jansrud

Continuiamo il cammino di avvicinamento agli attesissimi Mondiali di sci, che si terranno a Vail/Beaver Creek dal 2 al 15 febbraio 2015. In questo periodo che ci separa dall’inizio della rassegna iridata, vi accompagneremo presentandovi i protagonisti, e raccontandovi aneddoti e storie di questa competizione. Il tutto attraverso le parole più significative degli stessi atleti.

“I was not born with skis attached to my feet,
not was the first thing i said ‘I wanna go race’”.

Non sono nato con gli sci attaccati ai miei piedi,
e ‘Io voglio fare gare’ non è stata la prima cosa
che ho detto

Kjetil Jansrud

Ci sono un norvegese e un italiano. No, non è l’inizio di una barzelletta, ma è semplicemente la storia di questi ultimi mesi di sci. Una storia in cui, appunto, tra i più in forma ci sono un italiano e un norvegese che spesso, al cancelletto di partenza, chiede se al primo posto c’è l’italiano. Ma partiamo con ordine.

kjCi sono una mamma e un papà norvegesi, con una figlia e un figlio, sarà il secondo di quattro, in arrivo. Figlio che, vuoi perché  è il primo maschietto, vuoi per il carattere “leggermente attivo”, sarà destinato, per sue stesse parole, a far venire il mal di testa alla madre. Normale, dirà qualcuno; e, effettivamente, sembra una storia normale, se non fosse che questo bimbo, a due anni, si divertiva a correre come un pazzo per la casa cercando i coltelli nascosti in cucina. Kjetil Jansrud si divertiva così, tra una corsa in casa e un sasso lanciato nel mare, ma con una costante che lo accompagna per tutta la vita: il sorriso. Un sorriso che, a due anni, è quello tipico dei bimbi che  scoprono il mondo, che hanno lo stupore impresso nella testa, un sorriso tipico dei bimbi che vedono ancora il papà come un supereroe capace di tutto; concezione che spesso, e purtroppo, crescendo va scemando. Non per Kjetil però. Col papà nasce, fin da subito, un feeling particolare, dettato dall’amore comune non solo verso la mamma di Kjetil, ma verso lo sport, la natura, insomma verso la Norvegia. I preamboli per diventare un buon  sportivo c’erano tutti insomma, e così, a soli 3 anni, il primo paio di sci da fondo che, in una nazione che ha dato la luce a campioni come Ole Einar Bjørndalen, è un po’ come il primo pallone da calcio in Italia. E così iniziava la vita sportiva di Kjetil. Inizia dopo i compiti, quando il papà, che lavorava nel mondo del petrolio, lo aspettava in macchina e lo portava ad allenarsi ovunque; e non era solo sci di fondo, ma anche judo, badminton e tanto altro.

Poi però, a sette anni, la svolta. Quel bimbo che non era “nato con gli sci attaccati ai piedi” riceve, in regalo, un paio di sci da discesa. E questo regalo di un parente “was the gift that would change everything”. Scopre infatti che sciare gli piace, eccome; insomma, la neve, il freddo e le montagne sono parte di lui e, forse, lo sono sempre state. E così, quello che è stato un semplice regalo gli cambia la vita, lo entusiasma, lo fa sorridere ancor di più di quanto ha sempre fatto, lo unisce al papà, che se possibile si entusiasma ancor di più del figlio, in un modo decisivo, unico, e di una dolcezza infinita. Quella dolcezza tipica di un papà che vuole il meglio per il proprio bimbo, quella dolcezza che lo porta a creare uno sci club con un amico per far iniziare il figlio ad allenarsi, insieme ad altri bimbi, facendoli divertire ma anche sudare.

injuryAllenamento dopo allenamento, arrivano anche le prime gare, e Kjetil viene scelto, dalla Federazione norvegese di sci, per partecipare ad una gara in Italia, quel Trofeo Topolino che lui non aveva quasi mai sentito nominare, ma che è considerato una sorta di mondiale di sci giovanile. Beh, il primo impatto non fu così entusiasmante. Nella prima gara perde gli sci, nella seconda casca e non riesce ad arrivare al traguardo. Un mezzo disastro insomma, ma un disastro che non gli ha tolto il sorriso, perché in fondo è vero che è un brutto incontro con il mondo delle gare, ma “it was a start”. Per certi versi, è incredibile come un ragazzino di 14 anni riesca a mantenere questo spirito. Però, in fondo, la forza e la grandezza di ogni atleta sta tutta nel mantenere la testa alta quando le cose non vanno, non solo quando va tutto bene. Nel 2006, ad esempio, Kjetil arriva alle Olimpiadi di Torino con grandi aspettative, forte di tante e tante vittorie in Coppa Europa e delle prime apparizioni in Coppa del Mondo. Le cose però non vanno bene, e quella che fino a quel momento era stata una super stagione si trasforma in una sorta di incubo. O meglio, in una delle più importanti lezioni della vita di un ragazzo che ha solo 20 anni. A Torino, infatti, durante una gara, Kjetil si rompe un pollice, e nel giro di una notte passa da essere un atleta olimpico ad essere un paziente in una clinica norvegese. Perde tanto tempo ma non vuole mollare, e allora forza le cose, si allena anche troppo convinto di riuscire a tornare prima del previsto. “But i was about to learn a valuable lesson.” Una sua collega, la Vonn, diceva “Never give up”; lui capisce che però c’è un altro passo da fare per diventare forti: “Never rush it.” – Non affrettare le cose; infatti, ancor prima di tornare, gli viene un’ernia al disco che lo porta a star fuori tutta la stagione. Era arrivato al punto che “I spent that year, contemplating on the fact that i was injured, not even close to be able to ski. And if i was ever to be able to come back.” . Poi però, ancora una volta con il sorriso stampato in faccia e memore di tutto quello che lui ha fatto e che gli altri avevano fatto per lui, riparte. Si riprende, e nel 2010 vince una medaglia d’argento alle Olimpiadi di Vancouver.  Ma, per l’ennesima volta, quando sembrava pronto per il grande salto, per la consacrazione definitiva, la vita, quasi come uno scherzo, gli ricorda chi è, che prima di essere un atleta è una persona, e, nel 2013, ai Mondiali di Schladming ai quali era arrivato da favorito, si infortuna il ginocchio.

winMa, come viene detto in un grande classico della letteratura italiana, i Promessi Sposi, “nella vita non viene tolto nulla se non per preparare a qualcosa di più grande” e, esattamente ad un anno dall’infortunio, quel bimbo per il quale “I wanna go race”  non sono state le prime parole dette, si toglie forse una delle più grandi soddisfazioni: l’oro e il bronzo olimpici a Sochi, nel 2014. E quel bambino, ora, col sorriso sulle labbra, sta stupendo, nuovamente, tutti. Secondo in classifica generale di Coppa del Mondo, primo in quella di Discesa (davanti a Paris) e primo in quella di SuperG. E, fra circa un mese, i mondiali di Vail/Beaver Creek dove, speriamo, possa ancora incantarci col suo sorriso.

Studia Sustainable Energy, nel tempo libero prova a scrivere e fare foto per raccontare la vita di tutti i giorni www.gigibotte.com

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