mike tyson alcolizzato

«Ho fatto un sacco di cose cattive e voglio essere perdonato». È la straziante richiesta d’aiuto di Mike Tyson. Di un uomo che non trova mai pace. Di quello che è stato forse il più grande peso massimo dai tempi di Muhammad Ali, e che da quando nel sempre più lontano 1986 si è laureato come più giovane campione del mondo nella storia della categoria conduce un’esistenza pericolante.

tyson vs holyfiled morso«Puoi togliere il ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto dal ragazzo», afferma Zlatan Ibrahimovic nella sua biografia. E Mike Tyson è l’incarnazione di questa drammatica verità. Perché Tyson è un uomo a cui è stato donato un talento da pugile purissimo, ma che non è mai riuscito a essere all’altezza di quel talento che si è trovato nelle mani, continuando a vestire i panni del teppista di strada che a dodici anni era già stato arrestato decine di volte. Ha guadagnato in carriera 300 milioni dollari dilapidandoli tutti in pochi anni ed essendo costretto a dichiarare bancarotta nel 2003; si è sposato tre volte mettendo al mondo otto figli; è stato condannato a dieci anni di carcere (scontandone quasi quattro) per lo stupro di Desirée Washington nel 1993; ha strappato con un morso l’orecchio a Holyfield nel 1997 diventando un’icona negativa dello sport (tanto che se a molti chiedi di Mike Tyson ti rispondono «ah sì, quello dell’orecchio»); ha vissuto un’infinita serie di guai giudiziari, coinvolto in storie di alcol e stupefacenti.

Negli ultimi anni la sua esistenza sembrava aver raggiunto un certo equilibrio, con il terzo matrimonio, l’annuncio di aver abbracciato una vita vegana, le frequenti apparizioni sul grande schermo e l’esordio come promoter di eventi pugilistici sabato scorso. Ma proprio quando tutto all’apparenza era finalmente tranquillo, eccolo sferrare un gancio dei suoi in conferenza stampa: «Sono sul punto di morire, perché sono un alcolista. Però io voglio vivere la mia vita sobria. Io non voglio morire». Seguito da una serie di colpi da KO che ci hanno tramortito tutti: «Negli ultimi sei giorni non ho bevuto o preso droghe e per me questo è un miracolo. Ho mentito a tutti gli altri che ancora pensano io sia sobrio: ma non lo sono. Non farò più uso di sostanze». Fino a quella dichiarazione finale, a quella richiesta di perdono: «Sono un cattivo ragazzo, a volte. Ho fatto un sacco di cose cattive e voglio essere perdonato. Voglio cambiare la mia vita, voglio vivere una vita diversa, ora».

mike tyson alcolizzatoVedere gli occhi di Mike Tyson, di quello che non aveva paura di nulla, di quello che aveva il difetto di far finire gli incontri troppo presto mandando gli avversari KO già al primo round, implorare aiuto, lascia ammutoliti. Perché Tyson era il cattivone, era quello che teneva una tigre nel giardino di casa, mentre ora si rivela per quello che è, un uomo alla ricerca della sua strada. Proprio come noi. Un uomo che forse non ha mai superato il dramma della morte della piccola figlia Exodus di 4 anni, scomparsa per soffocamento nel 2009, e che probabilmente sperava di lasciarsi alle spalle quell’evento straziante conducendo una vita a cento all’ora. Ora, però, si è accorto che può correre quanto vuole, ma il dramma della vita rimane sempre lì. E coca e alcol non lo risolvono.

Ma questo Mike Tyson non è da compatire. È da ringraziare. Perché ci ricorda che quando la vita è in salita la cosa più umana che si possa fare è chiedere aiuto. E che anche se fino a un attimo prima si è fatto a pugni con la vita, si è sempre in tempo a ripartire. La sua richiesta di aiuto è quella di tutti noi, è la richiesta di non rimanere soli nell’affrontare il dramma dell’esistenza. Così come la sua domanda di perdono è ciò che di più umano ci sia: Tyson sa che l’unica cosa che può salvarlo è qualcuno che lo perdoni e non lo guardi per tutto ciò che ha fatto, ma per ciò che è, un uomo che vuole essere felice. E che le ha provate tutte per esserlo.

Mike TysonOra, dopo l’ennesimo fallimento, Tyson fa quello che tanti altri – viene in mente Pantani – non hanno avuto il coraggio di fare: chiede aiuto. Iron Mike ha bisogno di non essere più guardato come uno dei più grandi pugili che il ring abbia mai ospitato, ma semplicemente come un uomo che fatica a stare di fronte al dramma quotidiano della vita. E che a quarantesette anni non ha ancora perso la speranza di trovare la sua strada e dare un senso alla propria esistenza. Perché così come non ti puoi levare il ghetto che è dentro di te, non ti puoi togliere neppure il desiderio di felicità eterna. Vale per tutti noi, vale anche per Mike Tyson, The Baddest Man on the Planet.

 

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Leggo Tex Willer e fumo Camel Light.

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