bobby joe hill

Con una ricerca che ha attraversato l’oceano, direzione El Paso, il nostro Giacomo Pratelli è riuscito a fare luce sulla vita di Bobby Joe Hill, eroe dell’emancipazione afroamericana nella pallacanestro.

texas western 1966 NCAAPensate a un momento che ha cambiato la storia dello sport. In particolare, pensate alla storia del basket. Vi vengono in mente solo Chamberlain, Jordan e Kobe? Ok, altro indizio: storia della NCAA. Niente? Va bene, do la soluzione.

19 marzo 1966, finale NCAA, Texas Western Miners contro Kentucky Wildcats. La squadra di El Paso, Texas, si presenta con sette giocatori afroamericani, dall’altra parte i bianchissimi “White Cats”, chiamati così per via della divisa, anch’essa completamente bianca, allenati da “The coach of the century” Adolph Rupp. La più classica delle sfide tra Davide e Golia.

Vorrei sottolineare l’anno in cui si gioca, il 1966, in cui il clima tra bianchi e neri non era esattamente disteso. Per intenderci, nel 1965 è stato assassinato Malcolm X, nel 1968 verrà assassinato Martin Luther King. Ebbene, questa partita viene vinta dai “Minatori” del Texas per 72-65, segnando l’inizio ufficiale del “potere nero” nel mondo del basket. Il coach dei Miners, Don Haskins, nel 1997 entrerà nel Hall of Fame, ma i veri eroi della partita, ovviamente, sono Harry Flournoy, Nevil Baracca, David “Big Daddy D” Lattin, Willie Worsley, Bobby Joe Hill, Nevil Shed e Willy Cager.

hill jerseyIn particolare tra tutti questi spicca il nome di Bobby Joe Hill, voluto fortemente da coach Haskins dopo averlo visionato ai camp pre-season. Hill si trasferisce a El Paso dall’Iowa, dove faceva praticamente solo panchina e veniva trascinato alle partite perché avere un nero in squadra era dimostrazione di mentalità aperta. Nella partita di cui sopra, Bobby Joe fa le due giocate che verranno definite da Sports Illustrated del 28 marzo ’66 “the most significant sequence of the tournament”, ed entrambe le azioni sono fatte nel giro di pochi secondi l’una dall’altra. Prima ruba palla a metà campo a Tommy Kron, considerato miglior palleggiatore e playmaker della lega, segnando due punti facili in contropiede; dopo, sulla rimessa successiva al suo canestro, corricchia verso la metà campo come se stesse tornando in difesa, curando però con la coda dell’occhio Louie Dampier che stava per rimettere in gioco proprio verso Kron e non appena la palla si stacca dalle mani del “White Cat”, Bobby Joe scatta verso il playmaker avversario anticipandolo, punta e dribbla Dampier per un altro facile lay up. Come se non bastasse, ha fatto assist per una ventina di punti e messo a segno la maggior parte dei 26 tiri liberi della squadra. Inutile dire che è considerato lui l’eroe della serata, tanto che il suo numero 14 non verrà più indossato da nessuno e che egli trascorrerà la sua intera vita a El Paso, dopo aver sposato Tina, conosciuta proprio al College mentre giocava. Tutto bellissimo, tutto perfetto.

Bobby JoeDopo questa stagione incredibile però Hill si ritira e di lui non si sa praticamente più nulla. Non riesco a capire come sia possibile, perché si è ritirato? Perché nessuno ha più scritto o parlato di lui, eccetto un bellissimo articolo del New York Times, apparso però solamente nel 2002, in occasione della morte di Bobby Joe, colpito da un infarto. Per fortuna queste risposte mi sono state date da Joe Gomez, amico di Hill e biografo di quei Miners. Senza di lui e senza la sua generosità, questo articolo non avrei mai potuto scriverlo. Gomez mi scrive che durante la stagione ’66-’67 Bobby Joe si fa male a una caviglia, e mi fa capire che lo staff medico di allora non era composto da grandi luminari della medicina.

La cosa più importante che mi scrive, però, è questa: “Basketball was just a game to him, not a do or die situation”. Ecco, la cosa ancora più affascinante di un personaggio come Hill è questa, nonostante avesse trascinato i Miners alla vittoria, fosse stato il miglior giocatore durante una regular season che ha visto la squadra di El Paso perdere una sola volta, passando per campi dove la presenza dei neri era vista come un insulto, dove venivano minacciati e a volte aggrediti, nonostante tutto ciò, per lui il basket era semplicemente un gioco. Non fraintendetemi, questo non vuol dire che lui prendesse alla leggera il suo impegno, ma viveva lo sport nel modo più giusto: una sfida in cui vince chi è migliore, dove non conta se sei bianco o nero, alto o basso, conta solo il campo e la forza, la passione, il sacrificio di ogni singolo. Giocava esattamente nel modo in cui viveva.

bobby joe hillAl giorno d’oggi si parla tanto di essere campioni fuori e dentro dal campo, lui era un uomo, punto. Non a caso ha vissuto quarant’anni a El Paso, mollando il basket quando ha capito che non poteva più dare il massimo per il gioco che amava tanto, dedicandosi all’amore per sua moglie e la sua unica figlia Michelle, lavorando per la El Paso Natural Gas company con la stessa dedizione con cui si allenava e giocava.

L’unica domanda a cui nemmeno Gomez ha saputo rispondermi è il perché ci fossero così poche informazioni sul suo conto, e ancora oggi rimane un mistero per me. La cosa certa è che ora io, e chi leggerà questo articolo, saprà molto di più di un giocatore, anzi, di un uomo che ha vissuto nel modo più vero e più giusto la sua vita, e che merita di essere ricordato e preso ad esempio. Un uomo che ha contribuito a cambiare la storia di questo gioco fantastico che da quando è venuto fuori dalla mente di James Naismith, ormai centoventidue anni fa, continua a regalarci storie di vita meravigliose.

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