manlio scopigno

Il calcio, oltre che di eroi, è fatto di tanti antieroi, poetici e disincantati, magici nella loro memorabile normalità. Eppure troppi di loro, nello scorrere del tempo, sono stati dimenticati. Ma anche loro hanno costruito lo sport più amato al mondo. Anzi, soprattutto loro.

«Non aspiro alla nazionale, aspiro la nazionale».
M. Scopigno

manlio scopignoUn pallone, una sigaretta (possibilmente senza filtro) ed un bicchiere di buon whisky scozzese: a Scopigno bastava poco per essere felice. La compagnia l’apprezzava, ma non la ricercava. Uomo di poche parole, ma tutte sacrosante, tutte pesate nella loro apparente leggerezza. Manlio Scopigno era un anticonformista nell’epoca in cui l’anticonformismo era diventato conformismo, in cui l’essere sopra le righe era diventata la normalità nel mondo del calcio, dove il Mago Herrera e il Paròn Rocco avevano dettato le nuove linee guida dell’essere personaggi. Manlio, senza tanti problemi, se ne fregava di essere personaggio («Il calcio è un castello le cui fondamenta sono le bugie. Io dico pane al pane e brocco al brocco e passo per un tipo bizzarro. Tutti gli altri sono tipi regolari» disse una volta). Ragazzo col sogno del calcio aveva iniziato a studiare filosofia per darsi un paracadute in caso di fallimento della sua carriera sportiva. In realtà, seppur senza enormi picchi, Scopigno era un buon terzino e riuscì a costruirsi una buona vita calcistica, fino al Napoli quando i suoi legamenti, ad appena 26 anni, fecero crack e gli regalarono l’addio ai sogni. L’Università era ancora li ad attenderlo, ma Manlio, demotivato e senza nuove vere ambizioni, decise che nulla avrebbe mai potuto rimpiazzare il suo sogno. Almeno fino a quando non scoprì la panchina. Seduto su di essa il destino gli ridiede ciò che qualche anno prima gli aveva tolto: un sogno ed un futuro.

scopigno roccoPer chi lo conosce, Scopigno è il Filosofo. Eppure, l’allenatore nato in Friuli (ma di fatto reatino), del filosofo non ha molto se non la capacità di osservare il mondo in modo disincantato, ironico, lucido e razionale. Il suo atteggiamento, apparentemente dissacrante, nascondeva soltanto l’abilità nel farsi scivolare addosso ogni polemica sterile, ogni inutile perdita di tempo, ogni fesseria che col calcio giocato e con la vita avesse ben poco di che spartire. Certo, era sincero, era un tipo schietto Manlio e dalla sua bocca uscivano spesso sentenze taglienti, quasi sussurrate, emesse tra un tiro di sigaretta e l’altro. Ed a differenza del fumo di essa, che poco dopo spariva nell’etere, le sue parole rimanevano. Ecco, forse per questo divenne il Filosofo, forse per i suoi alquanto traballanti tentativi di studio universitario, ma in realtà lui era soltanto un sublime battutista, un elegante conversatore, un illuminato analista. Di lui rimangono grandi frasi, memorabili battute, aneddoti quasi surreali, un’aurea di leggenda che circonda anni di un calcio lontano e di un personaggio unico nel suo genere. Rimane poi, però, ben più tangibile, uno storico e miracoloso scudetto vinto in una delle più lontane ed impensabili provincie del pallone, la Sardegna, col Cagliari di Gigi Riva nella stagione 1969/1970.

