PARALIMPIADI 2012: ZANARDI VINCE L'ORO NELLA HANDBIKE

Ti sei svegliato e già le cose non girano come devono.

Prima di tutto, la sveglia. Quella sveglia insistente, fastidiosa e troppo, troppo mattiniera.

Al contrario di te, che nel letto ci rimarresti altre due ore.

Sotto la doccia cominci a pensare. Nella tua mente si risvegliano, una per volta, tutti i problemi che hai.

In cima, c’è lei. Lei, che non si è ancora capito se ci sta o no. Lei, che ieri era bellissima, vestita in quel modo.

La tesi si è arenata. Avevi iniziato bene. Trenta pagine in un colpo solo, il professore era soddisfatto. Ma poi, di colpo, il vuoto. La noia dello studio, la pesantezza di un lavoro che non vedi l’ora di finire.

Laurearti, finalmente, e poi via, a fare quello che ti piace.

Perché qualcosa ti piace. Oltre a lei.

Mentre accosti la tazzina di caffè alle labbra ti prende un’ansia: cosa farò dopo essermi laureato?

Imprechi, perché il caffè bollente ti si è rovesciato sulla camicia.

Sei in ritardo, agitato, con la camicia che odora di caffè ed è impresentabile.

Corri a cambiarti, tua madre ti fa notare che quella sarà lei a doverla lavare, che potresti stare più attento, che ti aspetta a casa per cena, almeno oggi.

Il treno è in ritardo.

La metro è affollata.

Arrivi e ti butti in biblioteca, non vuoi vedere nessuno.

Senti un peso addosso, un grigiore tutt’attorno e un fastidio verso tutti.

È una giornata no, ti dici. Questo, di solito, ti fa sentire giustificato. Esente da un possibile rimprovero.

Questa giornata è iniziata male, lasciatemi in pace. Ci si risente domani.

Passano le ore, ovattate nella tua indifferenza.

Senti il cuore pesante, così pieno di problemi che potrebbe esplodere. Pieno, che sta per esplodere.

Ti chiamano dal lavoro. Quel lavoro part time in un bar che ti sei trovato, ma che ti stressa. Troppa gente, orari massacranti, paga misera.

Domani, ti dicono al telefono, doppio turno.

Questo vuol dire che non andrai in università, posto che, improvvisamente, ti sembra l’unico in cui vuoi stare.

Sbuffi. È tutta la giornata che sbuffi.

Torni a casa, con la camicia sbottonata e i capelli piatti. Tuo padre ti ricorda che devi fare la revisione dell’auto. L’hai voluta, ci devi badare tu.

Sbuffi, gli rispondi con un mugugno.

Poi accade che improvvisamente, come per caso, ti rimbalza alle orecchie una voce, dal televisore. I tuoi occhi si fissano su alcune immagini che, indelebili, ti si scolpiscono in testa.

Le Paraolimpiadi.

Senza mani, senza braccia, ciechi, sordi. Che nuotano, corrono, vincono.

Tua madre, alzabandiera ufficiale dell’Associazione Moralisti, se ne esce con un “poveri, eppure guarda cosa riescono a fare. Che bravi.”

Ma in te non c’è posto per la pietà.

In te, trova posto solo la vergogna. La vergogna per quel tuo continuo sbuffare. La vergogna per te stesso, che hai scivolato sulla tua giornata arrancando alla fine, come in apnea in un mondo che, l’avevi deciso da subito, ti dava fastidio.

E guardi due braccia che sollevano una coppa. Solo due braccia, perché le gambe non ci sono. E vedi quegli occhi pieni di un senso, un senso che tu non sei capace di vedere. O di cercare. O di chiedere.

Sali in camera.

Una strana commozione ti prende, nel vedere sul letto, perfettamente piegata e pulita, la tua camicia. Niente tracce di caffè. L’odore della mamma e della sua giornata.

Chissà quante cose ti sono passate sotto il naso, e non le hai viste.

Tu, che gli occhi li hai, ma li tieni stretti, chiusi, sbarrati.

Vai a dormire. E già sai che domani la sveglia suonerà troppo presto. E penserai a lei, che non si decide. E la tesi, che è ancora ferma lì. E avrai il doppio turno al lavoro.

Ma senti come un punto in cui le nuvole si diradano e fanno intravedere il sole.

Lo stesso sole che brilla e brucia negli occhi di chi, cieco, nuota. Di chi, ipovedente, corre assieme alla sua guida. Di chi, mutilato, corre, lancia, salta.

 

Di chi, vivo, vive.

 

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