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Correva l’anno 2005 quando il 23enne di belle speranze Rodrigo Palacio, vestì per la prima volta la casacca del Boca Juniors, la maglia degli xeneizes, la squadra più vincente del sud America, la squadra simbolo di una zona pericolosa e malfamata di Buenos Aires, la Boca appunto. Con i gialloblù Rodrigo vince tutto, o quasi, imponendosi dal 2005 al 2009 sui campi di mezzo mondo: campionato argentino, Recopa, Copa Libertadores. Il buon Rodrigo stravince tutto guidando i gialloblù.

palacio boca juniorsL’argentina, e ancor di più il Boca, è il classico posto dove o sei un idolo delle folle o sei un brocco, tertium non datur. I giocatori discreti non trovano posto nel cuore degli argentini. Palacio prese la strada dell’idolo, come tanti xeneizes prima di lui, e le sue cavalcate entrarono negli annali del Boca. Furono anni di gioia per Palacio, capace di segnare in tutti i modi: destro, sinistro, testa, inserimento, dribbling sul portiere alla Ronaldo e bomba da fuori alla Guarin. Gioca da seconda punta pura, il ruolo che esalta al meglio le sue caratteristiche. Palla a centrocampo, scatto largo sulla fascia, tocco d’esterno a indirizzare la palla verso la porta, controllo e tiro. Poesia pura. In un’intervista, con la timidezza e la tranquillità che lo hanno sempre contraddistinto, ha detto che il periodo al Boca è stato il più bello della sua vita. Nel calcio però c’è una legge, crudele se vuoi, ma con cui bisogna sempre fare i conti. Se vuoi dimostrare di essere un giocatore forte, o sei Pelé o devi venire in Europa. E visto che di Pelé uno ce n’è stato e uno solo ce ne sarà, Palacio doveva venire in Europa, quell’Europa così lontana dal pensiero calcistico argentino, meno spensierata e più concreta, meno istintiva e più tattica.

Finalmente arriva l’occasione per mettersi in mostra nel grande calcio. Era la calda estate del 2009, termine di un difficile torneo di apertura, quando squillò il telefono di Abel Alves, da poco tecnico della “mitad mas uno” in sostituzione del Coco Basile. Dall’altra parte del filo, Enrico Preziosi, presidente del Genoa Cricket and Football Club. Diego Milito è partito verso la Milano nerazzurra e al Genoa serve un attaccante. Il tecnico Giampiero Gasperini ha pensato a Palacio, simile a Milito ma al contempo diversissimo. Palacio è un discreto goleador, magari non quanto il Principe del Bernal, ma si sa far valere in zona-gol; ama partire da più indietro rispetto a Milito, ma è più rapido; non ama giocare spalle alla porta ma guardare in faccia l’avversario e bruciarlo sullo scatto per trovare l’angolino basso con un tiro incrociato; Milito è un giocatore da primo palo, è una prima punta, Palacio è un giocatore da secondo palo, da inserimento, se la metafora regge.

9Che coincidenza, se ne va dal Boca, dagli xeneizes e arriva nel Genoa, tra i genovesi, o forse meglio genoani, altrimenti si arrabbiano. Genovesi furono i fondatori del Boca, genovesi sono quelli che accolgono Palacio in questa nuova avventura oltreoceano. El Trenza, come lo chiamano i suoi tifosi per via di quella strana pettinatura, arriva in Italia tra i clamori della folla. L’argentino farà tanto, l’argentino farà bene, dicono gli addetti ai lavori. Rodrigo invece stenta a ingranare. Abituato com’è ai difensori argentini, sorte di avanzi di galera capaci solo a picchiare senza usare il cervello, si trova in difficoltà a fronteggiare le più tattiche difese europee. Soffre il gioco italiano, fatto di squadre chiuse, di difese attente e di pochi spazi, un gioco più per i Milito che per i Palacio, più consono agli attaccanti che amano i pertugi piuttosto che ai velocisti che si lanciano nelle praterie. «In Argentina c’è più passione, per gli argentini il calcio è tutto, vivono aspettando la domenica per andare allo stadio a sfogarsi» dirà Palacio nell’intervista sopracitata. Il tifo italiano è caldo, ma come l’Argentina non c’è niente.

