COMANDINI ESULTA PRIMO GOAL

«Per me il calcio era un peso. Ho rinunciato a tanti soldi, vero.
Ma quanti anni in più di vita ho guadagnato?
Questi 7-8 ho fatto quello che volevo fare e ciò non ha prezzo»
Gianni Comandini

Moltissimi ragazzini hanno iniziato e spesso continuato la loro “carriera” di calciatori nei campetti sabbiosi degli oratori di paese: una caparra ad inizio dell’anno, un paio di allenamenti a settimana e poi nel weekend tra le 15 del sabato pomeriggio e le 11 della domenica mattina si giocava. Non c’era da stupirsi se si vedeva giocare gente in forma fisica non ottimale oppure se in qualche squadra giocava/allenava un’intera famiglia: il calcio del CSI è da sempre questo, divertimento prima di tutto. Ed in questi tornei, precisamente nella Polisportiva Forza Vigne, ha deciso di continuare la sua carriera un giocatore che i tifosi del Milan, ma non solo, difficilmente dimenticheranno: Gianni Comandini.

comandini4Siamo alla fine di maggio del 2000 quando l’under 21 dell’Italia, guidata in panchina da Marco Tardelli ed in campo da un trequartista di Brescia, sbarca in Slovacchia per provare a conquistare nuovamente l’Europeo di categoria. Il fuoriclasse assoluto, oltre ad essere uno dei più giovani insieme a Ferrari, è Pirlo che deve inventare per la coppia d’attacco formata da un opaco Nicolino Ventola e da un giovane attaccante cesenate che ha appena trascinato a suon di gol (21) il Vicenza in serie A, Comandini appunto. L’Europeo vede trionfare gli azzurrini illuminati da Pirlo, ma anche Comandini si mette in mostra firmando il primo gol del torneo dell’Italia nell’esordio contro gli inglesi.

La vittoria finale lo proietta nel mercato dei grandi, e Adriano Galliani è il più lesto di tutti, assicurandosi le prestazioni del bomber per la cifra di 20 miliardi di lire, grossomodo quello che è costato Tevez alla Juve. L’obiettivo è chiaro: Comandini deve crescere alle spalle del duo titolare composto da Sheva e Bierhoff, ritagliandosi i suoi spazi e cercando di essere decisivo a partita in corso. L’eredità è pesante, avendo preso il 9 che fu di Weah, ma l’inizio sembra promettere bene con la rete nel preliminare di Champions League in una delle prime apparizioni in rossonero. Eppure già in agosto inizia il calvario: un mese lontano dalla squadra per le Olimpiadi, la lombalgia che al ritorno lo tormenta, gli scontri con Zaccheroni e la mancata fiducia del gruppo; insomma la favola sembra già finita perché Gianni vive nell’ombra di Bierhoff. Poi però la svolta: Zac viene cacciato e il duo Cesare Maldini-Mauro Tassotti inizia a valorizzare quel 24enne che si allena come un forsennato, e il premio che gli viene dato è la maglia da titolare nel derby.

È in questo momento che Gianni Comandini abbandona l’anonimato per entrare nei cuori dei rossoneri insieme a Mark Hateley e Cosmin Contra. Quello dell’11 maggio 2001 non è un derby d’alta classifica perché le due milanesi arrivano da una stagione terribile, e se da una parte la coppia di centrali difensivi è composta da Blanc e Ferrari, dall’altra in regia col numero 21 giostra Chicco Giunti. Ma nonostante si giochi di venerdì San Siro è stracolmo e il sogno di Comandini inizia praticamente subito. È il 3° minuto quando Serginho, vero uomo dei derby, buca la difesa dell’Inter e serve il cesenate che in girata spiazza Frey portando in vantaggio il Milan. Al minuto numero 19 la favola è completata: cross dalla sinistra sempre di Serginho e stacco imperioso di Comandini che entra nella storia, insieme a Pablito Rossi, come unico rossonero a segnare una doppietta alla prima stracittadina. Il Milan distrugge l’Inter (0-6) e Comandini sembra pronto a diventare un bomber di razza.

Ma la burrasca che sembrava essersi placata reinveste di nuovo Gianni che, dopo essersi fermato ai 2 soli gol contro i nerazzurri, in estate lascia Milano. Ivan Ruggeri, vulcanico presidente dell’Atalanta, ha fiducia in lui e sborsa 30 miliardi di lire (tuttora l’acquisto più caro nella storia del club orobico) perché crede che insieme a Fausto Rossini, e sotto la guida di Vavassori, Comandini possa consacrarsi definitivamente. Alla fine delle tre stagioni a Bergamo lo scout recita: 50 presenze e 9 gol. A questo punto inizia un girovagare per l’Italia fino alla stagione 2004-2005 quando, dopo un’altra stagione deludente in quel di Terni, decide di lasciare il calcio a 28 anni.

Ed è proprio qui che Gianni si dimostra un grande uomo perché consapevole di non essere più in grado fisicamente di giocare si dà alla sua grande passione: i viaggi avventurosi («Il calcio chiede tanto, vivi in funzione della prestazione della domenica e io ero stufo. Volevo confrontarmi, capire cosa c’era fuori»). Parte dunque e gChiacchierata con Gianni Comandiniira il mondo; il suo look con capelli lunghi e barba incolta, uno zaino e, ogni tanto, una tavola sa surf. In questo modo visita il Messico, il Perù, le Canarie e altri luoghi sparsi per la terra, il piano è sempre lo stesso: prenotare viaggio d’andata e di ritorno e per il resto improvvisare, dormendo in ostelli e dove gli capita. Torna in seguito a Cesena dove apre un ristorante-discoteca in cui lui stesso lavora, talmente tanto che a volte non può andare al Manuzzi a seguire il suo amato Cesena; e siccome la passione per il calcio resta, si iscrive in una squadra del CSI del suo paesino dove «pago la quota perché tutti hanno un altro lavoro» e all’occorrenza viene schierato libero di difesa per aiutare i compagni “meno esperti”.
Insomma dalla doppietta a San Siro, che lo poteva proiettare nell’Olimpo dei grandi, alle escursioni presso le rovine del Machu Picchu peruviano non fa differenza per Gianni che vuole vivere una vita alla grande sempre contento; perché proprio come dice lui: «Volevo uscire dai riflettori che il calcio mi aveva puntato addosso. E volevo essere amato, giudicato e odiato come persona e non come atleta».

facebook-profile-picture

«Le cose non succedono, le cose vengono fatte succedere» (JFK). «Ci sono due modi per tornare dalla battaglia: con la testa del nemico o senza la propria» (PDC).

Rispondi