van der meyde

Io amo il calcio, e sono interista. Questi due dati di fatto hanno su di me un effetto esplosivo. Sì, perchè a me non piacciono i giocatori forti, a me piacciono i giocatori estrosi. Non ho mai definito l’Inter una squadra forte (tranne che nel magico anno 2010), l’ho sempre definita una squadra estrosa. Proprio mentre maturavo pensieri di questo tipo mi è caduto l’occhio su una notizia che mi ha dato da pensare ulteriormente. Chi dei lettori non ricorda Andy van der Meyde, o come adorava chiamarlo Roberto Scarpini “L’olandese volante” o “Andy van der Gol”? L’oramai trentatreenne olandese ha deciso di appendere le scarpette al chiodo e ha appena pubblicato la sua autobiografia. “Geen genade” l’ha intitolata, “Nessuna pietà“. Probabilmente il buon Andy penserà che la vita non ha avuto nessuna pietà nei suoi confronti. Personalmente la penso in modo diverso, lui non ha avuto nessuna pietà di se stesso e di un talento cristallino che chiedeva solo di essere coltivato e lasciato crescere, uno dei talenti più limpidi che io abbia mai visto sul magico rettangolo verde.

Facciamo però un passo indietro. Mi sono innamorato di questo giocatore la sera del 17 settembre del 2003, teatro della vicenda il mitico Highbury, casa dei Gunners. Si giocava la prima giornata di quell’edizione della Champions League e l’Inter di Cuper, scottata da un opacissimo inizio di campionato, si presentava senza nulla da perdere su uno dei campi più difficili d’Europa e ne usciva vincitrice per tre a zero. Uno degli undici leoni nerazzurri era proprio Van Der Meyde che sul punteggio di uno a zero scaraventò un missile al volo alle spalle del portiere dei londinesi, con una volée degna degli annali del calcio. E poi di corsa verso la bandierina a mettere in scena la sua famosa esultanza con le braccia a fucile di precisione dirette verso il terzo anello. Quei piedi fatati gli avrebbero regalato un futuro roseo se solo fossero stati accompagnati da qualche neurone. Invece niente, dopo due anni di posso-ma-non-voglio con la maglia della Beneamata, lo acquista l’Everton, pagando 35.000 £ a settimana un talento mai esploso. All’Everton Andy giocherà poco, una quarantina di partite in 4 anni non di più, passando più volte dalla tribuna alla squadra riserve che da una fascia all’altra di Goodison Park. Una fama se l’é fatta a Liverpool, ma non certo come grande giocatore, quanto come alcolista, cocainomane e assiduo frequentatore di strip clubs. Quando tutto sembrava ormai perduto, ancora una persona credeva nella rinascita calcistica di quest’uomo, Fred Rutten, allenatore del PSV che gli propose un contratto annuale con i biancorossi di Eindhoven. Come lo stesso Andy racconta nel suo libro, il suo fisico non lo seguì, abituato com’era a una vita di vizi. Dopo qualche mese con una squadra di dilettanti nel 2011 ha così deciso di finirla col calcio per raccontarsi in un libro.

Io sono innamorato del calcio e dell’estro calcistico, dunque non posso non innamorarmi di questi talenti purissimi, che però troppo spesso si perdono, sommersi dai soldi in un mondo troppo grande per il loro cervello da bambini. Le storie di Andy Van Der Meyde, Adrian Mutu, Mario Jardel e, per certi versi, del Chino Recoba, sarebbero da insegnare ai bambini delle scuole calcio come esempi da non seguire, e forse anche ai presidenti che imparino, una volta per tutte, a non coprire di soldi un giovane calciatore. Van Der Meyde cerca ora un posto da allenatore delle giovanili per insegnare ai ragazzi cosa non bisogna fare. Glielo darei subito. Al mondo del calcio il cecchino di Highbury può ancora dare qualcosa.

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