Manlio, a Cagliari, era già stato nel 1966/1967, dopo un’ottima parentesi a Bologna. Con i sardi stupisce, raggiungendo il sesto posto in classifica, ma il suo atteggiamento decisamente fuori dalla norma non aveva facilitato i rapporti con l’allora dirigenza sarda. A giugno, durante una tournée negli Stati Uniti, ad un ricevimento a Chicago, Manlio, annoiato da quell’ambiente borghese che poco si confaceva al suo spirito, bevve qualche bicchiere di troppo. Leggermente ebbro, chiese dove fosse il bagno. scopigno e rivaScherzosamente un presente gli indicò un cespuglio. Ringraziando Scopigno si avviò verso quel cespuglio e con un’alzata di spalle liberò la propria vescica all’aperto. La notizia arrivò velocemente in Italia e fu presa al volo dal Cagliari che decise così di licenziare su due piedi il tecnico, nonostante avesse appena vinto il premio come miglior allenatore dell’anno. Scopigno rimase dunque un anno fermo, anche se uno stipendio lo riceveva comunque, nello specifico da un certo Angelo Moratti, patron dell’Inter, che decise di pagare l’ex tecnico cagliaritano nel caso in cui Herrera, in fase calante, avesse deluso. In realtà Scopigno non arrivò mai ad allenare l’Inter, ma l’anno successivo fu nuovamente la Sardegna a chiamarlo. Non se lo fece dire due volte Manlio ed accettò la panchina sarda, anche perché voleva continuare il lavoro iniziato un anno prima. Pochi accorgimenti tattici ed il Cagliari divenne una squadra pazzesca. La sua grande abilità però fu soprattutto toccare i tasti giusti fuori dal campo: niente allenamenti la mattina, perché sia a lui, ma soprattutto a Gigi Riva, piaceva dormire fino a tardi; niente ritiri, inutile costrizione per giovani che devono invece sentirsi liberi; dialogo aperto con tutti, dal più forte al meno talentuoso. Quel Cagliari era un’iradidDio che riuscì a far tremare prima, ed abbattere poi, lo stradominio delle grandi del Nord. Scopigno rivendicava i propri meriti, ma non amava strombazzarli davanti ai microfoni come invece facevano il Mago ed il Paròn. Lo Scudetto vinto quell’anno fu un miracolo sportivamente, ma un miracolo costruito giornata dopo giornata, pomeriggio dopo pomeriggio (visto che la mattina si dormiva), partita dopo partita. Quel Cagliari era soprattutto Gigi Riva, pupillo indiscusso di Scopigno, ma non solo. Era anche Albertosi, Niccolai e Martiradonna, asse centrale di una difesa che subì soltanto undici reti in tutta la stagione. Era anche i polmoni ed i piedi storti di Nastasio, a cui Scopigno dedicò un cartello sul campo d’allenamento con su scritto “Qui finisce il campo”, giusto per ricordargli che oltre era meglio non andare palla al piede.

Scopigno viveva le partite con un apparente menefreghismo che resta tutt’oggi incredibile. Lui si sedeva in panchina ad inizio partita, si accendeva una sigaretta via l’altra, e mai si alzava a dire qualcosa o a richiamare uno dei suoi. Si dice che, molto spesso, si abbioccasse anche, cosa che al rivale Rocco faceva salire il sangue alla testa. Durante una importante partita con la Juventus, a pochi minuti dalla fine, il cagliaritano Cera, agitatissimo come tutta la panchina, si rivolse al tecnico chiedendogli: “Mister, quanto manca?”. Scopigno, aspirando la sua sigaretta con invidiabile calma, rispose: “A cosa scusa?”. Eppure lui le partite le viveva come tutti, con una pressione magari nascosta ma di certo esistente, tanto da affermare che “se non ci fossero le partite, il calcio sarebbe il gioco più bello del mondo”. Ciò che non amava soprattutto era il clamore del post gara, quei microfoni puntatigli in faccia, quei taccuini pronti a registrare ogni suo sospiro. Forse proprio per resistere alla stanchezza di quei dopo partita si riposava durante la partita, chi lo sa.

scopigno panchina sigarettaL’avventura al Cagliari di Scopigno si concluse la stagione ’71/’72 e con essa si concluse anche, praticamente, la sua carriera da allenatore. Una breve parentesi nella per lui ingestibile piazza di Roma ed una stagione e mezza al Lanerossi Vicenza, dove però anche la malattia lo venne a trovare per la prima volta. Quando ricevette la lettera di licenziamento di Farina era ad un ristorante e ci versò sopra tre bottiglie di champagne, quasi a festeggiare la fine di una carriera che era stata finanche troppo lunga per i suoi gusti. Era il 1976 e da allora non si sedette più su una panchina. Scopigno aveva sempre affermato che avrebbe smesso prima di diventare una patetica caricatura (come definì Rocco quando tornò al Milan), un vecchio buffone utile al baraccone circense del calcio italiano. E così fece. Abbandonò l’alcol, abbandonò le sigarette, ma non la sua pungente capacità oratoria, la sua invidiabile capacità di vedere oltre il sipario del conformismo, qualità che metteva in mostra nella rubrica per il Giorno intitolata, in onore del suo ex viziaccio, ‘Senza Filtro’. Poi, nel 1993, un arresto cardiaco se lo portò via, lasciando al mondo un piccolo miracolo calcistico ed una infinità di battute, gustose scenette, momenti di stupenda quotidiana simpatia. Purtroppo in pochi lo hanno ricordato e soltanto nel 2005 a Rieti decisero di dedicargli lo stadio. A Cagliari, in suo onore, rimane soltanto la tribuna stampa del Sant’Elia, dove molti cercano di costruire oggi, davanti ad un pc, un insieme di parole fluide e pungenti, cosa che a lui riusciva in modo così tremendamente naturale, come accendere una sigaretta o bere un bicchiere di whisky.

«Il più pulito nel calcio è il pallone. Quando non piove».
M. Scopigno

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Crede nello sport come forma di narrazione, è Dottore in giurisprudenza perché crede ancora nella giustizia e legge per tenere i piedi ben saldi sulle nuvole. Ha trovato una Winston blu. L'ha fumata. @Andrea_Ross89

Un commento a “PERSONAGGI DIMENTICATI/ Manlio Scopigno, il filosofo che si addormentava in panchina

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