ITALY PANTANI OBIT

Quando domandi il nome del più famoso ciclista italiano degli ultimi 20 anni, non è insolito sentirsi rispondere Marco Pantani. Quando chiedi ad un esperto chi è stato il più grande scalatore puro della storia del ciclismo, la contesa è tra il romagnolo e Charly Gaul. Quando il Giro d’Italia affronta le salite della terza settimana di gara, sono ancora tante le scritte e gli striscioni per il Pirata di Cesenatico. E allora mi domando: a 10 anni dalla sua morte, perché così tanta gente lo ricorda? Perché così tanti tifosi lo portano nel cuore? Perché ancora Pantani?

pantani in rosaC’è da dire che la vita di Marco Pantani ha tutte le caratteristiche per essere una di quelle belle storie che nascono dal nulla della campagna romagnola e risprofondano nel nulla più buio della droga dopo una breve ma emozionante parabola di gloria e successo irripetibile. Perchè nel solo 1998, Marco Pantani ha fatto ciò in cui pochissimi erano riusciti: solo in sette in un secolo di storia hanno vinto nello stesso anno Giro d’Italia e Tour de France. Fausto Coppi e Marco Pantani, gli unici due italiani. Ed è stato sempre lui che dopo ben 33 anni, dopo il trionfo di Gimondi, ha riportato per l’ultima volta il tricolore italiano sul gradino più alto dei Campi Elisi. Certo, Marco non è saltato fuori dal nulla e all’improvviso, ma dal primo folgorante bagliore che il 4 giugno 1994 infiammò il Mortirolo e raggelò i giganti Indurain e Berzin, alla conferma di quella sontuosa classe sportiva che ci aveva solo fatto assaporare, passarono ben 4 anni a causa di infortuni tanto assurdi quanto gravi e dolorosi. E Marco si è sempre rialzato. Ma da quella controversa accusa di doping del 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, non si è più ripreso. Questa è stata la condanna e la fine del Pirata. L’anno successivo, gli ultimi singulti di una vita fiaccata dalla solitudine e dalla cocaina, gli ultimi lampi di una classe sconfinata che sul Mont Ventoux e a Courchevel per rabbia e fragile voglia di rinascita illuminarono per l’ultima volta le strade del ciclismo. Poi sempre più buio. Fino al 14 febbraio 2004. Solo. In un albergo di Rimini. Con troppa cocaina.

pantani tourSolo lui in salita scattava così, prima gettando via bandana, piercing e occhiali e poi, con le mani sulla parte bassa del manubrio, alzandosi sui pedali una, due, tre volte, fino a rimanere da solo. Fino ad emozionare anche chi non tifava per lui. Perché la grinta e l’eleganza di Pantani sono state qualcosa di unico e raro. C’è chi dice che Pantani era ed è amato dai tifosi perché emozionava. C’è chi dice che è ricordato perché è stato l’unico vero e puro scalatore italiano che abbia mai vinto una grande corsa a tappe. C’è chi dice che è stato l’ultimo ciclista dei tempi eroici per il coraggio che aveva e per i distacchi che infliggeva agli avversari. Tutto vero. Ma perché Marco era così? Mortirolo (1994), Marmolada (1995), Plan di Montecampione (1998), Oropa (1999), Alpe d’Huex (1997), Col du Galibier (1998) sono solo alcune di quelle salite che hanno irrimediabilmente scolpito il suo nome nella storia. E penso proprio che su quest’ultima lo scalatore venuto dal mare abbia mostrato a sé e al mondo chi era veramente sintetizzando in un’indimenticabile impresa tutte le sue irripetibili qualità.

E pensare che neanche vuole andarci al Tour del 1998. Dopo aver vinto finalmente il Giro d’Italia non pensa alla Grande Boucle. Ma la morte del patron della Mercatone Uno, Luciano Pezzi, a cui Pantani è molto legato, gli fa cambiare idea. La forma fisica è incerta. Ci prova comunque. Il ritardo accumulato nelle prime due settimane di gara è piuttosto scoraggiante. Poi ci sono le Alpi. Quella mattina, pioggia e freddo. Marco si lancia in un’epica rimonta che non trova più spazio nelle tattiche attendiste del ciclismo di oggi. TDF-PODIUM-PANTANICon un distacco di ben 3 minuti dalla maglia gialla Jan Ullrich, scatta sul Col du Galibier, a 40 km dall’arrivo. Alla fine guadagna 8 minuti e 57 secondi sul tedesco. E la maglia gialla è sua. “O salta il Tour o salto io” come diceva Marco. Quella volta è saltato il Tour. Quella volta ha vinto lui. Nonostante non fosse in forma perfetta. Ma Pantani era fatto per correre in bicicletta: quello sapeva fare e quello ha fatto. Per questo emozionava, perché il pubblico in quelle pedalate vedeva un uomo che riusciva ad esprimersi per quello che era. Niente tabelle di allenamento sofisticate. Niente tecnologia. Niente pianificazione esasperante delle uscite e delle gare. Niente test al computer o simulazioni. Niente forzature per far diventare un uomo ciò che non è. Niente di tutto ciò, perché Pantani non doveva inventarsi un personaggio, un posto nel mondo che non era il suo, un lavoro, un modo di vincere e di concepire il ciclismo. Lui era quello che quando stava bene diventava silenzioso e non parlava più con nessuno. Era quello che all’inizio rifiutò perfino il cardiofrequenzimetro in allenamento perché diceva che se il suo cuore andava bene o male lo sentiva lui, senza bisogno di una macchina. Era quello che alle prime gare da ragazzino, quando iniziava la salita, si faceva superare da tutti per poi rimontarli uno alla volta. Era l’atleta che si esaltava ogni volta che la strada saliva. Quello era Marco Pantani. Quello che sapeva riprendersi da qualsiasi infortunio o caduta. Ma non ha saputo rialzarsi da un accanimento mediatico e giudiziario senza precedenti. Marco era il più forte in bicicletta dove tutti gli altri facevano più fatica. Ma era anche molto debole e fragile una volta poggiati i piedi a terra: gli è mancato il riuscire a mettere insieme la vita in bicicletta con la vita giù dalla sella. Perché il Pantani vero era quello con la bandana gialla che danzava sui pedali, perché quello era il Pantani felice. E la gente, di questo, se ne accorgeva.

Marco-Pantani-Tour-de-France-1998-positivo-EPODopo la prodezza sul Galibier, Gino Bartali in un’intervista dichiarò: “Quel ragazzo ha fatto un’impresa meravigliosa. Come facevamo noi, io e il povero Fausto. Si partiva da lontano e si facevano grandi distacchi. Imprese così riescono soltanto ai campioni. Preghiamo Dio e la Madonna che lo salvino dalle cadute: ha già avuto tante disgrazie in passato. Non ne merita di altre”. Per questo vale la pena ricordare ancora Marco Pantani: perché quell’ “uomo solo al comando” ci ha insegnato che è ancora possibile cadere, rialzarsi, combattere, emozionarsi ed emozionare solo quando riusciamo ad essere noi stessi. Solo quando troviamo il nostro posto. Altrimenti solo buio.

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