Milan 1915-1916, senza tanti titolari partiti al fronte

Quest’anno è il centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale, evento che sconvolse la vita del tempo, compreso il calcio ai suoi albori. Vi raccontiamo come, in Italia, Regno Unito, Germania e Francia, ciò è accaduto. La nostra volontà è rendere omaggio al valore umano, che non cessa di dar prova di sé anche quando pare impossibile. Le prime due puntate son dedicate al nostro Paese. Buona lettura.

Leggete QUI e QUI gli articoli dedicati al calcio inglese e la Prima Guerra Mondiale. QUI potete invece trovare quello dedicato al calcio tedesco.

Parte Prima (Italia): “Tutto cambia, il calcio resta”

Attraverso gli anni della guerra il football inizia a evolversi: da un lato raggiungendo un numero sempre maggiore di nuovi appassionati e ponendo le prime basi per diventare il fenomeno di massa che è ora, dall’altro introducendo al gioco i giovanissimi al di sotto dell’età minima di leva. Proprio da questa generazione usciranno diversi protagonisti delle vittorie mondiali del 1934 e 1938. Uno su tutti: Giuseppe Meazza. In un certo senso, la vita di trincea aiutò tale evoluzione. Il gioco era molto d’aiuto per tenere alto il morale, ma anche per mantenere allenato il fisico; spedizioni di palloni e materiale da calcio verso il fronte non erano infrequenti, come non lo erano i lavori per spianare i terreni e renderli campi da gioco. Sembrano piccoli dettagli, ma hanno avuto una rilevanza centrale nell’aiutare il calcio italiano a uscire dal suo embrione e diventare uno dei movimenti più importanti nel panorama mondiale.

Articolo dell'epoca sulla morte di Erminio Brevedan, "Il Football"

Articolo dell’epoca sulla morte di Erminio Brevedan, “Il Football”

Il Milan fu la squadra che vide più tesserati partire per il fronte. Il primo rossonero a cadere fu Erminio Brevedan, 21enne sottotenente della Brigata Marche, 55° Fanteria, morto il 20 luglio 1915 sul Monte Piana. Aveva fatto il suo esordio col Diavolo meno di un anno prima, nell’ottobre 1914 contro l’Audax Modena, contribuendo al 13-0 finale con una tripletta. Nel maggio successivo veste per la quinta e ultima volta la casacca rossonera, perdendo il derby 3-1. Subito dopo parte per il fronte e a poco meno di tre mesi dal suo arrivo, il capitano Di Lena gli ordina di prendere i fanti della Prima Compagnia e guidarli all’assalto di una trincea austriaca. Erminio esegue, venendo ferito alla prima ondata. Ma il fuoco austriaco non sbaglia una seconda volta, centrandolo in pieno petto. A lui seguirono altri: Canfari, Colombo, Moda, Rovelli, Soldera, Gaslini, Calderari, Carito, Forlano, il Vicepresidente Porro Lambertenghi, Wilmant, Azzolini e infine il dirigente e socio fondatore Glauco Nulli, decorato con la Medaglia d’Oro al Valore Militare.

Anche il Genoa dovette pagare un consistente dazio in termini di vite umane. Il fondatore della sezione calcistica del Grifone, James Richardson Spensley, rispose alla chiamata della sua patria e si presentò volontario nell’esercito inglese, guadagnandosi poi il grado di luogotenente nei Royal Army Medical Corps. Venne ferito presso Magonza nel 1915, colpito da una raffica di proiettili mentre eroicamente lottava per salvare un nemico in fin di vita, e morì dopo un mese di dolorosa agonia. Fu seppellito con gli onori militari. Un altro celebre rossoblu caduto al fronte fu Luigi Ferraris. Come Spensley, non era solamente un giocatore di calcio: di professione ingegnere, tra il 1904 e il 1911 militò nel Genoa e al suo primo anno in Liguria contribuì con grande impegno alla vittoria del campionato di Seconda Categoria. Passato in prima squadra nel 1907, si ritira nel 1911 perché assunto dalle Officine Elettriche Genovesi in qualità di Vicedirettore Responsabile (una volta il calcio era un gioco e niente più). Qualche tempo dopo si trasferisce a Milano alla Pirelli come responsabile della produzione e allo scoppio della guerra gli viene proposto l’esonero dalla leva. Ma Ferraris, interventista convinto, rifiuta. Rifiuta anche il suo ruolo nelle retrovie dell’esercito e in risposta alle sue pressanti richieste viene inviato in prima linea nell’Alto Vicentino in qualità di aiutante maggiore del Maggiore Gigante.

