Allemandi

Il calcio, oltre che di eroi, è fatto di tanti antieroi, poetici e disincantati, magici nella loro memorabile normalità. Eppure troppi di loro, nello scorrere del tempo, sono stati dimenticati. Ma anche loro hanno costruito lo sport più amato al mondo. Anzi, soprattutto loro.

«Sì, c’era stato qualcosa di poco chiaro quel giorno. Ma il colpevole non ero io…»
(Luigi Allemandi, 1976)

Allemandi

Può la vita di un calciatore essere segnata da una scommessa fatta da altri? La risposta è sì, ed è il caso di Luigi Allemandi, terzino ligure, la cui carriera e la memoria furono travolte da uno dei primi scandali del calcio italiano.

Tutto cominciò dopo il derby d’andata tra Juve e Torino del Girone Finale del campionato 1926-27, dove i bianconeri avevano avuto la meglio per 1-0. Il presidente granata Enrico Marone, detto “Cinzano” in quanto proprietario della celebre fabbrica di liquori, rammaricato per la sconfitta, decise di scommettere col patron juventino Edoardo Agnelli che al ritorno sarebbe stato il Toro a conquistare i due punti in palio. La posta in gioco? Una cena sontuosa alla quale avrebbe presenziato anche il Principe di Piemonte in persona, che sarebbe stata pagata dallo sconfitto.

Enrico_Marone_CinzanoEcco che allora Marone nelle settimane precedenti alla gara di ritorno si prodigò a incitare i suoi affinché portassero a casa la posta piena. Peccato che un suo dirigente, il dottor Nani, eccessivamente zelante nel voler assecondare il desiderio del proprio presidente, contattò Luigi Allemandi, ventiquattrenne leader della difesa bianconera, proponendogli di facilitare la vittoria del Torino in cambio di un importante gruzzolo di denaro. I due raggiunsero in breve tempo l’accordo: 25.000 lire subito e 25.000 a partita disputata, una cifra assai considerevole per l’epoca.
Quando il 5 giugno 1927 le due squadre scesero in campo, i granata ebbero effettivamente la meglio per 2-1, grazie alle reti di Vojak e Libonatti, e volarono alla conquista del campionato. Merito di Allemandi? Tutt’altro: il difensore era infatti risultato uno dei migliori in campo tra le fila bianconere, e per questo motivo Nani non aveva nessuna intenzione di versargli il restante della somma promessa.

Convinto di aver mantenuto fede al patto, e forte del risultato che comunque era stato favorevole al Toro, Allemandi pretendeva invece il versamento delle 25.000 lire pattuite, e questo causò un acceso diverbio tra i due in una stanza di un hotel torinese. Caso volle che nel locale adiacente soggiornasse un giornalista, il quale ascoltò la conversazione e ne pubbTorino 1927licò i contenuti sul giornale romano “Il Tifone”. «C’è del marcio in Danimarca», fu il titolo dello scoop che riprendeva una celebre citazione shakespeariana, ma il marcio era tutto di marca italiana. Ne seguirono settimane di indagini e interrogatori da parte della FIGC, che nonostante dovette fare i conti con un Allemandi che respinse sempre le accuse, e nonostante i sospetti che le persone coinvolte nella combine in campo e fuori fossero ben più che due, decise di procedere con una punizione esemplare. Squalifica a vita per il giocatore e per il dottor Nani, e scudetto revocato al Torino del p0vero presidente Marone, che era stato tenuto all’oscuro di tutta la vicenda.

Allemandi nel frattempo era passato all’Inter, e poté tornare in campo dopo pochi mesi: la squalifica a vita fu infatti cancellata da un’amnistia proclamata in occasione delle nozze del re d’Italia nel 1928. In nerazzurro il terzino continuerà una sfavillante carriera, conquistando lo scudetto nel 1929-30, il secondo della sua carriera dopo quello del 1925-26 con la maglia juventina. Ma la gioia più importante la ottenne con la maglia azzurra, vincendo da titolare la Coppa Rimet del 1934.

Una carriera di altissimo livello, come uno dei migliori difensori del primo dopoguerra, quella di Luigi Allemandi. Il cui ricordo però è indissolubilmente legato a quell’ambiguo episodio, dove acconsentì a danneggiare la propria squadra per denaro. Anche se a noi piace pensare che quella prestazione superlativa nel derby in cui avrebbe dovuto favorire gli avversari non fu frutto del caso, bensì derivasse dalla presa di coscienza che i propri colori andassero difesi, anche a costo di non mantenere la parola data al Dottor Nani mandando a monte la combine.

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Leggo Tex Willer e fumo Camel Light.

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