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pianigiani italbasketApplausi, applausi e ancora applausi, senza rammarico. È questo che si meritano i ragazzi che coach Pianigiani ha guidato nell’Europeo in Slovenia, conclusosi (non ancora del tutto) con l’eliminazione patita per mano della più esperta e fisica Lituania.

Partiti per l’avventura europea con la concreta possibilità di essere una semplice meteora, gli azzurri si sono trasformati in una vera e propria corazzata che, durante la prima fase dei gironi (sul regolamento non commentiamo perché ci sarebbe da scrivere troppo), ha vinto tutte le 5 sfide, qualificandosi alla seconda fase a punteggio pieno.

Pensare che si veniva da una preparazione estiva duramente criticata dalla stampa, viste le 0 vittorie, che sommata alle defezioni di 3/5 dello starting five del calibro di Bargnani, Gallinari e Hackett faceva pensare davvero ad una rapida comparsa per Datome e compagni. Inoltre bisogna aggiungere l’infortunio, patito sul finire della preparazione, di un uomo chiave per lo spogliatoio come era il capitano Stefano Mancinelli.

datome italbasketQui però è scattato qualcosa che ha permesso ai giocatori italiani di esaltarsi e di giocare un basket al di sopra delle aspettative ed a volte delle loro reali possibilità. Se tipico del DNA azzurro, di tutte le discipline sportive, è dare il massimo quando tutto gira storto e sembra “cospirare” contro, peculiarità propria di questo gruppo di Pianigiani è stato un modo di fare per certi versi da sbruffoni. L’appellativo di “cagnacci”, con il quale si sono definiti gli azzurri, a partire da un’idea venuta a Pietro Aradori e Alessandro Gentile, va ad evidenziare quel modo di fare sfrontato che non guarda in faccia a nessuno, che non vuole essere sconfitto già in partenza, che fissa un obiettivo e prova a raggiungerlo in tutti i modi.
Errore comune in cui sono caduti gli avversari è stato proprio quello di sottovalutare gli azzurri, darli per morti già in partenza. Il problema è che i cani randagi se li assecondi poi ti mordono.

E sotto i morsi di Cinciarini e co. sono caduti fior fior di squadre: dalla grande Russia alla divina Spagna, passando per le favorite, almeno per le medaglie, Grecia e Turchia.
Gente che aveva vissuto delle Finals NBA da protagonista come Turkoglu oppure che viaggia nella lega più spettacolare del mondo a 10+10 (punti e rimbalzi) a sera come Asik e Ilyasova, sono stati sbeffeggiati da Aradori e Melli, giocatori che probabilmente l’NBA la guarderanno sempre in pay-tv. Senza dimenticare il Beli-show contro la Grecia, gara conclusasi con la schiacciata di Alessandro Gentile in testa a Papanikolao (bi-campione d’Europa in carica con l’Olympiakos e già draftato per l’NBA) con susseguente urlo di esultanza in faccia al greco; e l’apoteosi azzurra nella partita con la Spagna, squadra che se non ci fossero stati gli USA nell’ultimo decennio avrebbe vinto tutto e il contrario di tutto. Ci eravamo già fasciati il capo, da buoni italiani, prevedendo le scorribande di Marc Gasol in testa al malcapitato Cusin, ma anche qui il partire già battuti ha portato quel “qualcosa in più” che ci ha lanciati verso il trionfo. Sotto di 13 a 5 minuti dalla fine Gentile si è caricato la squadra sulle spalle guidandola al più improbabile, e per questo più gustoso, successo degli ultimi anni.

grecia italiaIl quarto di finale con la Lituania è storia di ieri sera; una partita che potevamo vincere, che sembrava riuscissimo a portare a casa e che invece alla fine, anche molto per la stanchezza di un Europeo giocato praticamente senza lunghi coi piccoli a correre come forsennati, ci siamo visti scivolare via.
Simone Pianigiani deve essere fiero del suo gruppo perché ha ridato entusiasmo, e audience, al basket italiano, troppo spesso bistrattato e dimenticato dai media, e inoltre ha offerto un esempio da seguire sempre: mai smettere di chiedere l’impossibile. E il sogno sportivo non è ancora finito perché oggi, battendo l’Ucraina, potremmo qualificarci per il Mondiale 2014 in Spagna.
Dopo aver visto Cusin stoppare Rudy Fernandez, fatemi almeno sognare Gentile che inchioda in testa a Bryant.

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«Le cose non succedono, le cose vengono fatte succedere» (JFK). «Ci sono due modi per tornare dalla battaglia: con la testa del nemico o senza la propria» (PDC).

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