Raul

C’era d’aspettarselo che alla fine ci avrebbe salutato, prendendosi i suoi meritati applausi e raggiungendo quei pochi che possono essere giustamente ricordati come leggende di questo sport. Domenica la Veltins-Arena di Gelsenkirchen era tutta per lui, per porgere l’ultimo omaggio europeo a Raul Gonzalez Blanco. Sembra lontanissimo quel 29 ottobre 1994 in cui Jorge Valdano, con l’infermieria piena, decise di affidarsi a un promettente diciassettenne che proveniva dalla cantera. In quella sconfitta, il giovane non riuscì a insaccare la rete fallendo diverse occasioni, ma c’era qualcosa in quel giocatore che convinse l’allenatore a dargli fiducia. Ebbe così inizio la carriera di un pezzo di storia calcistica.

 

In quindici anni di avventura con la maglia dei Galacticos, Raul è stato il predecessore di quella generazione di calciatori che oggi cresce sotto i nostri occhi, quei calciatori nati per abbattere i record. Le statistiche parlano da sole: maggior numero di presenze (741) e miglior marcatore con 323 reti nella storia del Real Madrid, e unico giocatore ancora in attività a detenere il record di presenze (550), reti (228) e assist (83) nella Liga. Nonostante queste cifre da capogiro, è un altro primato ad essere il suo simbolo distintivo: le sue 77 reti che ne fanno ancora il miglior marcatore della Champions League.

 

Eppure, non sono solo questi freddi numeri, che a breve saranno sostituiti dalle statistiche del portoghese e dell’argentino, che ci faranno ricordare dello spagnolo, perché questo fenomeno è anche uno degli ultimi esemplari di quella razza di giocatori che ormai sembra in via d’estinzione: le bandiere. Non c’è altro modo di chiamare un giocatore e un capitano che ringrazia la società che l’ha appena cacciato, nonostante i sedici titoli vinti insieme, e che accetta di andare a giocare in un posto sperduto della Germania e dare il suo contributo, anche se lui ha già vinto tre coppe dalle grandi orecchie mentre, probabilmente, i suoi compagni non la solleveranno mai.

 

Forse non è il saluto che questo straordinario uomo si sarebbe immaginato o soprattutto meritato, in un pigro pomeriggio tedesco lontano dai templi del calcio, soprattutto lontano da quel Santiago Bernabeu dove ancora oggi riecheggia il suo nome. Ma il caloroso addio riservato all’ultimo numero sette dello Schalke 04, che sarà ritirato, ha reso ancor più evidente che abbiamo salutato uno degli ultimi re d’Europa.

 

Matteo Arosio

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Un altro modo di raccontare lo sport.

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