italia volley 2012

Ancora una volta ha fatto male, ancora una volta i sogni del volley azzurro sono sfumati, lasciando la sensazione di una buona opportunità persa. Arrivavamo a quest’edizione con buoni presagi e le solite attese, torniamo a casa con un magro bottino che infrange i sogni, ma rilancia il futuro. In tutto ciò permane una certezza: l’Italia non ha ancora trovato la maturità per vincere un Olimpiade.

 

In campo femminile questa debolezza è uscita con evidenza, perché la squadra detentrice della World Cup, considerata una delle favoritissime e ritenuta una delle più forti, se non la più forte, degli ultimi anni, non può passare agevolmente il girone e uscire ancora una volta ai quarti, sopratutto dopo aver dimostrato di poter vincere un set in tutta tranquillità. La Corea del Sud, buona squadra ma ancora troppo dipendente dalla sua stella Kim Yeon-Kung, ha ringraziato le nostre ragazze per il blackout e guadagnato la semifinale. La spiegazione di quello che non doveva succedere è stata data a fine partita dal nostro capitano, Eleonora Lo Bianco, la migliore alzatrice del mondo, che ammette: “Ci siamo illuse.” Non c’è nulla da aggiungere.

 

In campo maschile il discorso è diverso ma non cambia il problema. Squadra di debuttanti (solo quattro senatori alla quarta Olimpiade), arrivata a Londra come incognita capace di grandi imprese e brutte figure, durante il torneo ha mostrato questa sua doppia faccia: girone passato per il rotto della cuffia, quarti dominati contro i campioni olimpici in carica a stelle e strisce, batosta in semifinale e reazione d’orgoglio e testa per il bronzo. Con la quinta semifinale consecutiva rimaniamo costantemente tra le prime quattro potenze mondiali, dimostrando di avere tutte le carte in regola per vincere ma essendo ancora un frutto acerbo. Un’altra Olimpiade finisce e la maledizione del cerchietto d’oro continua, con l’Italia che rimane l’unica delle grandi a non aver mai raggiunto questo risultato.

 

Il bilancio? Anche qui il giudizio si divide: per le donne, Londra è sicuramente un brutto passo indietro, dove un gruppo vincente, bilanciato e ben amalgamato tra vecchio e nuovo ha come dimenticato la sua identità quando doveva iniziare a fare sul serio, dimostrando di aver ancora lo stesso problema di concentrazione di quattro anni prima. È finito sicuramente un ciclo, visto il probabile addio del c.t. Barbolini e delle atlete più avanti dal punto di vista anagrafico, e inizia così un rinnovamento che però non deve essere una tabula rasa. Chiunque sarà il traghettatore (la riconferma di Barbolini o il cambio di rotta con Guidetti) dovrà trovare la strada per risolvere un’incapacità di gestire la tensione che sembra essere diventata ormai strutturale.

 

Per la banda di Berruto, invece, il bronzo non soddisfa ma sicuramente è un’esperienza che valorizza il grande lavoro svolto fin qui. Dopo il quarto posto di Pechino, la squadra ha vissuto la fase di transizione che la sua controparte in rosa sta vivendo ora, ma sotto la guida caparbia del filosofo piemontese e gli innesti dei nuovi italiani (Lasko, Travica e Zaytsev), la nazionale sta ritornando a elevati livelli di efficienza internazionale. Manca ancora quella costanza di rendimento, tipica della nazionale nei tempi passati, necessaria per battere avversari più esperti (Brasile insegna), mancanza sicuramente dovuta all’inesperienza di un gruppo anagraficamente non più giovanissimo ma che lavora insieme da appena quindici mesi.

 

Finita Londra, inizia per le nostre nazionali un cammino di miglioramento e di crescita che ha un unico traguardo: Rio 2016, la casa del Brasile, il più forte di tutti. Riusciremo ad arrivarci all’altezza?

 

Matteo Arosio

Un altro modo di raccontare lo sport.

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