Un'immagine di Luigi Ferraris risalente al 1911

Un’immagine di Luigi Ferraris risalente al 1911

Nel 1915 si rende protagonista insieme agli Alpini e ai Bersaglieri della conquista dell’Alpe di Melegna. Lo stesso ardore con cui calcava i campi da calcio lo impiegava in battaglia contro il nemico: «Siamo in guerra per riuscire a vincere e non per riportare la pelle a casa!». Il 23 agosto del 1915 viene colpito in pieno da una palla di cannone e muore sul colpo. Gli verrà assegnata postuma la Medaglia d’Argento al Valore Militare, sotterrata poi sotto la porta ai piedi della Gradinata Nord dello Stadio Marassi, intitolato alla sua memoria nel 1933.

Si conteranno altri caduti: Adolfo Gnecco, Carlo Marassi, Alberto Sussone e il giovanissimo Claudio Casanova che esordì a 17 anni nel 1912, divenendo in poco tempo pedina insostituibile e fedele scudiero del “figlio di Dio”, il capitano Renzo De Vecchi. Anche quest’ultimo fu chiamato alle armi ma venne assegnato ai servizi di collegamento e sopravvisse alla Grande Guerra, ritirandosi dal calcio giocato nel 1930 e dedicandosi alla carriera di allenatore. Altra figura degna di nota è quella di Giuseppe Castruccio. Compagno di squadra di Ferraris nella vittoriosa stagione 1904, prese le armi col grado di tenente, lavorando come pilota di dirigibile. Coinvolto in azioni di spionaggio e bombardamento, il 22 settembre 1917 si arrampicò sull’involucro del suo mezzo gravemente danneggiato e fece da zavorra umana per oltre un’ora, permettendo al capitano di atterrare in territorio amico. L’impresa gli valse la Medaglia d’Oro al Valore Militare, riconoscimento piuttosto raro per un vivente. Diventato diplomatico, darà ancora prova del suo valore nel 1943 quando, in qualità di Console di Atene, salvò dalla deportazione nazista quasi 340 persone tra ebrei e italiani.

Alberto Picco, uomo e calciatore di La Spezia a cui è dedicato lo stadio cittadino

Alberto Picco, uomo e calciatore di La Spezia a cui è dedicato lo stadio cittadino

Alla fine del conflitto, parecchie altre squadre contarono i propri morti; l’Internazionale, così come i cugini, aveva risposto in massa e nel 1917 piange 26 tesserati. Nel Nord-Est, Udinese e Hellas Verona videro il proprio organico dimezzato; dall’altro lato della nazione, a Torino, la Juve perde Enrico Canfari, socio fondatore e secondo presidente del club tra il 1898 e il 1900, morto anch’egli da eroe nel 1915 nella terza battaglia dell’Isonzo, mentre capitanava la fanteria. La guerra non risparmiò neanche le squadre minori. Nel 1911 la Cremonese si affaccia al mondo agonistico con in porta un giovane di grandi speranze, Giovanni Zini. Il ragazzo mise in mostra notevoli doti che contribuirono alla vittoria del campionato di Promozione con undici successi su quattordici incontri; tali doti attirarono l’attenzione dei selezionatori della Nazionale, che nel 1914 iniziarono a tenerlo sotto osservazione. Ma come molti coetanei Zini dovette rispondere alla chiamata alle armi. Assegnato al servizio di barelliere presso il Carso, svolse il suo compito con sforzi definiti “sovrumani” dai propri commilitoni. L’impegno profuso fiaccò la resistenza fisica del ventenne cremonese, che una sera di luglio cadde vinto da un’infezione tifoidea. Alla sua memoria ancora oggi gli è intitolato lo stadio comunale della sua città.

Non fu da meno Alberto Picco, socio fondatore, consigliere, tesoriere, primo capitano e primo marcatore della storia dello Spezia Calcio. Anche lui poco più che ventenne al momento della chiamata, venne promosso sottotenente e assegnato al 3° Reggimento degli Alpini, Battaglione Exilles, e inviato sul fronte orientale. Nel giugno 1915 si pianificò la presa del Monte Nero e Picco si offrì come volontario per guidare una pattuglia di esploratori che dovevano indicare la strada al plotone del Capitano Albarello. Il nemico venne colto di sorpresa e l’offensiva guidata da Picco ebbe pieno successo: il Monte Nero fu conquistato. Ma il giovane spezzino, ferito una prima volta a un piede, non sopravvisse a un secondo colpo ricevuto al ventre e perì tra le braccia del suo capitano. Il 16 giugno, Re Vittorio Emanuele III conferì lui la Medaglia d’Argento al Valore Militare, citando le ultime parole dette prima della sua morte: «Viva l’Italia! Muoio contento di aver servito il mio Paese». E il loro Paese lo servirono tutti quanti loro, molto meglio di quanto avrebbero mai potuto fare con la maglia della Nazionale addosso.

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