglie la moneta francese e il lato che recita la parola “Liberté”. È la scelta giusta: l’Italia è in finale contro la Jugoslavia, che nel frattempo aveva sconfitto gli inglesi 2-0.

C_2_ContenutoGenerico_3224_ParagrafiStoria_upiImageStoriaTopOre 21.15 di sabato 8 giugno: di fronte ai 68.817 spettatori che affollano l’Olimpico di Roma, l’Italia si gioca la sua prima finale dal Mondiale del 1938. Valcareggi rivoluziona la squadra, mandando in campo Guarneri e Lodetti al posto degli infortunati Bercellino e Rivera e sostituendo Mazzola con Anastasi, al debutto in azzurro dopo l’ottima stagione con il Varese che gli era valsa l’ingaggio da parte della Juventus. Ci si aspettava un’agile vittoria italiana, ma è la Jugoslavia a fare la partita e a passare in vantaggio al 39’ con Dzajic, l’avversario di maggior classe. Arranchiamo, ci vediamo graziare con un rigore netto per gli slavi non assegnato dall’arbitro, centriamo una traversa con Domenghini. Ma proprio quest’ultimo, all’80’, trova la botta giusta da fuori area, pareggiando i conti. I supplementari non cambiano la situazione, finisce 1-1: si va alla finale-bis (grazie al cielo, almeno per la partita decisiva, le monete rimanevano nei portafogli). Quarantotto ore dopo, dunque, si è di nuovo in campo: rispetto alla prima finale fuori Lodetti, Juliano, Ferrini e Castano e dentro De Sisti, Mazzola, Rosato e Salvadore. Ma, soprattutto, rientra Gigi Riva. L’Italia è un’altra squadra, più equilibrata e sicura di sé, e nel giro di mezz’ora Rombo di Tuono e Anastasi hanno già portato il tabellino sul 2-0. Sul gol di Riva gravava un sospetto fuorigioco di cui si è parlato per decenni, fino a che, nel 1994 in occasione dei suoi 50 anni, la Rai fece uno speciale interamente dedicato a quella marcatura, con moviole e contromoviole. Ebbene, si è accertato che quel gol fu assolutamente regolare. L’Italia, dunque, vince 2-0 e porta a casa il suo primo e unico titolo continentale. Una vittoria suggellata dalla spettacolare camminata della squadra dallo stadio Olimpico fino a Via Veneto, la strada resa immortale dalla “Dolce Vita” di Fellini. Oggi non c’è Riva, non c’è Mazzola, Prati o Rivera; ma siamo l’Italia, e questo deve bastare e avanzare per giocarci un Europeo da protagonisti.

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