tifosi irlandesi

L’immagine dei tifosi irlandesi che saltano abbracciati, spalle al campo, dopo il nono schiaffo preso in questo Europeo (3+4+2) è una delle scene più belle che, a mio avviso sia stata promossa da questa competizione. Si parla tanto di questo torneo come della festa del calcio, fotografando tifosi di squadre opposte uniti in retorici siparietti, “Ole” che partono e muoiono all’istante, facce ridicolmente dipinte. Che abisso tra queste formali icone dello “sport che unisce i popoli” e quelle curve orgogliosamente legate alla propria terra, fiere di intonare le proprie canzoni e di sventolare in faccia a tutti il proprio essere superiori nonostante quanto stava succedendo in campo.

 

Sui tifosi irlandesi si è detto di tutto: senza perdermi nel rispondere all’articolo osceno di Bobby Cialtron, parlerei invece dei tanti che hanno applaudito a quel “The fields….” eterno, a più riprese sentito in queste partite. A tutti ha fatto venire i brividi, specie alle orecchie di chi raramente ha avuto la possibilità di guardare un match di rugby della Nazionale irlandese, dove invece questo coro è una prerogativa nota a tutta Europa. Ma se provassimo a spiegare il fascino suscitato da queste note solamente attingendo alla straordinarietà del mondo del rugby, saremmo parziali, e ci dimenticheremmo di tanta storia sportiva dei paesi Anglosassoni (so di sgarrare verso l’Irlanda usando questo aggettivo, ma il clima sportivo l’accomuna all’odiata vicina). Solo qualche mese fa applaudivamo i tifosi del Wolverhampton che incitavano la loro squadra fino all’ultimo, anche quando, sconfitta, era sul punto di retrocedere matematicamente; in tanti, conosciamo poi il fascino di “I’m forever blowing bubbles”, canzone che da inizio Novecento è ormai la colonna sonora di ogni match che il West Ham gioca sul terreno amico del Boleyn Ground; e sull’inflazionatissimo “You’ll never walk alone” non vale neanche la pena spendere parole nel fare confronti tra la versione inglese targata Liverpool e le imbarazzanti repliche promosse dalle nostre parti.

 

E qui sta il punto dove voglio arrivare, i paragoni. In tantissimi si sono scoperti freschi amanti dell’ultima ora del suolo gaelico, cavalcando la moda dei video comparsi a destra e manca, su Facebook e Twitter, chiedendosi retoricamente se mai vedremo scene simili in Italia. E giù con le tirate d’orecchie alle nostre curve, ai nostri movimenti ultras, al nostro modo di seguire le partite. La risposta è no, e per fortuna dico io. Non vedremo mai nulla di simile in Italia. Ma non perché siamo “zoticoni” o trogloditi, ma semplicemente perché abbiamo una maniera diversa di vivere lo sport. Da loro si soffre in un modo, da noi in un altro. Ci scorre un oceano in mezzo: il loro modo è sicuramente invidiabile, ma per nulla replicabile da noi, perché siamo diversi, abbiamo culture, costumi e origini diverse. E bisogna andarne fieri: guardare e invidiare è lecito, così come stare in silenzio, ascoltare e godere di questa differenza. Ma piantiamola con le mitizzazioni, che suonano di falso, e svuotano di umanità quella curva che canta, consegnandola alle vuote immagini di copertina.

 

C’è solo un modo per cogliere fino in fondo l’origine di quel coro: pensare che a cantarlo erano degli irlandesi. Non degli italiani, né, men che meno, degli inglesi, o dei polacchi. Perché, checché ne vogliano far credere quei tristoni di Blatter e Platini, il calcio è bello perché è una sfida: due squadre che rappresentano due nazioni s’affrontano sul campo, per decretare quale delle due è la più forte. È così ovunque, ma ancor di più lo è Oltremanica, dove il calcio è nato, e dove accesissimo è l’attaccamento per la squadra che rappresenta la tua terra. Tutto un popolo c’è dietro a quelle maglie, ed è lì per dire a tutti che lui vuole essere il più forte. Mica far finta di essere amico dei tifoso di fianco, per abbracciarsi in qualche finto scatto per il sito della Uefa

 

Lisbon Lion

Un altro modo di raccontare lo sport.

0 Commenti a “Quella curva orgogliosa è molto bella, ma non mitizziamola

Rispondi