livorno 1942-43

C’è un campanile a Livorno, della chiesa di San Jacopo, un campanile tanto vicino alla scogliera che quasi sembra abbia voglia di tuffarsi e rinfrescarsi nel mare, per poi ritornare dov’era, a battere i suoi rintocchi nell’aria salmastra del Tirreno. Livorno conosce bene quei rintocchi; la Livorno calcistica ancora di più.

livorno 1942-43Si narra che durante le partite della squadra labronica, come suonavano le campane di San Jacopo, gli amaranto si trasformavano in undici leoni. Che sia realtà o diceria, il fatto é che il campo di Villa Chayes era davvero una fortezza inespugnabile. E fu grazie a questa prodigiosa forza fra le proprie mura che il Livorno riuscì a salvarsi, seppur di un soffio, al termine del campionato 1941-1942. La città amava il calcio, fin da quando nel 1904 l’indimenticato Domenico Carmichael, figlio del console inglese, organizzò in piazza Magenta la prima partita fra una selezione della città e un pugno di marinai britannici. Fu una disfatta, ma fra Livorno e il calcio fu amore al primo tiro. Un amore tale da non essere per nulla intaccato dall’assenza di risultati della squadra. Il Livorno si salvava dalla serie B, e facciamocelo andare bene. Tant’è che nessuno avrebbe mai potuto immaginarsi quello che sarebbe accaduto la stagione successiva. Il presidente Bruno Baiocchi puntellò la squadra con qualche acquisto mirato, a partire da mister Fiorentini, fino a Soldani, Degano e Raccis. Si cercava una salvezza tranquilla, senza eccessivi patemi. Ma l’inizio della stagione fu disarmante: sei vittorie consecutive e primato della classifica. La squadra girava a meraviglia, a una discreta qualità si univa un temperamento incredibile.

serie a 1942-43La vittoria per 2-1 contro il Torino suggellava la nascita di un certo pensiero, un’idea di cui quasi ci si vergognava a parlarne, come se quelle parole potessero essere prese dal vento e portate via: il Livorno poteva vincere lo scudetto. Il duello con il Toro si protrasse fino all’ultima giornata, con i granata in vantaggio di un solo punto sui labronici. Il minuto è l’ottantacinquesimo, il Livorno vince comodamente 3-1 su un Milan che non ha più nulla da chiedere alla stagione, mentre il Torino è inchiodato sullo 0-0 da un Bari alla ricerca della salvezza. La leggenda del calcio sta per accogliere undici nuove divinità, ma il folle volo degli amaranto trova sulla sua strada un sole che scioglie le sue ali di cera, un sole che risponde al nome di Valentino Mazzola. Il campionissimo del Toro infatti realizza allo scadere il gol che consegna il tricolore ai granata e rispedisce il Livorno nel mare dell’oblio. Rimarrà di quella stagione un grande rammarico per un’occasione perduta, ma anche la gioia per aver annusato vette di cime allora come ora inesplorate per la città toscana. Quest’anno il Livorno torna fra i grandi; nessuno si aspetta che lotti per lo scudetto, nessuno nemmeno ci spera. Sempre che le campane di San Jacopo siano d’accordo, si intende.

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