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Storie di talenti mancati, di potenziali fenomeni che per un motivo o per l’altro non riusciranno mai a sfondare nello sport in cui eccellono, sono all’ordine del giorno. Se parliamo di basket, di playground, di vita di strada, allora trovare storie del genere è ancora più semplice. Ma alcune di queste vicende hanno un’unicità che le rende completamente diverse, né migliori, né peggiori, semplicemente uniche. Come talento, come persona e come vicenda, quella di Derrick Curry sicuramente spicca per unicità. Sì, perché di Curry sappiamo perfino la data esatta in cui la sua storia nel basket sarebbe finita: 17 ottobre 1990, quando una chiamata di Curry al suo amico Norman Brown verrà registrata dall’FBI.

foto-1Andando con ordine, Derrick Curry nasce il 1° gennaio 1970 a Mount Rainer, Maryland, città normale, famiglia normale. Il padre Arthur è preside dell’istituto di scuola superiore alla Bowie State di Bowie, la madre, Darlene, insegna in una scuola media, due sorelle maggiori con ottimi risultati scolastici e future laureate. Non proprio il tipico scenario da ghetto e infanzia difficile. Per inciso, il padre dedica la vita ad aiutare i ragazzi a salvarsi dalla droga e dalla vita di strada.

Derrick si fa notare fin da bambino nel playground quando già molti lo accostavano a Pee Wee Kirkland, leggenda dello street basket di Harlem (altra storia interessante di talento bruciato dai piaceri della vita). Alla Northwest High di Washington, D.C., Curry viaggiava ad una media di 20 punti a partita, “Aveva la Division I scritta nel DNA” dirà il suo coach. Oltre a straordinarie doti atletiche, Derrick segnava con mostruosa continuità dai sette-otto metri. Frequentò per un anno il Pratt Community College in Kansas, mantenendo la sua discreta media di 20 a partita, poi però volle tornare vicino a casa e si trasferì al Prince Georges Community College, in Maryland. Siamo nel 1990, Derrick Curry ha già la promessa di una borsa di studio per Georgetown dal coach Thompson, non appena avesse sistemato i voti accademici. Superfluo specificare che la quantità di tempo passato con la palla a spicchi era inversamente proporzionale a quella passata sui libri.

Siamo arrivati così nell’ottobre del ’90, Derrick sta guidando la macchina di Norman Brown quando capisce di essere seguito da un SUV nero, preso dal panico abbandona la macchina e scappa a piedi verso il telefono più vicino, chiama Norman che non ha bisogno di molte spiegazioni sentendo il tono non esattamente tranquillo dell’amico. “Where the shit at?”, dov’è la roba?, chiede Norman, “In the car at the rec center”, nella macchina parcheggiata al rec center, risponde Curry. La macchina parcheggiata al rec center ispezionata dagli agenti dell’FBI conteneva 50 grammi di crack, che, insieme al nastro con incisa la conversazione tra Derrick e Norman, ha tutta l’aria di essere una prova schiacciante. Ovviamente Curry fu condannato. Tre anni più tardi, nel 1993, emersero prove che, quello che doveva essere il nuovo Pee Wee, faceva parte di un’organizzazione che trafficava il crack da sei mesi. Per questo venne condannato definitivamente a 19 anni e 7 mesi, senza condizionale. Una condanna severissima, se si pensa che Derrick era incensurato, non aveva mai fatto uso di droghe (voleva diventare un pro) e confessò di aver fatto il corriere per l’amico solo un paio di volte. Per intenderci, un altro spacciatore della stessa organizzazione, preso con 45,5 kg di cocaina, fu condannato a 10 anni. Ma dicevamo dell’unicità di questa storia. Già, perché il detenuto numero 27812-037 del Federal Correctional Institution di Cumberland, Maryland, comincia il suo cambiamento. Diventa una specie di leggenda per i galeotti del Maryland e di gran parte dell’America.

federal correctional institution cumberlandA Cumberland i detenuti organizzano una summer league di sette squadre, con allenatori e dirigenti, e ogni anno anche il draft. Dal ’93 al ’98 Curry è sempre prima scelta in questo draft e per cinque anni mantiene una media di 36 punti, “ma potevano essere di più se ci avessi provato davvero” ama vantarsi. Nel 1998 il campetto della prigione viene dotato di canestri nuovi, chissà, magari proprio perché è il campo dove gioca Derrick Curry, con tabelloni in plexigass e ferri sganciabili. Nello stesso anno, la leggenda diventa dio greco. Durante una partita va in penetrazione, si alza e schiaccia con violenza tale da staccare il ferro e farlo cadere per terra, impresa non esattamente comune per uno che gioca guardia ed è alto 184 cm. Ma questa volta non si adagia su i suoi skills. Usa il basket come punto di partenza e sa che i tempi del college sono finiti. Questa volta, il ragazzo che non aveva voglia di studiare, si laurea, ha persino un lavoro, dalle 7.30 alle 15.30 custode della palestra, grazie al quale può fare qualche tiro a canestro ogni giorno. La chiesa della prigione, che prima snobbava, ora merita una visita almeno una volta al giorno. “Il basket è forse la sola cosa a cui mi sono attaccato da quando sono qui. Non riesco a immaginare cosa potrebbe succedere se ne venissi privato.” Derrick Curry è una testimonianza vivente, è l’esempio da seguire e da non seguire. È  anche la prova di quanto lo sport possa aiutare le persone, di quanto quel gioco non sia solo un gioco.

Oggi, all’età di 43 anni sogna ancora di giocare qualche minuto in NBA, consapevole che la leggenda delle galere poteva essere una stella tra i pro. Uscirà quest’anno, i vari tentativi in appello del padre non sono serviti, ma non uscirà da perdente, da chi ha fallito, da chi poteva ma non è riuscito. Il padre guardando suo figlio cambiare in prigione ha detto: “Prima camminava sulla sottile linea tra bene e male, ma adesso sa che non può più correre quel rischio. E non lo farà, una volta fuori”.

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