Guardiola-Manchester-City1

2016-02-01T133203Z_628077658_LR1EC2111L4CQ_RTRMADP_3_SOCCER-ENGLAND-MCY-GUARDIOLA-kw8G-UcTKMykBeXjCYRe-1024x576@LaStampa.itChe un allenatore di caratura mondiale cambi radicalmente il proprio gioco, specie se quest’ultimo gli ha permesso di ottenere molteplici vittorie, è roba assai rara da trovare. Per fare qualche esempio: Mourinho diede una netta sterzata ai propri schemi giusto nei due anni a Milano sulla panchina dell’Inter, per il resto, fra Real Madrid e Chelsea, ha sempre optato per le sue idee più classiche; Ancelotti ha sempre cercato di trarre il massimo, tatticamente parlando, dal materiale tecnico che di volta in volta si è trovato tra le mani, senza quasi mai stupire per novità particolarmente eclatanti (eccezion fatta per Di Maria mezzala nel suo Real); e un discorso analogo può essere fatto per i vari Simeone, Wenger, Conte e via dicendo. L’unico allenatore di primissima fascia che si sottrae a questa costante è proprio colui che, paradossalmente, è sempre stato ritenuto dalla vulgata collettiva un uomo incatenato al proprio credo primitivo: Pep Guardiola. Le prime uscite stagionali del Manchester City hanno chiaramente mostrato un ulteriore sviluppo del suo pensiero calcistico, evidenziando una rinnovata concezione della gestione e occupazione degli spazi, un radicale cambiamento nell’impostazione della fase difensiva e un originalissimo modo di intendere alcuni ruoli. Vale la pena provare a capirci qualcosa, onde sradicare il pregiudizio basato sull’associazione apparentemente inossidabile Guardiola-tiki taka.

851565_Wallpaper2Per capire il Guardiola di oggi, è fondamentale guardare al Guardiola di ieri. Anzi, addirittura a quello dell’altro ieri, ovvero quello blaugrana. Senza stare e perdersi nei meandri di mille e mille considerazioni legate ai movimenti dei singoli, focalizziamo la nostra riflessione su tre concetti basilari: la creazione e l’occupazione degli spazi, il gioco dei terzini e il rapporto fra orizzontalità e verticalità. Lo spazio veniva costruito, gestito e sfruttato grazie alla circolazione della palla: l’epicentro del gioco erano gli interni di centrocampo (Xavi e Iniesta) e non il mediano (Busquets), cosa che permetteva una più facile interazione negli scambi con il terzino e l’ala di riferimento, costringendo gli avversari a scalare verso l’area di giro palla per tamponare un maggior numero di giocatori coinvolti nei passaggi e dunque ad aprire spazi dall’altra parte del campo. L’ossessiva orizzontalità del tiki taka del Barcellona, alla fine, era dovuta fondamentalmente a questo: ad attirare quanti più avversari in una zona del campo e a far poi arrivare il pallone dalla parte opposta dove si erano creati gli spazi. Proprio Guardiola, d’altra parte, ha avuto modo di dire che “è impossibile costruire un’adeguata transizione dalla difesa all’attacco senza almeno una quindicina di passaggi. Impossibile”. In un sistema del genere, è evidente come la verticalità sia del tutto subordinata all’orizzontalità, cosa che per altro già di per sé è una bella rivoluzione: scombinare l’assetto difensivo avversario non tagliando fuori una linea di gioco attraverso il passaggio verticale ma facendo scivolare gli avversari da una parte all’altra fino all’inevitabile creazione della falla in cui colpire con l’imbucata, tendenzialmente per l’ala o il terzino. A proposito di questi ultimi: il loro compito era quello di essere i primi avamposti nello spazio creatosi in seguito alla dinamica sopra descritta, cosa che inevitabilmente comportava che giocassero estremamente alti, o meglio, sempre almeno in linea con la palla e mai più indietro. Di conseguenza, la difesa era demandata pressoché esclusivamente ai due centrali, che attraverso raddoppi esasperati e rischiosi (ma potevano permetterselo, giacché il controllo della palla era sempre loro) e coadiuvati dal mediano tamponavano le poche ripartenze che gli avversari riuscivano a tentare.

267973-watch-a-video-of-the-announcement-that-pep-guardiola-is-stepping-down-L’ultimo Barcellona invece, quello che venne eliminato dal Chelsea e si beccò un parziale di 7-0 dal Bayern Monaco per intenderci, era già tutta un’altra cosa. I terzini, anzitutto, erano quasi spariti: per dire, nella semifinale di ritorno di Champions League contro i Blues, nell’aprile del 2012, il Barça scese in campo con Mascherano, Piqué e Puyol in difesa, Busquets, Xavi e Iniesta in mezzo, Fabregas, Messi, Cuenca e Sanchez a spartirsi i compiti offensivi. Era l’epoca del falso nueve, quella che dopo Eto’o, Ibra e Villa vedeva come prima punta dei catalani Messi o all’occorrenza addirittura Fabregas. Ma, dicevamo, il ruolo dei terzini era decisamente mutato, quasi scomparso, poiché nella testa di Pep aveva fatto breccia l’idea di sviluppare il palleggio in verticale e non più in orizzontale, sfruttando una punta di movimento dai piedi educatissimi (Messi o Fabregas, appunto) per creare margini di appoggio e ali che erano più incursori che veri e propri giocatori di fascia. Una filosofia che si è fragorosamente scontrata contro l’ormai asservimento mentale dei giocatori del Barça nei confronti dell’ossessivo tiki taka (“Lo odio”, avrebbe detto appunto Guardiola anni dopo), e dunque l’impaccio nel dare rapidità al gioco in profondità, e contro la mancanza di alternativa tattica in caso di difficoltà. Gli scarsi successi e i fragorosi tonfi del Barcellona del biennio 2012-2013 sono la testimonianza più evidente del fatto che qualcosa si fosse inceppato.