I primi mesi italiani di Rodrigo sono da dimenticare, non un gol che sia uno fino a novembre, con la prima marcatura in Europa League. Poi solo sotto l’albero di Natale arrivano i primi gol in campionato. Rodrigo sembra stia trovando il suo modo di giocare, anzi, lui deve trovare il suo modo di giocare, perché l’Europa è la sua grande occasione. Nel cuore dei tifosi si ritaglia un angolino grazie alla sua professionalità ed alla sua grinta, ma la prima stagione si conclude in modo deludente, con pochi gol e il Genoa nono, fuori da tutto. L’anno dopo le speranze sono tante, sia per il grifone che per Palacio, ormai pronto a caricarsi la squadra sulle spalle. Ma non basta, il Genoa delude di nuovo e l’argentino, tra acciacchi, sfortuna e poco coraggio, conclude la stagione con una manciata di gol, mentre Diego Milito, il giocatore che doveva sostituire, in un anno e mezzo ha già vinto tutto con la Milano nerazzurra. In estate sembra arrivare l’occasione di una vita per Rodrigo. Gasperini, che lo volle al Genoa, è il nuovo tecnico proprio dell’Inter e ha bisogno di un attaccante. Ha due nomi sul taccuino: Mauro Zarate e Rodrigo Palacio. Potrebbe essere la svolta della carriera, l’Inter è fatta apposta per gli argentini. Crespo, Cruz, Milito, Zanetti, solo per citare alcuni dei più vincenti degli ultimi anni. Alla fine del mercato però sarà il laziale a vestire nerazzurro.

Palacio e StramaccioniSi apre un’altra stagione al Genoa per El Trenza, mai odiato ma mai entrato fino in fondo nel cuore dei tifosi. Quella 2011/2012 sarà la stagione dell’esplosione per Rodrigo. I giornali saranno tutti per lui. I gol in stagione saranno 21. E non inganni il 17esimo posto finale del Genoa, perché senza Rodrigo sarebbe stato profondo rosso, sarebbe stata Serie B. Tutti sono con Rodrigo. Questa timida seconda punta si é conquistata la lanterna. Ha segnato e ha fatto segnare, avrebbe voluto anche far sognare, ma predicare nel deserto non è così facile. Il lavoro svolto dà i suoi frutti e quell’estate i tifosi del Genoa vedono, per la seconda volta in tre anni, partire il loro idolo con destinazione Milano, tra le braccia di Moratti. Zarate é stato rispedito senza grazie né complimenti a Roma, Forlan in Brasile, Eto’o è solo un caro ricordo, Sneijder un mangiasoldi da tenere in panchina, quindi Stramaccioni, giovane scommessa, punta forte su Rodrigo per affiancare (e magari sostituire) Milito.

I tifosi sono spaccati. L’ultimo anno è stato di giubilo per Rodrigo, ma il ragazzo non è Maradona, né un attaccante di razza alla Batistuta, lo si è capito, e può fallire in una piazza come Milano. Bastano due mesi per fugare ogni dubbio. È forte, non sbaglia, corre, lotta e segna. Saranno 22 le reti alla fine dell’anno, di cui ben 8 in Europa League, competizione in cui la Joya (altro soprannome legato a Palacio) si è letteralmente caricato la squadra sulle spalle. A mia memoria, ricordo il gol del 3 a 1 a Torino contro la Juve, bignami del Palacio di sostanza e qualità. Nagatomo combina e risolve un pasticcio in area, serve al Trenza che solo soletto davanti alla porta insacca. Non un golazo direte voi, certo, ma poche sono le cose che permettono a un giocatore dell’Inter di restare per sempre nella storia nerazzurra, una di queste è un gol alla Juve.

2013-08-14T222620Z_867822479_GM1E98F0HR201_RTRMADP_3_SOCCER-FRIENDLYNell’estate 2013 arriva la consacrazione ufficiale per Palacio. 14 agosto, partita Italia-Argentina in onore di Papa Francesco a Roma. Messi è rotto, lo sostituisce Rodrigo che torna in nazionale dopo troppi anni. Per gli amanti dei segni, questo é il segno più grande che ci possa essere: Rodrigo chiamato a difendere i colori dell’Argentina, nell’Italia che si è conquistato, al posto del più forte del mondo. La stagione seguente, quella in corso d’opera, sta assumendo sempre più i contorni della poesia per lui. Schierato costantemente prima punta da Mazzarri, in un ruolo non suo, sta realmente trascinando l’Inter a suon di gol (già 11) e corsa. Come ho detto prima, in Argentina se sei un idolo dei tifosi prima o poi devi tornare. Lo farà Milito, nel suo Racing de Avellaneda, in cui è cresciuto, e lo farà anche Palacio, esattamente come prima di lui lo fece Martìn Palermo, altro bomber xeneizes. Palacio avrà anche l’ardire di affermare che non basterà il suo voler tornare, sarà il Boca a doverlo chiamare, ma a mio parere non ci saranno problemi. Sarà bello vedere questo ragazzo timido, con la treccia sbarazzina, tornare alla Bombonera anche solo per un’ultima volta, anche solo per un’ultima sgroppata larga sulla fascia, con tocco verso la porta, controllo e tiro, e poi via verso la bandierina con le mani alzate. Per ora però, destinataria di quelle braccia al vento, è la Curva Nord di San Siro, quel San Siro che in silenzio si è conquistato e che con il fragore assordante dei gol continuerà a meritarsi.

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