1740370-36805606-2560-1440Salutata la Catalogna, fu la volta della Baviera. Qui Guardiola ci arrivò con alcune idee maturate nell’ultimo periodo blaugrana, che seppur avaro di soddisfazioni aveva evidenziato alcuni concetti da approfondire: in primo luogo, il terzino come ruolo limitato alla copertura esterna e alla spinta in sovrapposizione è uno spreco di materiale tecnico ma, soprattutto, è un impedimento colossale alla gestione dell’ampiezza del campo; in secondo luogo, il falso nueve è un’idea tendenzialmente da accantonare poiché condanna la squadra a faticare le pene dell’inferno per dare la necessaria verticalità al gioco; e infine, la creazione dello spazio non poteva essere demandata esclusivamente alla circolazione della palla, ma occorreva anche attuare alcuni principi posizionali per facilitarla. Su ciascun punto, rispettivamente: i vari Lahm, Alaba, Bernat e Rafinha iniziarono sempre più ad accentrare il proprio gioco, in modo da rendere più facile la restrizione del campo (in pratica, la porzione di terreno in cui non solo si sviluppa il gioco, ma anche in cui si può sviluppare il gioco); davanti è arrivato Lewandowski, una prima punta vera (il tempo di Goetze è durato lo spazio di un sospiro) che permetteva di strutturare il campo anche in verticale; e soprattutto, molti giocatori hanno cominciato a fare cose poco consone al loro ruolo tradizionale: gli esempi più lampanti sono quelli di Mueller e Vidal, dei quali è impossibile dire che posizione del campo occupassero sotto la gestione di Pep. Dunque, per tornare ai tre principi iniziali che ci siamo ripromessi di tenere sott’occhio, gli spazi venivano gestiti dai movimenti, e il giro palla era solo subordinato alle necessità posizionali; i terzini erano il perno di queste necessità, poiché divennero punto di appoggio durante i movimenti, così da mantenere il controllo del gioco anche durante la ricerca della posizione, nonché i nuovi motori dell’impostazione del gioco in un campo che, grazie alla loro nuova collocazione, era di 20-30 metri più piccolo rispetto al normale; e il tutto al fine di generare verticalità: su quest’ultimo punto, Guardiola probabilmente non cambierà mai opinione, con la profondità che si costruisce attraverso il gioco orizzontale, il quale è il punto intermedio imprescindibile con cui si può arrivare alla meta; saltarlo, sarebbe come voler fare dieci passi con una sola falcata.

3af80b22-61c9-11e6-82a1-e6803dbb30ea_1280x720E infine Manchester, sponda City. Si è visto poco finora, appena una manciata di partite, ma le indicazioni sull’ultimo approdo dei concetti calcistici guardiolani sono ben visibili. Cominciamo dai terzini, che sono divenuti ormai a tutti gli effetti dei veri e propri centrocampisti: il mediano si abbassa, i centrali si allargano, e i due terzini salgano e si accentrano divenendo i riferimenti centrali per la circolazione della palla. L’intento definitivo di questa scelta, mutuato dall’esperienza bavarese, è ufficialmente favorire il possesso palla durante la ricerca della posizione dei compagni per poter giocare in verticale, oltre che permettere ai due centrocampisti veri e propri (i due centrali, per intenderci, del 4-1-4-1 di base) di divenire praticamente degli attaccati aggiunti. Molto interessante notare che, al contrario di quanto accadeva con Barcellona e Bayern, in fase di non possesso il City schiera la difesa a 4 in linea: basta raddoppi spericolati, basta rincorse, puro posizionamento. Una rivoluzione totale per Pep, scottato probabilmente dalle continue eliminazione subite in questi anni in Champions League per gol sistematicamente presi in contropiede. La creazione dello spazio è invece affidata ai movimento delle ali e soprattutto dell’attaccante, che ha in Aguero un interprete perfetto. Ebbene sì, da un certo punto di vista Guardiola si sta normalizzando, se così si può dire, ricorrendo agli strumenti più classici per raggiungere i propri obiettivi di gioco. Questo primo City, di fatti, fa possesso palla ma non più tiki taka, focalizzando i propri argomenti di gioco su un giro palla veloce che possa portare giocatori al tiro il più in fretta possibile, in quel rapporto necessario fra orizzontalità e verticalità che si fa sempre più stretto e rapido. Tutte cose impensabili per il gioco di Guardiola anche solo fino a due anni fa, figuriamoci quattro o cinque. Queste, dunque, le prime impressioni del City marchiato Pep, e una cosa è certa: scordiamoci il Guardiola di Barcellona, finanche quello di Monaco, è tutta un’altra musica. O meglio, è stato effettuato un ulteriore passo nello sviluppo del suo pensiero calcistico, per un allenatore che intende il calcio in maniera evolutiva forse come nessun altro.

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